Osservando i nostri tempi
Proviamo a dire sempre ciò che abita dentro di noi
di Domenico Cravero

I bambini, che sono intelligenti e sensibili, s’interrogano quotidianamente a proposito delle numerose e inevitabili perdite affettive che vivono (quando la mamma non c’è, quando il papà parte o tarda ad arrivare, quando ha paura del buio). Ha bisogno di affrontare la solitudine, di raffigurarsi la mancanza, e, più precocemente di quanto s’immagina, la morte. Se i genitori sono impreparati e sono i primi a censurare il dolore, allora egli polarizza ossessivamente l’attenzione proprio in quella direzione. A volte invece i bambini ascoltano dagli adulti discorsi dove non traspare alcuna fede nell’amore incondizionato, dove il calcolo prevale chiaramente su ogni moto di gratuità. La mentalità tecnologica sottopone al vaglio del dubbio ogni scelta e tende a secolarizzare ogni simbolo.
Il valore della partecipazione sociale
Sono spesso i rapporti primari, quelli fondanti l’esistenza umana, a incarnare con maggiore evidenza, per il bambino, la presenza del male. Non aiuta la famiglia presentarne una visione idilliaca o insistere solo sui suoi valori. Riconoscerne i limiti, ammetterne le difficoltà, aiuta i familiari a vivere la loro condizione con attento discernimento e continua cura e a cercare forme di mutuo sostegno. Non riconoscerlo può ridurre la vita intera a un inferno, dove fatica, lavoro e consumo ci affannano e ci sfiancano, nello sterile tentativo di mascherare la falsità a cui si riduce la vita.
Nella vita ridotta a lavoro e consumo, senza partecipazione sociale, il nulla trasmette un suo fascino, un’ebbrezza della leggerezza. Ci si rende conto della propria debolezza, si vuole essere ancora più deboli. C’è una vertigine che va descritta come godimento perverso di una vita mediocre e fiacca, senza volontà di progresso: “Oggi l’umanità ama le proprie infermità più che i propri beni, si sente attratta dai propri mali, quasi da essi affascinata” (M. Zambrano, Verso un sapere dell’anima, 1996 p. 103). È sempre possibile che la parola in famiglia sia depauperata, degradata, ridotta a monosillabi, a suoni incomprensibili.
La comunicazione può perdersi nella banalità e le parole d’amore esaurirsi nel sentimentalismo del kitsch. Negarsi alla comunicazione o limitarsi alla chiacchiera superficiale, sostituire la conversazione con la “parlata” televisiva, ostentare dialogo, ma non dire ciò che abita dentro, diffonde il modello della “casa-albergo” nelle sue aggiornate versioni.
Il senso degli eventi umani
Per affrontare il nodo etico delle nostre società, queste osservazioni sono importanti. Il legame genitoriale, infatti, rappresenta la più efficace difesa all’invadenza del mercato. Oggi viviamo meglio grazie al fatto che cittadine/i e lavoratrici e lavoratori nelle prime società industriali hanno contestato le scelte delle élite su tecnologie e condizioni di lavoro e hanno impostato meccanismi per condividere più equamente i guadagni derivanti dai progressi tecnici. Possiamo usare le innovazioni tecnologiche per risolvere problemi reali, solo se queste incredibili capacità saranno focalizzate sull’aiutare le persone.
La gratuità e la premura, che fondano le attese familiari, stabiliscono i criteri con cui si decide ciò che più vale e conta nella vita. Il deterioramento dei costumi, l’incertezza della coscienza morale, l’isolamento della famiglia oggi offuscano questa evidenza. Nell’era digitale si pensa che tutto debba essere sottoposto al vaglio del metodo scientifico. Non si crede che le cose si rivelino a noi nell’immediatezza della vita, nella sensibilità che coglie il senso degli eventi umani. Tutto è ridotto a formule quantitative: codice genetico, neurotrasmettitori, sinapsi, neuroni.
Nuovi basi democratiche per non sottomersi alla tecnologia
Il mistero della nascita umana dimostra che questo non è tutto. C’è una felicità, un’emozione della vita, una carica d’amore, che viene da altrove. La rapida e imprevedibile evoluzione della società complessa ha reso in poco tempo obsoleti i linguaggi, inefficaci gli strumenti pedagogici, indifferenti le ritualità familiari, civili e religiose. Nella cultura individualistica non è più evidente il processo della generazione simbolica. Ognuno pensa a "farsi da sé". Si giunge però alla verità delle cose solo grazie alle evidenze dischiuse dalle relazioni umane. Una versione nuova e più inclusiva della tecnologia, quindi del lavoro e dell’economia, potrà emergere solo se cambierà la base della democrazia.
“L’azione della società civile è fondamentale soprattutto quando i principali problemi come i cambiamenti climatici o le tecnologie digitali, colpiscono un gran numero di persone” (Daron Acemuglu Simon Johnson, Potere e progresso, p. 453). Invece di focalizzarci sull’intelligenza delle macchine, sarebbe più utile impegnarci sulla loro capacità di essere utili per noi, favorendo lo sviluppo del pensiero e lo scambio delle idee, aumentando le conoscenze e integrando le capacità dei lavoratori.











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