Guido Pisoni, l'«Oberleutnant» che seminò il terrore in Valsesia
- Enrico Pagano
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di Enrico Pagano

La recente commemorazione dell'eccidio di Alagna, 14 luglio 1944, ha riportato in primo piano uno dei protagonisti più sanguinari della repressione nazifascista in Valsesia negli ultimi dieci mesi della Seconda guerra mondiale: Guido Pisoni, milanese, classe 1915. Nei documenti dell'epoca, intestati al Comando germanico per la sicurezza della Zona 20, si firmava Oberleutnant, sottolineando il suo stretto rapporto con le autorità militari tedesche e il ruolo assunto nelle operazioni antipartigiane condotte tra il 1944 e il 1945 nelle province di Vercelli e Novara. Il suo nome è legato a una lunga sequenza di rastrellamenti, esecuzioni sommarie, torture, incendi e saccheggi. Dopo la Liberazione, decine di testimonianze confluirono nell'istruttoria giudiziaria istruita a suo carico, delineando il profilo del più feroce e subdolo criminale di guerra che abbia operato nella Valsesia occupata.
Pisoni giunse a Borgosesia all’inizio di luglio del 1944 come comandante del presidio della Brigata "Pontida" assumendo poi il comando del presidio della Brigata "Ettore Muti", ma, come detto, operò in stretta collaborazione con reparti delle SS tedesche, partecipando direttamente alle operazioni di rastrellamento organizzate insieme. La prima denuncia formale nei suoi confronti risale al 18 settembre 1945. In essa il questore di Vercelli, il maggiore dei Carabinieri Rodolfo Avogadro di Vigliano, lo definiva senza mezzi termini
«un vero criminale di guerra», attribuendogli responsabilità in fucilazioni e torture e segnalando ulteriori indagini in corso per fatti avvenuti a Varallo e Alagna. Da quel momento le accuse si moltiplicarono.

Tra gli episodi meglio documentati figura il rastrellamento della Val Sermenza del 7 e 8 novembre 1944. Una relazione firmata dallo stesso Pisoni e indirizzata al capo della Provincia descrive l'operazione con evidente compiacimento. Dopo uno scontro a fuoco con i partigiani presso l’Alpe Fej di Rossa in cui furono uccisi quattro partigiani, sei prigionieri furono condotti a Balmuccia; lì furono fatti confluire tutti gli uomini della comunità di Rossa, con la minaccia di arresti e deportazioni.
Nella relazione il comandante annotava con freddezza che, «escluso un armato quindicenne», gli altri vennero fucilati. Il parroco di Balmuccia, don Giuseppe Uglietti, tentò inutilmente di ottenere la grazia per i prigionieri. Uno soltanto, il più giovane, fu risparmiato; gli altri cinque vennero passati per le armi dietro il cimitero. Il sindaco del paese, nel dopoguerra, descrisse Pisoni come «un feroce oppressore, privo di scrupoli e di ogni umanità».
Ancora più grave fu la strage di Alagna, sopra richiamata. Dopo un grande rastrellamento, quindici partigiani e carabinieri vennero catturati e rinchiusi negli alberghi requisiti dalle forze nazifasciste. Numerosi testimoni riferirono che gli arrestati furono interrogati e percossi. Il 14 luglio il parroco don Francesco Gatti fu convocato da Pisoni affinché confessasse i condannati. Tentò invano di ottenere clemenza. I prigionieri furono accompagnati dietro il cimitero e fucilati. Secondo la deposizione del sacerdote, Pisoni non si limitò a impartire l'ordine, ma prese parte direttamente all'esecuzione con il mitra e sparò personalmente i colpi di grazia sui feriti.
Analoga ricostruzione fornì il carabiniere Luigi Minaudo, unico superstite della strage e successivamente deportato a Mauthausen, che raccontò di aver assistito all'esecuzione dopo essere stato brutalmente torturato durante gli interrogatori. Le salme rimasero esposte per oltre ventiquattr'ore e furono poi sepolte in una fossa comune senza bara.

Gli atti processuali attribuiscono a Pisoni anche una sistematica pratica della tortura. Il luogo simbolo di questa violenza fu Villa Magni di Borgosesia, sede del presidio fascista. Qui numerosi arrestati raccontarono di essere stati appesi con corde alla torretta dell'edificio, percossi con calci, pugni e calci di fucile, sottoposti a sevizie fisiche e psicologiche. Tra le vicende più sconvolgenti emerge quella di Esterina Perincioli (nella foto la targa che ne ricorda il sacrificio). Le relazioni della Questura e le deposizioni testimoniali descrivono una sequenza di torture culminata in una violenza sessuale di gruppo compiuta da militari del presidio alla presenza del comandante. Successivamente, sempre secondo le accuse raccolte dagli inquirenti, la donna sarebbe stata sottoposta a ulteriori sevizie e infine gettata dalla torretta di Villa Magni, morendo per le gravissime lesioni riportate.
Le denunce raccolte tra il 1945 e il 1946 riguardano inoltre incendi di abitazioni, razzie sistematiche, estorsioni, deportazioni e numerose esecuzioni extragiudiziali. Vengono ricordati l'incendio del cascinale di Agnona, dove morì il partigiano Silvio Chiodo, la fucilazione del giovane Gaudenzio Martinetti, gli omicidi di Vintebbio, le violenze ai danni di civili come Giovanni Avondo, Anna Denicola, Alberto Elia e molti altri. Sono altresì riportate notizie sul comportamento libertino dell’uomo. Un agghiacciante racconto che ne evidenzia la perversa morale fu fornito da una diciassettenne legata ad uno dei partigiani catturati ad Alagna: si concesse al Pisoni in cambio della libertà propria e del fidanzato, che fu ugualmente fucilato. La ragazza, fermata dai partigiani come sospetta collaborazionista, confessò tutto ad un improvvisato tribunale partigiano, che la condannò a morte.
L'impressione che emerge dalla lettura delle testimonianze è quella di una violenza esercitata non come episodio occasionale, ma come metodo di governo del territorio occupato. Arresti arbitrari, intimidazioni, torture e fucilazioni costituivano strumenti ordinari della lotta antipartigiana concepita da Pisoni. Il 12 novembre 1945 la Procura emise un ordine di cattura nei suoi confronti con l'accusa di collaborazionismo militare con il nemico e di numerosi omicidi aggravati. Tuttavia, risultava già irreperibile. Le ricerche svolte dalla Questura e dai Carabinieri non consentirono di rintracciarlo.
Il processo si celebrò in contumacia davanti alla Corte d'Assise straordinaria di Vercelli. Con sentenza del 21 luglio 1946 Guido Pisoni fu riconosciuto colpevole e condannato alla pena di morte. La condanna, tuttavia, non venne mai eseguita, poiché l'imputato era riuscito a sottrarsi alla giustizia. Dov’era finito? La moglie di Pisoni nel 1950 partì per l’Argentina con i due piccoli figli, dopo essersi cancellata dall’anagrafe di Milano…
Enrico Pagano











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