Genova, 25 anni dopo: elaborare il trauma per ritrovare il futuro
- Maria Teresa Fenoglio
- 3 giorni fa
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di Maria Teresa Fenoglio

Il G8 di Genova è tra quegli eventi annoverabili tra i traumi psicopolitici, quella particolare cesura in grado di investire l’identità collettiva, il senso di appartenenza, la fiducia nelle istituzioni e perfino la possibilità di immaginare il futuro: esperienze nelle quali la violenza colpisce, insieme ai corpi, anche i legami simbolici che tengono insieme una comunità politica.
Il G8 di Genova del luglio 2001 rappresenta uno dei casi più significativi della storia repubblicana. Le violenze di piazza, l’uccisione di Carlo Giuliani, l’irruzione alla scuola Diaz e quanto avvenne nella caserma di Bolzaneto produssero una frattura che andò ben oltre le singole vittime. Per migliaia di giovani impegnati nel movimento no global venne meno la convinzione fondamentale che fosse possibile esercitare il dissenso democratico senza essere travolti dalla violenza dello Stato.
Il trauma psicopolitico nasce proprio quando crollano quelli che José Bleger e Silvia Amati Sas chiamerebbero i “depositari” della identità collettiva: le istituzioni, le regole condivise, il patto implicito secondo cui il conflitto politico può svolgersi entro limiti riconosciuti. Quando questi riferimenti si incrinano, non rimane soltanto il ricordo episodico del dolore, ma il modo stesso di abitare la democrazia.
Le conseguenze non furono soltanto individuali. Il movimento no global, che aveva saputo riunire sindacati, associazioni, organizzazioni internazionali, gruppi ambientalisti, reti religiose, volontariato e giovani provenienti da esperienze diversissime, subì una brusca interruzione. Era un laboratorio di elaborazione collettiva della globalizzazione, delle disuguaglianze e della sostenibilità. Dopo Genova, quella energia si disperse in molte direzioni. Alcuni si ritirarono dalla partecipazione politica; altri continuarono il loro impegno in forme più circoscritte, spesso associative, meno visibili ma non meno significative.
È proprio questa la domanda che rende particolarmente importanti le celebrazioni dei venticinque anni in corso a Genova. Il ricco programma promosso da associazioni, movimenti e realtà culturali non propone una commemorazione nostalgica, ma utilizza la memoria come strumento per interrogare il presente. Mostre, spettacoli teatrali, forum, assemblee e incontri mettono in relazione quanto accadde nel 2001 con le guerre contemporanee, il riarmo, la crisi climatica, le trasformazioni della democrazia, il dissenso e le nuove tecnologie di controllo sociale.
È una scelta culturalmente importante. La ricerca sul trauma mostra infatti che il semplice ricordo non basta. Se un evento traumatico rimane confinato nella ripetizione del dolore, tende a congelare l’identità individuale e collettiva. L’elaborazione richiede invece narrazioni condivise, riconoscimento pubblico, possibilità di attribuire significato all’esperienza vissuta.
Per questo assumono un valore particolare le iniziative promosse dalle associazioni, i percorsi teatrali, le mostre artistiche e i laboratori di memoria. L’arte possiede una capacità che la politica spesso perde: rendere rappresentabile ciò che inizialmente appare indicibile. Il teatro, in particolare, permette di trasformare la testimonianza individuale in esperienza collettiva, di dando voce non solo ai fatti ma alle emozioni, ai dubbi e alle speranze rimaste sospese.
Forse è proprio questo il significato più profondo dello slogan scelto per molte delle iniziative genovesi di quest’anno: “Riprendiamoci il futuro”. Lintento è di salvare ciò che in quella esperienza aveva un valore ancora attuale: la convinzione che le grandi questioni globali — pace, giustizia sociale, ambiente, diritti, disuguaglianze — non possano essere lasciate esclusivamente ai governi o ai mercati, ma richiedano cittadini organizzati, competenti e capaci di azione collettiva.
In un tempo nuovamente attraversato dalle guerre, dal riarmo, dalla polarizzazione e dalla sfiducia nelle istituzioni democratiche, il trauma di Genova può allora assumere un significato diverso. Non soltanto una ferita da ricordare, ma un’esperienza da comprendere e trasformare.
Il trauma psicopolitico infatti non scompare. Entra nella memoria delle persone e delle comunità e può irrigidirsi in risentimento, cinismo e rinuncia. Può all’opposto diventare una risorsa critica, capace di alimentare una partecipazione più consapevole e più matura.
Venticinque anni dopo, la vera domanda non è soltanto che cosa accadde davvero a Genova e sulle architetture repressive che hanno generato le violenze. Piuttosto, è se siamo ancora capaci di trasformare una ferita collettiva in un rinnovato impegno civile. Se il dolore trova luoghi nei quali essere raccontato, condiviso e simbolizzato, allora il trauma non coincide più con la fine di una storia. Può diventare, magari lentamente, l’inizio di una nuova stagione di partecipazione democratica.









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