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Un mondo senza pace alla prova della minaccia nucleare, tra guerra ibrida e deterrenza

23 ore fa
Tempo di lettura: 5 min

di Gian Carlo e Ugo Poddiche


Il 30 settembre 2026 la NATO si è trovata ad affrontare un’esplicita minaccia nucleare, quando la Russia l'ha formalmente avvertita che sarebbe pronta a ricorrere alle armi nucleari se percepisse una minaccia su Kaliningrad, l’enclave russa che confina con il Mar Baltico, un pretesto tra i tanti continuamente citati a giustificazione dell’invasione ucraina. Un fatto molto grave, passato in sordina, perché  si tratta della prima vera minaccia non solo alla NATO ma a ciascuno dei paesi membri dei tempi più neri della guerra fredda, dalla crisi dei missili all’invasione della Cecoslovacchia per ricordarne alcuni senza ricorrere all’Ucraina, una minaccia reale che la politica UE ha tenuto “di basso profilo” per non dire nascosta.

Un esplicito richiamo alla dottrina dell’attacco nucleare precoce che ha accompagnato la politica russa degli ultimi anni, con Putin che prospetta l’attacco preventivo, a ruoli invertiti rispetto alla Guerra fredda di fronte alla realtà di una inferiorità tecnologica e operativa dell’attuale “armata rossa”, e di un del tutto supposto maggior potere occidentale che si tradurrebbe in aggressione.

Una minaccia ed una manipolazione dell’informazione come parte di una guerra ibrida ormai in corso che impone attenzione e ha portato alla preparazione di un’attenta analisi che ripercorre sommariamente gli ottant’anni dall’inizio della corsa al nucleare, della ricerca di una deterrenza credibile, dell’equilibrio basato sulla distruzione reciproca, del rischio un tempo regolato da e tra due superpotenze, ma negli ultimi decenni soggetto alle variabili del caos. Un confronto tra l’esperienza di chi ha vissuto gli anni della Guerra fredda (e dell’inevitabilità dello scontro) ed i nuovi protagonisti occidentali che devono pensare “in maniera diversa”, prevedere una qualche forma di equilibrio se non di prevenzione, valutare se esiste la possibilità di un equilibrio, se e quanto vale la deterrenza e chi deve o dovrebbe esercitarla.

Un diverso ordine nucleare basato sulle scelte strategiche degli Stati Uniti e di altre potenze nucleari, in particolare della Cina, non più solo della Russia come erede dell’URSS: la Guerra Fredda è finita, è dimenticata, ma è anche l'unica competizione globale tra superpotenze dotate di armi nucleari che può darci indicazioni sulla “convivenza nucleare”.

L’Orso che non era in grado di nuotare era forse una tigre di carta, quella carta dove peraltro si certificava come l'Unione Sovietica disponesse di enormi risorse che potevano soverchiare l’Occidente: con il senno di poi non era possibile, ma la minaccia si ripropone, in un contesto molto più complicato, non solo di proliferazione. La Guerra Fredda generò anche antidoti, una sorta di principi per l'“ordine nucleare” che governarono i rapporti ed allontanarono l’olocausto; ordine le cui fondamenta sono ora in discussione, in uno scenario dove sono presenti altri attori, non solo la Cina con proprio percorso che in pochi anni la porterà a superare la Russia come “pari” nucleare degli Stati Uniti.

Sono oggi tutti da affrontare i rischi nucleari di una Cina in ascesa, di una Russia in discesa (soprattutto indebolita come armamenti convenzionali), di una serie di attori regionali e degli alleati USA che ancora velleitariamente vorrebbero emergere come forza nucleare combinata minima (sufficiente?) per la deterrenza. 

La premessa della minaccia nucleare è quella della guerra ibrida, secondo la logica del logoramento, che sfrutta le asimmetrie delle democrazie (governi che dipendono dal consenso) polarizza la politica interna europea, amplifica e talvolta muove forze radicali e isolazioniste, soprattutto tende a dimostrare che l’Alleanza non sa difendere i propri membri da attacchi non convenzionali.

