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Gaza e Israele, il dolore che non riesce a incontrare l’altro

24 ore fa
Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 4 ore fa

di Maria Teresa Fenoglio


Si può ascoltare il dolore di qualcuno e uscire dall’incontro con il peso di quello che non si è riusciti a dire. È ciò che mi è accaduto ieri, 15 ottobre, a Milano, partecipando al seminario «La costruzione del nemico. Una lettura psicoanalitica e psicosociale», organizzato dall’Associazione Medica Ebraica e ospitato dall’Ordine degli Psicologi della Lombardia. Poiché organizzato da “ebrei” non schierati contro le politiche israeliane, il convegno era stato contestato. Il giudizio politico si frapponeva all’ascolto dell’altro.

Il tema interrogava il nostro modo di stare insieme: come parlare della costruzione del nemico quando sofferenze, appartenenze e letture del presente rendono così difficile riconoscersi? Come ascoltare senza rinunciare al proprio giudizio, e come esprimerlo senza trasformare l’interlocutore in qualcuno da respingere?

Ho incontrato, negli interventi di alcuni esponenti della comunità ebraica, una sofferenza profonda. Affiorava attraverso il ricordo di innumerevoli torti, persecuzioni, minacce. Il passato sembrava abitare il presente e orientarne la lettura. L’antisemitismo occupava il centro del discorso: il pericolo di essere nuovamente individuati, isolati, colpiti perché ebrei.

Ho ascoltato questa paura. Ascoltarla prima di contrapporle le mie considerazioni. Non avrei potuto partecipare a un incontro sulla costruzione del nemico cominciando con ridurre chi avevo davanti alle posizioni da cui dissentivo. Anche Fabio Sbattella e Luca Guglielminetti, ciascuno attraverso il proprio contributo, hanno abitato quello spazio di confronto senza sottrarvisi attraverso la demonizzazione degli interlocutori.

Eppure, mentre esponenti della comunità ebraica intervenivano, avvertivo un’assenza dolorosa: Gaza, la violenza contro la sua popolazione, la sofferenza palestinese restavano ai margini del discorso. Non posso sapere quanto ciascuno ne fosse consapevole, né che cosa provasse nel proprio intimo. Come se il dolore della propria comunità saturasse lo spazio e rendesse difficilmente pensabile quello altrui.

È una possibilità che riguarda tutti noi. Quando un’appartenenza è sentita come minacciata, il bisogno di proteggerla può restringere il campo dello sguardo. L’altro entra allora nel nostro mondo soprattutto come pericolo. Persino la richiesta di riconoscerne la sofferenza può essere vissuta come una sottrazione alla nostra, quasi che la pietà fosse una risorsa insufficiente da custodire per i propri.

Questo meccanismo può aiutare a comprendere una chiusura. Non basta, però, a giustificarla. La memoria delle persecuzioni non solleva nessuno dalla responsabilità di guardare ciò che accade nel presente. E riconoscere la sofferenza palestinese non dovrebbe richiedere di negare quella ebraica, così come denunciare la violenza contro Gaza non dovrebbe comportare indifferenza verso la paura degli ebrei.

Nel mio intervento ho parlato di trauma psicopolitico: della frattura che si produce quando vengono meno i riferimenti collettivi, le istituzioni, le appartenenze alle quali affidiamo una parte della nostra sicurezza. Ho parlato dell’odio come vincolo reciproco, della relazione che continua a tenere uniti i nemici, alimentando in ciascuno la certezza di essere minacciato dall’altro. Una reciprocità che riguarda il legame e i suoi meccanismi, ma che non rende equivalenti poteri, azioni e responsabilità.

Ho potuto presentare queste osservazioni. Non mi sono però addentrata direttamente nel rapporto fra Israele e Palestina. Avrei dovuto farlo? La domanda mi accompagna ancora. Sarebbe stato opportuno nominare esplicitamente ciò che sentivo mancare? Avrei potuto introdurre Gaza come una realtà umana che chiedeva di essere accolta dentro quello stesso spazio di ascolto? Oppure, in quel momento, le mie parole sarebbero state ricevute come un’accusa, interrompendo una possibilità di dialogo ancora fragile?

Ho scelto di non forzare quel passaggio. Non so se sia stata la scelta più feconda. Il desiderio di mantenere aperta una relazione può nascere dal rispetto dei tempi dell’altro; può anche trattenerci dal pronunciare una parola necessaria. È difficile distinguere, mentre siamo coinvolti, la pazienza dalla rinuncia.

So che non volevo aggiungere un’altra contrapposizione a quelle che già ci separano. Ma so anche che un dialogo deve poter fare posto, prima o poi, a ciò che mette in discussione le nostre difese. Se resta circoscritto al dolore che ciascuno è già disposto a riconoscere, rischia di lasciare intatta la distanza.

Sono uscita schiacciata dal dolore di tutti e dalla difficoltà di aprirsi al dolore degli altri. Anche dal mio limite: aver cercato un incontro senza sapere se avessi trovato le parole sufficienti a renderlo possibile. 

La professione, la competenza psicologica, mi sono stati di protezione e di guida. La professione prende corpo anche nella capacità di sostenere l’incertezza, ascoltare senza anteporre il giudizio, lasciarsi raggiungere da una sofferenza che mette alla prova le nostre convinzioni. Prende corpo anche da altre consapevolezze: ad esempio, come ha ricordato Guglielminetti, che esiste una guerra più sotterranea, quella cognitiva, al momento vinta da Hamas, specie tra i giovani.

È una competenza che ci sostiene nello stare al mondo, dentro le relazioni e i conflitti che ci coinvolgono come persone. Farsi attraversare dal dolore dell’altro è doloroso e difficile: espone, scuote, può lasciarci senza risposte. Anche questa fatica appartiene alla nostra professione, insieme alla responsabilità di darle pensiero e parola.

Forse il lavoro comincia proprio qui, nella disponibilità a tornare su ciò che è rimasto sospeso. A chiedersi come rendere udibile una sofferenza senza cancellarne un’altra. Porto con me questa domanda, insieme alla responsabilità di non lasciare che il dialogo, per poter continuare, debba rinunciare a nominare il dolore inflitto agli altri, e a Gaza.

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