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Il Day after dell'11 settembre 2011 Risvolti del sostegno psicologico

14 ore fa
Tempo di lettura: 6 min

di Maria Teresa Fenoglio


@Pubblico dominio in Wikipedia
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Che cosa accadde, nella città reale, dopo che le telecamere si allontanarono da Ground Zero? Come si aiuta una popolazione quando non è stato colpito soltanto un luogo, ma il sentimento stesso di poter abitare la propria città?[1]

L’11 settembre aveva prodotto morti, feriti e distruzione. Come sempre avviene negli attacchi terroristici in luoghi abitati (piazze, metropolitane o boulevard), paveva al contempo incrinato qualcosa di meno visibile: la fiducia negli spazi quotidiani. Un ufficio poteva diventare una trappola, un aereo un’arma, una mattina di lavoro l’inizio di una catastrofe.

La risposta organizzata a New York previde fin dalle prime battute l’aiuto psicologico ai cittadini coinvolti ai più vari livelli: i famigliari di morti e feriti; i soccorritori, compresi quelli volontari; gli astanti, che avevano visto le torri prendere fuoco e crollare, chi si era lanciato, il correre della gente, o le immagini in TV. La scelta della città fu, almeno in parte, di non trasformare immediatamente questa immensa sofferenza in una moltitudine di diagnosi di trauma: scelta meno ovvia di quanto possa sembrare oggi.

Il grande programma avviato dopo l’attentato, Project Liberty, finanziato dalla FEMA (la Protezione Civile) e coordinato attraverso i servizi pubblici di salute mentale dello Stato di New York, partiva da un principio consolidato: molte delle reazioni delle persone erano reazioni normali a un evento fuori dall’ordinario. Paura, insonnia, bisogno di parlare continuamente dell’accaduto o, al contrario, desiderio di non parlarne, difficoltà a concentrarsi, irritabilità: per quanto disfunzionale, non tutto era ascrivibile  immediatamente patologia.

Carol B. Lanzara, che compare in diversi lavori dedicati all’esperienza di Project Liberty, insieme a Sheila Donahue, Susan Essock e altri responsabili del programma, ha contribuito a documentare un’esperienza che resta particolarmente interessante per chi si occupa di psicologia delle emergenze e più in generale di soccorsi dopo le catastrofi. Il problema affrontato non era come curare chi sta male? Piuttosto: come fare in modo che una città ridiventi comunità?

Se il centro dell’intervento è il disturbo individuale, occorrono soprattutto ambulatori, diagnosi, specialisti. Ma se il centro è una comunità colpita, bisogna raggiungere le persone nei luoghi in cui vivono, lavorano e si incontrano.

Gli operatori non stettero ad aspettare che qualcuno bussasse alla porta di un servizio di salute mentale. Il sostegno psicologico veniva offerto nelle scuole, nelle associazioni, nei luoghi di lavoro e nei quartieri. Project Liberty organizzò una rete vastissima di servizi, coinvolgendo organizzazioni pubbliche e private e costruendo una delle più grandi risposte di salute mentale mai realizzate dopo una catastrofe.

In alcune esperienze l’idea dell’outreach fu presa quasi alla lettera. Gli operatori andavano nei luoghi della vita quotidiana, cercando le persone là dove erano. Uno studio successivo sulla “Peer Initiative” di Project Liberty mostra quanto fosse importante il fatto che il sostegno arrivasse attraverso persone già conosciute nella comunità. Non quindi un estraneo che compariva improvvisamente qualificandosi come esperto di trauma, ma qualcuno che conosceva il quartiere, i suoi codici e le sue diffidenze. Il metodo adottato è che non fosse la persona sofferente  a dover raggiungere il luogo della cura, ma che fosse la cura a raggiungere la persona.

In una città come New York significava  fare i conti con comunità estremamente diverse per lingua, cultura, religione, condizioni economiche. Non Esiste infatti “la popolazione di New York” come corpo uniforme. Esistono molte New York.

Una parte importante del lavoro venne perciò affidata ad associazioni e organizzazioni già radicate nei diversi gruppi sociali. La comunicazione sui servizi disponibili passò attraverso media, giornali, radio e materiali in lingue diverse. Anche la grande campagna pubblica collegata a Project Liberty cercò di rendere il sostegno psicologico qualcosa di accessibile e ordinario, non il segnale di una malattia mentale.

Una comunità ferita non guarisce soltanto perché dispone di bravi terapeuti. Ha bisogno di ritrovare luoghi nei quali le persone possano riconoscersi, parlarsi, aiutarsi e tornare a fidarsi le une delle altre.

Non voglio una psicoterapia, voglio poter parlare con il mio vicino” aveva esclamato un cittadino di fronte all’offerta di psicoterapia. È una frase che rischia di sembrare anti-psicologica. A me pare, al contrario, profondamente psicologica. Quando una catastrofe investe un’intera comunità, viene danneggiato qualcosa che precede la psicoterapia ed è il fondamento della salute mentale: il tessuto delle relazioni quotidiane.

