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L'influenza perdurante della poetica musicale di John Coltrane

9 ore fa
Tempo di lettura: 3 min

Cento anni fa nasceva il grande sassofonista afro americano

di Marco Berruti


John Coltrane @Pubblico dominio in Wikipedia
John Coltrane @Pubblico dominio in Wikipedia

John Coltrane era nato a Hamlet in North Carolina il 23 settembre 1926. Compirebbe oggi cent’anni. Nonostante ne siano passati quasi sessanta dalla sua morte, avvenuta prematuramente nel 1967, mantiene una centralità assoluta.

Coltrane è una figura peculiare nella musica afro americana. La sua carriera, che ha abbracciato circa vent’anni, ha conosciuto la fase più creativa in un arco di tempo relativamente breve. Il Coltrane che conosciamo - e riconosciamo come un caposcuola - iniziò a manifestarsi intorno ai trent’anni. Prima era un musicista rispettato, un ottimo stilista, uno degli angry young tenors come si usava definirli, la cui musica però non lasciava presagire i successivi sviluppi.

Due incontri furono fondamentali, quello con Miles Davis[1] nel cui gruppo militò in due periodi, 1955-56 e 1959-60, e quello con Thelonious Monk[2] con cui suonò fra il 1957 e il 1958. Esperienze queste che lo liberarono dalle gabbie dell’hard bop per trasformarlo in una delle voci più innovative di un momento storico, gli anni ‘60, altrettanto innovativo.

In poco più di un lustro, Coltrane realizzò capolavori in serie, seguendo un’evoluzione inaspettata. Ogni opera apriva capitoli nuovi. A partire da Giant steps[3]la sublimazione del suonare sugli accordi, per arrivare alla rivisitazione di My favorite things[4] la trasformazione di un semplice e garbato valzer in una interminabile cavalcata modale, dai tratti quasi mediorientali, Coltrane pose le basi per superare i limiti della tonalità.

Nell’improvvisazione modale, la relativa staticità armonica — il muoversi su pochissimi accordi — consentiva a Coltrane di evocare un clima quasi mistico. Era il preludio al tuffo nella spiritualità di A Love Supreme, il capolavoro registrato nel 1964, che avrebbe permeato ancora più profondamente i lavori successivi.

In seguito la sua musica si sarebbe avvicinata al free jazz. Avrebbe ampliato l’organico del suo quartetto, inserendo altri giovani saxofonisti, da Archie Shepp a Pharoah Sanders, raddoppiando alcune parti come il contrabbasso e la batteria. Il tutto sempre mantenendo un profilo di alta profondità spirituale. Una spiritualità terrena.

Gli ultimi lavori, Meditations, Kulu sè mama e soprattutto Live at Village Vanguard Again ci restituiscono un musicista alla ricerca di un’astrazione, di una liberazione di energia, di una spinta catartica. Più ancora i dischi usciti postumi, Expressions e Interstellar Space, lasciano intravedere una svolta quasi cameristica. Un camerismo figlio dell’Africa, potente e rarefatto al medesimo tempo[5].

Non sappiamo che cosa sarebbe stato della sua musica. Sappiamo delle sue numerose influenze. Come strumentista ha probabilmente esercitato quella più evidente. Chiunque suoni il sax tenore si deve confrontare con Coltrane, con il suo sound e con le sue lunghe e intricatissime frasi. Coltrane introdusse e diede una voce al sax soprano, prima di lui impegnato nel jazz moderno soltanto da Steve Lacy. Ugualmente profondo è il peso che ebbero gli altri elementi della poetica coltraniana sulle generazioni future. Le sue concezioni modali dilatate, il suo particolare misticismo e il suo approccio a universi musicali lontani - India in primis - hanno costituito un’impronta tuttora tuttora in molti epigoni. Fra questi ci piace ricordarne un paio. Immanuel Wilkins, che non suona il tenore ma l’alto, è un coltraniano nello spirito[6]. James Brandon Lewis, tenorsaxofonista, lo è nel corpo[7].


Note

[6] L’improvvisazione come trascendenza: https://youtu.be/Xb_qfJUWNZ8?si=UAfbJ4EGXvkaVHih

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