Cronache del nostro presente
Dalle guerre alle nostre città, la crisi dei luoghi che dovrebbero custodire la vita
di Maria Teresa Fenoglio

Una casa che crolla a Gaza, famiglie costrette ad abbandonare tutto nello Yemen, un ragazzo che non torna da scuola, un ospedale incapace di accompagnare la paura di un bambino. Poi, più vicino a noi, una professoressa accoltellata in classe. Sono notizie diverse per gravità, contesto e responsabilità: ognuna, uno specifico universo. Eppure, qualcosa le accomuna: il venir meno dei luoghi e delle relazioni a cui affidiamo la nostra sicurezza e la continuità del sé.
Nello Yemen, dove la guerra si è riaccesa con violenza, almeno 125 mila persone hanno dovuto lasciare le proprie case. Il quotidiano inglese The Guardian ha raccolto le parole di chi è fuggito portando con sé quasi nulla: «Abbiamo lasciato tutto». Dietro le cifre dello sfollamento ci sono cucine abbandonate, animali venduti in fretta, vicini perduti, bambini allontanati dalla scuola. La casa non è soltanto un tetto. È il luogo in cui gli oggetti conservano la memoria, le giornate acquistano un ritmo e ciascuno sa quale posto occupa. Perderla significa perdere una parte dell’ordine del mondo. La guerra trasforma persone con un lavoro, una storia e una rete di legami nella categoria indistinta degli “sfollati”, dipendenti dagli aiuti e dalle decisioni altrui.
A Gaza la casa può diventare persino una trappola. Il 16 settembre è crollato un edificio di sette piani già danneggiato dai bombardamenti. Ospitava famiglie che non avevano trovato un riparo più sicuro; sono morti almeno ventuno palestinesi, fra i quali undici bambini. I soccorritori hanno scavato sotto le macerie con le mani, privi dei mezzi necessari. Impossibile distinguere un rifugio da un pericolo; chi dovrebbe salvare non è in condizione di farlo. L’impotenza degli abitanti si somma a quella dei soccorritori, prodotta dalla distruzione delle infrastrutture, dalla scarsità di attrezzature e dalle restrizioni che impediscono di disporne. Alla sofferenza delle vittime si aggiunge quella di chi vede una vita ancora raggiungibile e non possiede gli strumenti per raggiungerla.
Si ripensa con sgomento, ma anche senso di consolazione, all’Abruzzo, all’Emilia terremotate, alle Marche sfollate, anche lì ho visto macerie e lutti, ma nel ripensare a quelle perdite il cuore ritorna fiducioso all’esercito del bene su cui potevamo contare, le migliaia di mani addestrate della nostra Protezione Civile, il nostro lembo di civiltà .
Sempre The Guardian ha ricostruito la morte di Mohammad Abdul Zinati, tredici anni. Tornava da scuola quando un attacco ha colpito un uomo. Il ragazzo si è avvicinato per aiutarlo; un secondo colpo ha ucciso lui e un paramedico. Scuola, strada di casa, gesto di soccorso: tre elementi della vita quotidiana si rovesciano nel loro contrario. La scuola non conduce più verso il futuro, la strada non riporta a casa, aiutare qualcuno espone alla morte. La guerra spezza i significati elementari che consentono di abitare il mondo e di fidarsi degli altri.
La sproporzione è evidente. Tuttavia, oggi anche le cronache dei nostri paesi mostrano che l’incrinatura delle funzioni protettive non appartiene soltanto a territori che continuiamo a chiamare, con una formula rassicurante, “paesi in guerra”. Cambiano l’intensità, le cause e la possibilità di ricevere aiuto; resta la domanda su quanto le istituzioni sappiano custodire le persone quando diventano vulnerabili.
L’aggressione recente a una nostra insegnante, avvenuta a Roma, quartiere Centocelle, apre domande inquietanti sulla possibilità della scuola di difendersi da incursioni dell’odio la cui causa scatenante sta forse nel web e un’inchiesta sugli ospedali inglesi segnala una carenza cronica di professionisti che attraverso il gioco aiutano i bambini ad affrontare visite, terapie e ricoveri. Quando manca la possibilità di giocare, l’ospedale può curare la malattia e nello stesso tempo lasciare il piccolo paziente solo davanti alla paura. Anche medici e infermieri subiscono questa insufficienza: sanno che cosa servirebbe, ma lavorano dentro organizzazioni che non sempre offrono tempo, personale e risorse per farlo.
Le guerre rendono questa verità visibile nella sua forma più estrema: nessuna vita psichica può reggersi a lungo quando vengono distrutti insieme casa, scuola, ospedale, vicinato e possibilità di soccorrersi. Ma le società che si considerano civili non sono estranee alla stessa condizione. Ogni volta che una donna non può sentirsi al sicuro nella propria abitazione, che un bambino affronta da solo il terrore delle cure, che un insegnante entra in classe senza strumenti per comprendere il mondo dei propri allievi o che un medico sa come aiutare ma non dispone delle risorse, qualcosa del patto collettivo si indebolisce.
La differenza decisiva sta nella capacità di riparare. Una società civile non si definisce perché è priva di tragedie, ma perché riconosce le ferite, non abbandona chi le subisce e restituisce efficacia a case, scuole, ospedali e servizi. Le cronache di questi giorni ci ricordano che dietro ciascuna storia, per quanto apparentemente lontana, c’è una domanda politica: chi avrebbe dovuto proteggere, quali condizioni hanno impedito di farlo e come ricostruire la fiducia senza la quale nessuna comunità può davvero sentirsi al riparo.[1]
Note











Ottimo articolo, fa venire una grande tristezza ma anche una grande voglia di condividere, partecipare ed aiutare per quanto possibile.