SETTIMANA FINANZIARIA. Tornano guerra e caro benzina
- a cura di Stefano E. Rossi
- 13 ore fa
- Tempo di lettura: 5 min
a cura di Stefano E. Rossi

Il prezzo dei carburanti al distributore scalda, su un asfalto già rovente, gli animi dei cittadini di tutto il mondo. E preoccupa non poco i potenti. Che la colonnina indichi il rifornimento in galloni o in litri poco cambia. Chi può, prende le proprie contromisure. Da noi, si pensa da tempo di usare l’auto una volta in meno. Anche due. Come i 2 euro che non bastano più per un litro di gasolio. Oltre oceano invece si ragiona in termini più risoluti. Sono state intensificate le trivellazioni in California. Davanti alle coste della contea di Santa Barbara è partita l’estrazione di 50 mila barili al giorno. Lo scorso marzo Donald Trump aveva emanato un apposito decreto esecutivo, il Defense Production Act. La legge sulla Produzione Difensiva risale ai tempi della guerra fredda ed è stata ora utilizzata per aggirare una legge californiana per la tutela ambientale della linea costiera. Un'altra fonte di approvvigionamento per gli Usa del prezioso oro nero è il Venezuela occupato. Da gennaio la produzione di greggio è salita di oltre 200 mila barili al giorno, cioè da 880 mila a 1 milione e 100 mila di barili. A dire il vero è ben poca cosa, se l’intenzione era quella di far scendere il prezzo del carburante sostituendo, con nuove trivellazioni, i circa 20 milioni di barili che ogni giorno lasciavano i porti dell’Iran in tutte le direzioni.
Nuovi massima anche per il gas naturale
Così, il greggio è ripartito a razzo, come titolano i quotidiani statunitensi. Da alcuni giorni sono ripresi i bombardamenti missilistici da ambo le parti e si è prematuramente interrotto il timido tentativo di far transitare le petroliere dallo Stretto di Hormuz. Venerdì sera, la Borsa di New York prezza il WTI 82,23 dollari al barile e a Londra il Brent chiude a 87,60 dollari al barile. Riparte il caro energia, con buona pace di tutti. Nel senso della rassegnazione nostra e di chi sta peggio, sotto le bombe. Il gas naturale (Dutch TTF) segna i nuovi massimi del dopo pandemia. Sale del +20,11% e chiude a 58,88 dollari al MWh.
L’oro è in controtendenza. Scende in settimana sotto quota 4.000. Tocca 3.947 dollari l’oncia, per poi chiudere a 4.014. Dopo la fiammata di fine gennaio, che l’aveva spinto fin oltre quota 5.500, il grafico delinea ora un’evidente tendenza, che si srotola su un lineare piano inclinato ribassista. Il Dollaro resta immobile a 1,14 verso l’euro.
L’indice dei prezzi al consumo a maggio in Italia corre un po’ meno di prima. Ma la notizia non sorprende. Infatti, l’Istat conferma una previsione già comunicata a inizio mese. L’inflazione è al +3,0% annuo. A stupire invece è l’Euribor. Il tasso a tre mesi passa dal 2,31% al 2,49% nell’arco di appena una decina di giorni. Con quest’ultimo rialzo, i mutui a tasso variabile costano mezzo punto percentuale in più rispetto a inizio anno. Indebitarsi per comprare casa o fare un investimento aziendale diventa sempre meno conveniente. La ripresa della guerra nel Golfo e le nuove pressioni dei costi energetici sull’inflazione potrebbero indurre la Bce ad anticipare la decisione di aumentare il tasso di riferimento del +0,25%. E, vista l’attitudine alla generazione dell’incertezza che stiamo osservando in alcuni capi di Stato, il 2026 potrebbe anche riservarci ulteriori sorprese sui tassi.
Italia, tasse in aumento (ai soliti noti)
L’Eurostat, istituto di statistica dell’UE, ha pubblicato il Report annuale sulla tassazione. Fra i tanti documenti ha diffuso anche quello sulla pressione fiscale degli Stati dell’Unione. L’ha calcolata in percentuale al Pil nel periodo 2022-2025 ed ha fatto anche una proiezione fino al 2027, basata su proprie stime e sulla programmazione dei governi. Nell’ultimo triennio, la pressione fiscale all’interno dell’area Euro risulta diminuita dal 40,6% al 40,3%, mentre è salita dal 39,7% al 39,9% nei 27 Paesi dell’Unione, compresi quelli che non adottano la moneta unica.