Per l’avversario lo scenario ottimale, da costruire con la guerra ibrida (e lo sta facendo egregiamente) è quello di una NATO svuotata dall’interno, un disimpegno americano, un’Europa frammentata che riconosca alla Russia una sfera d’influenza sullo spazio post-sovietico: una nuova Yalta che restituirebbe al regime risorse, tecnologie e legittimazione interna.

 

Una prospettiva di crescente minaccia che molti vorrebbero vedere con minore (o nessuna) deterrenza estesa degli Stati Uniti. Tale prospettiva porta a nuove scelte su strategia e ordine globale, ben diverse da quelle che condizionarono la Guerra Fredda: una competizione militare con Cina e Russia nel XXI secolo sarebbe diversa rispetto a quella sostenuta in precedenza con i sovietici, e gli Stati Uniti potrebbero non prevalere.

Un quadro certamente non rassicurante e sta principalmente all’Europa fare in modo che non diventi drammatico, o addirittura irreversibilmente negativo. La sicurezza non è data dai rapporti con il Cremlino, ma dovrebbe essere quella che gli europei sapranno progettarsi da soli, con la deterrenza, la coesione e la volontà politica di non stancarsi prima dell’avversario, consolidando le alleanze a volte con qualche concessione.

All’Europa non resta altro che togliere a Mosca il vantaggio della minaccia, e dell’ambiguità nella minaccia che va smontata con ogni mezzo, a partire da consapevolezza e preparazione della società civile: non solo piani di emergenza aggiornati, scorte e logistica strategiche, ma la formazione di una cultura della sicurezza che faccia comprendere ai cittadini che la pace non è una condizione gratuita e permanente, ma un bene collettivo da difendere.

 

All’Europa, ed al nostro Paese in particolare, va chiesto - rispetto alla guerra fredda, ed alla guerra di controinformazione che la caratterizzava - se oggi, con molti e più efficaci mezzi di comunicazione, si possa dire lo stesso, in particolare riguardo ai giovani ed ai meno giovani e riguardo ai loro valori di libertà ed anche di benessere, con l’ombra di “cattivi maestri” per ripescare un detto della nostra recente e dimenticata storia (tragica, ma anch’essa oggetto di rimozione). Cattivi maestri, oggi pedine di guerra ibrida con il mito della vittoria militare, un’idea pericolosa che guida le guerre di scelta odierne. 

La vittoria militare è un'idea allettante, e quella dell’opzione nucleare è la prospettiva per una campagna breve e violenta che sconfigga il nemico con la possibilità di ricompense ad un prezzo tollerabile, ma qual è il prezzo dell’opzione nucleare e chi lo paga? La "vittoria militare" implica molto in quanto significa raggiungere gli obiettivi politici ma soprattutto economici per cui si è andati in guerra, una premessa che rende l'idea così attraente e così onnipresente, per chi è in grado di minacciare liberamente.

L'aspettativa di Putin di una vittoria sul campo di battaglia è anche un’aspettativa economica di una Russia che aspira a diventare potenza di rango se non egemone; peccato che per ottenerlo bisogna essere potenza economica: il PIL della Federazione russa nel 2026, valutato dal Fondo Monetario Internazionale, è di circa 5 bilioni di dollari, meno di quello della sola Italia, meno della sola Francia, meno del solo Regno Unito e meno della metà della sola Germania. La minaccia nucleare, e la paura dell’olocausto da parte di una UE non preparata, diventa pertanto uno strumento di incredibile forza, se non si percepisce il ricatto.  La UE deve valutare se si tratta di una trappola e se intende neutralizzarla, e come (e nel come rientrano anche i rapporti con gli USA).


 

*Il testo completo di quest’analisi, pubblicata su OCEAN4FUTURE, è consultabile al link https://www.ocean4future.org/savetheocean/archives/135688; https://www.ocean4future.org/savetheocean/archives/135700

 

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