Parlare con il vicino significa tornare a riconoscere qualcuno, scoprire che anche lui ha avuto paura, raccontare dove ci si trovava quella mattina, scambiarsi notizie, controllare se un anziano ha bisogno di qualcosa, accompagnare un bambino a scuola, riaprire un negozio, partecipare a una riunione.

Sono gesti minimi. Ma le comunità sono fatte soprattutto di gesti minimi.

Per questo, accanto al sostegno psicologico individuale, la risposta all’11 settembre comprese iniziative educative, sostegno alle famiglie, attività nelle scuole, gruppi, programmi tra pari, interventi delle associazioni locali.

Non tutto funzionò perfettamente, naturalmente. A distanza di dieci anni, Lanzara e gli altri autori che tornarono a valutare Project Liberty ne misero in luce successi e limiti. Ma indicarono come elementi decisivi proprio la collaborazione tra istituzioni diverse, il coinvolgimento delle organizzazioni non governative, l’informazione pubblica e la capacità di adattare continuamente il programma alla realtà che emergeva.

Nelle grandi emergenze siamo spesso tentati di identificare rapidamente chi ha subito il trauma psichico e chi è chiamato ad aiutarlo. Ma nelle emergenze di massa e dopo l’11 settembre questa distinzione non funziona. Tutti i cittadini, compresi gli operatori, abitavano quella città, avevano visto le immagini delle Torri e  conoscevano persone che lavoravano a Manhattan. Tutti prendevano la metropolitana, guardavano gli aerei passare sopra i palazzi, accompagnavano i figli a scuola.

Il trauma era in qualche misura condiviso. È uno dei motivi per cui assunsero importanza gli incontri fra operatori, la supervisione, lo scambio informale delle esperienze. Non bastava insegnare tecniche di trattamento. Bisognava offrire ai cittadini e a chi aiutava uno spazio nel quale poter pensare a ciò che stava vivendo.

Si tratta di una scelta di fondo: di fronte a una catastrofe possiamo concentrarci soprattutto sui sintomi oppure possiamo domandarci che cosa consenta alle persone e alle comunità di continuare a vivere. Le due prospettive però non si escludono. Ci saranno sempre persone per le quali la sofferenza diventa grave e persistente e che hanno bisogno di un trattamento specialistico. Project Liberty stesso prevedeva l’invio ai servizi clinici quando necessario.

Quando il disastro arriva, la maggioranza delle persone non è soltanto portatrice di disagi. È anche portatrice di risorse. Possiede relazioni, appartenenze, competenze, memoria, capacità di aiutare altri. La cosiddetta resilienza non consiste semplicemente nel “reagire bene” alla disgrazia. Soprattutto non è una virtù individuale che alcune persone possiedono e altre no, ma qualcosa che può essere sostenuto, oppure ostacolato, dall’ambiente nel quale viviamo.

Una persona isolata è più fragile. Una persona che trova qualcuno disposto ad ascoltarla dispone già di una risorsa. Una scuola che sa parlare con bambini e genitori diventa una risorsa e così un’associazione che conosce un quartiere. Ma lo sono persino i rituali, i luoghi della memoria, gli oggetti conservati, le storie che continuano a essere raccontate.

È questa la funzione del September XI Memorial, il museo costruito sulle fondamenta delle Torri. Memoria e resilienza infatti sono complementari, perché ricostruiscono connessioni: tra chi è morto e chi è rimasto. Tra il prima e il dopo, tra la storia collettiva e le vite individuali. Tra persone che hanno vissuto l’esperienza che nulla fosse più sicuro. È forse questa una delle lezioni meno spettacolari, ma più preziose, lasciate dall’11 settembre: nelle catastrofi la prima risorsa di una comunità continua a essere la comunità stessa.


Note bibliografiche

Covell, N. H., Donahue, S. A., Allen, G., Foster, M. J., Felton, C. J., & Essock, S. M. (2006). Use of Project Liberty counseling services over time by individuals in various risk categories. Psychiatric Services, 57(9), 1268–1270.

Donahue, S. A., Jackson, C. T., Shear, K. M., Felton, C. J., & Essock, S. M. (2006). Outcomes of enhanced counseling services provided to adults through Project Liberty. Psychiatric Services, 57(9), 1298–1303.

Donahue, S. A., Lanzara, C. B., Felton, C. J., Essock, S. M., & Carpinello, S. (2006). Project Liberty: New York’s crisis counseling program created in the aftermath of September 11, 2001. Psychiatric Services, 57(9), 1253–1258.

Fenoglio, M. T. (2024). Psicologia dell’emergenza. Scritti ed esperienze. Kiwi.

Hardiman, E. R., & Jaffee, E. M. (2008). Outreach and peer-delivered mental health services in New York City following September 11, 2001. Psychiatric Rehabilitation Journal, 32(2), 117–123.

Paliewicz, N. S. (2017). Bent but not broken: Remembering vulnerability and resiliency at the National September 11 Memorial Museum. Southern Communication Journal, 82(1), 1–14.

Sederer, L. I., Lanzara, C. B., Essock, S. M., Donahue, S. A., Stone, J. L., & Galea, S. (2011). Lessons learned from the New York State mental health response to the September 11, 2001, attacks. Psychiatric Services, 62(9), 1085–1089.

 

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