Ceuta: emblema della complessità che né la UE, né gli Stati possono ignorare
- Marcello Croce
- 2 giorni fa
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Il fascino della tecnica nella scelta delle nuove generazioni di migranti
di Marcello Croce

Ha ragione Alberto Scafella quando, su questo sito,[1] commentando quanto è avvenuto a Ceuta, sostiene la ragione della complessità. Della complessità e delle sue ineliminabili contraddizioni. Io credo che oggi occorra insistere proprio su questo punto. Non c’è nessuna possibilità di conciliare l’inconciliabile, come Scafella mette chiaramente in luce.
Il dramma di Ceuta è un capitolo esemplare di un processo storico. Fa riflettere, per esempio, il fatto che l’invasione dei marocchini avvenuta nelle giornate di giovedì e venerdì di fine luglio fosse costituita da giovanissimi dotati di cellulari. Vorrei sottolineare la funzione del cellulare in questa impresa epica e mortale, perché probabilmente lì si apriva l’orizzonte di significati entro il quale la traversata migratoria si svolgeva. Cinquantamila cellulari non segnavano più – anzi cancellavano – i confini di una contemporaneità, che invece al contrario levava inconfondibili le distanze e le differenze storiche tra due mondi: quello di tradizione cristiana e quello di tradizione islamica, quello reduce dalla supremazia colonialista e quello rimasto ai margini della storia moderna, quello relativamente “ricco” e quello relativamente “povero”; e così via.
È in atto nella storia un mutamento antropologico determinato dalla tecnica, dalla portata incalcolabile. Di fronte a questo tutte le ragioni che finora sono state sostenute, per spalancare o al contrario per chiudere le frontiere dell’Europa all’altra sponda del Mediterraneo finiscono con l’apparire unilaterali, cioè capaci di rispondere a una sola faccia del problema. Ricordate? Si faceva correre la diceria che si trattasse di rifugiati da ospitare e proteggere; che fosse necessaria forza-lavoro sostitutiva di ambiti lavorativi da noi privi di occupati; e si prefigurava persino l’arrivo di contributi previdenziali (e provvidenziali) per salvare l’Inps dal fallimento! E per contro allarmi e suoni a martello sull’intensificarsi dello spaccio, sul diffondersi della violenza, sul costume famigliare androcentrico, sul cinico sfruttamento degli scafisti, ecc.
Naturale, quando sostengo il peso della tecnica non mi riferisco solo al consumo di massa uniforme, ma al mondo di significati che questo comporta. Ossia al carattere univoco della tecnica come forma di apparizione del mondo e come sistema di relazione col mondo.
In sintesi, l’impresa o il dramma di Ceuta ha messo il luce una cosa. La ragione fondamentale che sospinge centinaia di migliaia di africani verso le terre europee non è la necessità o il bisogno, ma la vita migliore che il complesso di significati oggi espresso dalla tecnica identifica nell’orizzonte europeo. E, si badi, non in quello espresso dalle civiltà storiche dei paesi europei (luoghi dello spirito, in generale) – verso le quali sussiste indifferenza e pregiudizio. Ma quello che si potrebbe chiamare il way of life europeo, l’immagine del mondo esibita dal mondo della comunicazione.
C’è però da chiedere perché sia in atto il fenomeno migratorio: ma rispondere che si tratta solo di un confronto fra due modi opposti di intendere la vita a me pare semplicistico. Cosa è venuto meno nelle giovani generazioni della costa e dell’interno di quel continente? Che cosa induce a lasciare forse per sempre la propria terra nativa? Il paragone con le nostre migrazioni ottocentesche in America non regge per niente, perché lì si trattava pur sempre di inserirsi in terre e civiltà di origine europea.
A me sembra chiaro che la pulsione a migrare in Europa (almeno per chi proviene dal continente africano) consista in un salto decisivo che solo la civiltà della tecnica può giustificare. Più precisamente, si tratta di un processo di neutralizzazione di ogni residuo storico, proprio e altrui. In altre parole, la tecnica è globalista, perché induce all’indifferenziazione e fa credere (illude) che si sia tutti perfettamente uguali nel suo ambito e uso. Tecnica e democrazia (formale) coincidono. È questo l’ideale che spinge i giovani africani a emigrare.
E d’altronde, come non spiegare quel che succede nel continente africano con l’attuale disordine mondiale, cioè con la precarizzazione attuata dalla politica internazionale, il cui epicentro è ancora una volta il Mediterraneo?
Lo snodo dell'integrazione
Ora come si può affrontare una complessità? Essa mostra la parzialità di ogni veduta (e di ogni denuncia) che non ne tenga conto. A me sembra perciò che vada rispettata e non eliminata la contraddizione. Nessuna direzione, volta a cercare una soluzione, può prescinderne. Va aggiunto (come bene mostra Scafella) che la complessità ridimensiona ogni posizione unilaterale: ragioni identitarie e ragioni umanitarie, difesa di confini e dovere di accoglienza.
È chiaro che noi europei siamo chiamati a un compito immane: quello di cambiare i paradigmi mentali attraverso i quali prima abbiamo coltivato l’immagine colonialista del continente africano, e poi quella vittimista. Un problema complesso richiede prima di tutto il riconoscimento di tutti i suoi fattori, cercando altresì di misurare la portata di ciascuno di essi.
Chiaro però. C’è una gradazione che deriva dal centro reale a partire dal quale si opera la misura (altro è disegnare una mappa d’uso teorico “oggettivo”, altro – per esempio – è misurare il problema dalle responsabilità di governo). Non si dovrebbe dimenticare che lo sguardo di un governo (sia di destra che di sinistra) è il bene del proprio Paese. Non ci può essere equidistanza, tra il proprio interesse (nel rispetto del diritto internazionale) e quello di altri Stati, o di cittadini di altri Stati. Nessuno, credo, sarebbe così folle da ritenere che l’invasione avvenuta a Ceuta sia qualcosa di compatibile con la comunità che la abita.
In altre parole, il modo di affrontare la complessità del problema ha già fin dall’inizio una direzione precisa, o sarebbe meglio dire un limite storico, che sarebbe ingiusto e anche pericoloso ignorare. La forma storica dello Stato nazionale europeo non è stata superata dal faticoso sperimento europeista (oggi peraltro in stato di grave confusione, fra trumpismo, Nato e confini orientali).
E l’Italia è divenuta uno Stato unitario appena 166 anni fa, rischiando due volte di dissolversi (nel 1917 e nel 1943). La nostra guerra civile ha mostrato altresì l’estrema precarietà del suo tessuto connettivo, culturale o spirituale che sia.
Questo vuol dire che, fra le nazioni europee, la coscienza identitaria dell’Italia come nazione è fragile e questo ne indebolisce la tenuta statuale (come la storia di questi decenni ha mostrato). Si pone perciò una duplice necessità, quella di affrontare il problema migratorio entro una visione politica europea, vale a dire con la capacità non solo di difendere confini ma di operare in un rapporto politico, e non solo meramente giuridico, tra continenti (Europa e Africa, in proposito il “piano Mattei” era un ottimo avvio); e quella di sostituire definitivamente, qui da noi, l’impianto dell’accoglienza con quello dell’integrazione. Quest’ultimo aspetto è quello decisivo perché mette in gioco davvero la realtà identitaria del nostro Paese.
Note











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