L’Italia nel 2022 era al settimo posto, con il 41,7%. Arrivando al 2025, risale nella classifica della maggiore tassazione superando Belgio, Svezia e Finlandia. Non siamo ancora in zona medaglia, ma il balzo è notevole: le tasse sono aumentate al 43% del Pil. Purtroppo, le proiezioni al 2027 non migliorano per noi e stimano un deludente 43,2%.
I cittadini più tassati dell’UE sono in Danimarca con il 44,5%, ma la percentuale dovrebbe migliorare nel 2027 al 43,9%. Poi ci sono l’Austria (44%, 43,9% nel ’27) e la Francia (44%, 44,1% nel ’27). Tre Stati nei quali è bassa la propensione all’evasione fiscale su quanto effettivamente dovuto. In Austria e Danimarca è del 7-9%, in Francia del 14%. Da noi, nonostante i miglioramenti per la digitalizzazione dei pagamenti, è stimata ancora al 17% del dovuto. Ne consegue che su alcune categorie d’italiani, come i dipendenti e i pensionati, la pressione fiscale peggiora ben oltre i massimi danesi. In proposito, sono indicative le note del rapporto Eurostat che riferiscono: in Italia si registra una tassazione media per famiglia ben superiore al 50%.
Mentre salgono le tasse, il reddito personale non cresce e, di conseguenza, nemmeno il Pil. Il nostro è uno dei più bassi d’Europa, +0,5% e non si vedono variazioni nei prossimi due anni. Solo la Finlandia fa peggio di noi (+0,2%, ma nel ’27 sarà +1,4%). La media UE è lontana e stabile al +1,5%.
Migliorano i conti di Stellantis
Piazza Affari soffre la crisi dei titoli tecnologici e perde terreno. La contaminazione arriva dal lontano far east, l’estremo oriente. L’indice Kospi della Corea del Sud questa settimana scende del -8,77%, in Giappone il Nikkei del -6,44%. Sono loro a tirare giù tutte le borse, che per via del fuso orario aprono nelle ore successive. Alla borsa di Milano, ne fa le spese ST Microelectronics (-13,27%), a New York tocca a Intel (-13,47%) e a IBM (-26,05%). Ai prezzi attuali delle azioni c’è chi si è chiesto se l’ipotetica redditività futura sarebbe stata sufficiente per ripagare titoli probabilmente molto sopravvalutati. Inoltre, gli investitori sono stati travolti dai dubbi sulla capacità che gli ingenti investimenti in tecnologia potessero riuscire a trasformarsi in crescita. Per esempio, quest’anno le prime quattro big tech (gruppi tecnologici) con sede negli Usa stanno sviluppando un programma di investimenti di oltre 700 miliardi di dollari. Sono sfide coraggiose.
Fuori dal comparto tecnologico le acque sono meno agitate. Fincantieri ne approfitta. Sono oltre le attese i dati del secondo trimestre, per i quali Equita e Intesa Sanpaolo esprimono giudizi positivi.
Anche Stellantis tira il fiato. Sotto pressione da parte di tutti gli analisti, ha passato un mese di giugno pessimo, perdendo oltre un quarto del suo valore di borsa. E, ancora, nella prima settimana di luglio arrivano nuovi patimenti con i downgrade (declassamenti) di Deutsche Bank, Hsbc e JP Morgan. Ma poi l’attenzione si sposta da un’altra parte. La brutta sorpresa, inaspettata per tutti, è quella del piano di ristrutturazione di Volkswagen. Così, di soppiatto, Stellantis si prende la rivincita: il secondo trimestre 2026 è andato bene. Le consegne di auto sono cresciute di oltre il 10% e l’azione risale.
Il Borsino della settimana – rassegna dei migliori e dei peggiori titoli del listino FTSE MIB
I Tori: Fincantieri +8,77%, Stellantis +5,21%,
Gli Orsi: STMicro -13,27%, Prysmian -7,18%.
FTSE MIB: -1,39% (valore indice: 51.882)
I presenti commenti di mercato rivestono un esclusivo scopo informativo e non intendono costituire una raccomandazione per alcun investimento o strategia d’investimento specifica. Le opinioni espresse non sono da considerare come consiglio d’acquisto, vendita o detenzione di alcun titolo. Le informazioni sono impersonali e non personalizzate.







