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Un lascito per i giovani: cercare la pace contro i seminatori d'odio

19 ore fa
Tempo di lettura: 4 min

di Piercarlo Frigero


Negli ultimi anni di insegnamento dell'economia politica, dopo aver fatto i conti per lungo tempo con diatribe difficili, mi convinsi che il mio compito era trasmettere ai giovani le consegne per andare avanti, nel tentativo di far progredire il vivere insieme, grazie all'impegno politico. Dopotutto insegnavo quella che mi ostino a chiamare economia politica. 

Nel presente, la convinzione - a maggior ragione quando si legge di giovani che "praticano" la violenza per noia, come è accaduto di recente a Roma - si è consolidata, e mi sono reso conto di quanto sia importante spiegare loro il progresso compiuto e l’andare oltre in un'epoca sconosciuta. Non dunque guardare al passato come se  giudicassimo che il nostro impegno, negli anni della giovinezza, era maggiore del loro, non istruzioni per insegnare a vivere, ma l'invito a progredire ancora.

Sono convinto che la nostra generazione, di nati nell'immediato secondo dopoguerra, sia stata la più fortunata della storia d’Europa. Ma è bene cogliere il motivo fondamentale di questo fatto. Abbiamo vissuto, nell’infanzia e nella giovinezza, una trasformazione che non ha uguali, e purtroppo si era creduto che quella dinamica fosse la condizione normale di una società e di un'economia sane.

Un tasso di crescita del prodotto interno lordo del 5% annuo, poi corretto al 3%, non è un naturale ritmo di crescita, bensì la conseguenza di concorsi di circostanze particolari, oggi difficili da replicare nei paesi ricchi dell’Occidente; anche perché una di esse è la transizione dall'agricoltura all’industria.


Si apre una nuova era

I problemi del cambiamento climatico, delle migrazioni inevitabili, e la nuova strepitosa fase di innovazioni con l’intelligenza artificiale, mi convincono che si è chiusa un’era e, per i giovani, se ne apre una nuova e sconosciuta. Ora, mi sembra opportuno sviluppare questo pensiero. La mia generazione chiude probabilmente un lunghissimo periodo, che provo a pensare iniziato tra la fine del 1400  e l’inizio del 1500, con l'umanesimo di Tommaso Moro e di Erasmo da Rotterdam.

Anche il nuovo inizio, un giorno, avrà date convenzionali, ma, per noi, ora, è segnato dall’insorgenza di protagonisti  inattesi e portatori di sciagure, su fronti diversi della geopolitica mondiale. Il ritorno delle guerre ostacola, improvvisamente, il tentativo di correggere il riscaldamento globale e manifesta, in modo inaspettato, un odio antico tra i popoli.

Il dare le consegne ai giovani, per dire a loro: eravamo arrivati fin qui, andate avanti, richiede invece, come premessa, e nonostante tutto, la percezione della storia,  che precede  i drammi odierni, e si proietta negli inesplorabili territori del futuro.


Il cammino dei popoli

Percezione della storia: quella  che, se ricordo bene, Tolstoj chiamava: il cammino dei popoli. La storia dovrebbe essere raccontata prima di tutto per esaltare il progredire dell’umanità, e non già per rimpiangere un periodo felice mai esistito, trasmettendo l'idea del degenerare. Lo si può fare, con il mostrare come si sia sperimentato che l'impegno nella vita politica, per migliorare il benessere delle persone, sia stato sempre profondamente contraddittorio. Pertanto il lavoro da compiere consisterà ancora nell'affrontare e sbrogliare garbugli: concorsi di interessi in conflitto, di ideali che pretendono di dominare quelli degli altri e tentativi di sconfiggere l'eretico in ogni sua definizione, religiosa e non. Perché l’odio non torni a dominare, come ha fatto, con frequenza, nel cammino dei popoli, si possono proporre, proprio ai giovani, come parte delle consegne, alcune condizioni.

La prima è quella di definire l'impegno politico non come richiesta a chi comanda, ma come partecipazione all'esercizio del potere, per fare le leggi insieme, nel contraddittorio delle opinioni, e per forgiare istituzioni imperfette, ma migliorabili. A tal fine, occorre chiarire che non esiste un modello astratto di società, da realizzare nel proprio tempo. La dinamica dei modi di produrre (tecnologia) e la scelta dei bisogni da soddisfare cambiano nel tempo, e sono condizionate dagli interessi che riescono a prevalere. Occorre dunque costanza e pazienza, sintetizzate dalla parola mediazione, tra convinzioni ed esigenze differenti. Non si può realizzare un miglioramento voluto e auspicabile solo che lo si voglia.

Vi sono poi altre due condizioni da offrire ai giovani come frutto di esperienza compiuta e sofferta. La prima, essenziale in questo periodo di odio, è la capacità che deve avere un popolo di vedere il dolore degli altri popoli. Senza questa empatia, l'identità di popolo così spesso auspicata e apprezzata, diventa rischio di guerra.


L'altruismo del dottor Schweitzer

L'empatia ha fondamento nella vita di relazioni di ciascuno, che dovrà difendersi dai portatori di odio, affinché nelle memorie non venga esaltato il Guerriero, ma chi è capace di percepire il dolore degli altri, anche oltre la propria identità, e pertanto gli appare, a tutta prima, estraneo; o anche quando, con sgomento, non si sa che fare per lenire il dolore altrui.

Nella giovinezza, mi sorprese e mi fece del bene, la lettura di un libro allora famoso: È mezzanotte dottor Schweitzer, nel quale si racconta la notte in cui, nell’ospedale in Africa, il grande medico generoso apprese la notizia che gli europei si apprestavano al massacro della prima guerra mondiale; lui, medico e musicista, impotente non solo di fronte ai malati inguaribili, ma alle vicende del suo mondo e del suo popolo.

Dopo di allora, con tante difficoltà e tanti parziali successi, l'Unione Europea ha scelto una bandiera comune e un inno in cui, anziché parlare di guerre, di vittorie e di morte, il coro grida per tre volte la parola: fratelli. Ma per poter essere davvero fratelli occorre essere liberi, e per esserlo davvero, cioè per espandere le proprie opportunità di vita, senza illudersi di avere il diritto a tutto ciò che si vuole,  occorre rendersi conto  che ciascuno di noi, ma addirittura i popoli e  le nazioni, hanno in loro pulsioni che possono portarli là, dove non volevano arrivare.

Tuttavia, in nessun concorso di circostanze ci potrà essere a priori la ricetta del benessere e della pace. Si può però cercare di fare in modo che persone di nazioni e di tradizioni diverse si parlino e si incontrino. Questo scriveva Freud, rispondendo ad Einstein, che gli aveva chiesto come fare per evitare le guerre. Questo si è tentato di fare con le varie organizzazioni delle Nazioni Unite, da consegnare come lascito ai nostri giovani.

Un lascito contraddittorio, e anch'esso ricco di garbugli, ma eredità preziosa da perfezionare.

 


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