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Un ricordo del "Baffo", al secolo Sandro Mazzola

22 ore fa
Tempo di lettura: 2 min

di Mirko Ferretti


Stampa Sera del 27 maggio 1963
Stampa Sera del 27 maggio 1963

Le partite di calcio non sono tutte eguali e non nascono sotto lo stesso segno. Ma Torino-Inter non lo è mai stata eguale nella carriera di Sandro Mazzola, però non poteva avere segno diverso. L'opposto era impossibile con l'eredità calcistica che il mondo gli riconosceva. Un'eredità enorme che divenne la ragione per cui al suo primo campionato da titolare, Helenio Herrera decise di non schierarlo proprio a Torino e contro il Toro. E al termine della partita al Comunale, che le squadre pareggiarono 1 a 1, il mago lo spiegò senza troppi giri di parole nel suo picaresco impasto ispano-italiano, che la carta stampata riassunse con un lapidario: non volevo che si bruciasse per l'emozione, per la voglia di strafare nella città che aveva visto i successi di suo padre. Era il 13 gennaio 1963, ultima del girone d'andata, con la Juventus prossima a diventare campione d'Inverno.

Quell'episodio lontano mi è ritornato alla memoria, perché quella domenica speravo di abbracciare Sandro, all'epoca ventenne, con quel pathos che soltanto uno che indossava la maglia granata gli poteva riservare. Ma il destino beffardo aveva giocato anche con me, confinato in tribuna, in una fase di turbolenza societaria con l'esonero del tecnico Beniamino Santos.

Lo ritrovai all'ultima di campionato, a scudetto assegnato all'Inter, il primo per Sandro e per l'epoca d'oro interista nel segno del presidente Angelo Moratti. In quella circostanza, il 26 maggio, prima del fischio d'inizio dell'arbitro D'Agostini di Roma, si consumò a San Siro un momento di autentica commozione, in cui la storia diventava magia e da protagonista riscaldava i cuori di più generazioni in un sentimentale passaggio di testimone: la maglia numero 10 di Valentino Mazzola, il capitano degli Invincibili, che Enzo Bearzot consegnava a un emozionatissimo Sandro.

Questa è la Storia con la esse maiuscola. Poi vi è l'altra, piccola e personale storia, che mi ha legato a Sandro nei quattro anni in cui ho lavorato da osservatore dell'Inter, voluto da lui e dal grande Luisito Suarez, all'epoca responsabili dell'area tecnica. Quattro anni straordinari e prestigiosi sotto il profilo del rapporto umano con due grandi del calcio mondiale, interrotti dalla decisione dell'Inter di "liquidare" Sandro, una delle sue bandiere.

Ma il destino, in questo caso, fece girare la ruota della fortuna nel verso giusto. Fu una telefonata di Antonio Comi a riportarmi nell'orbita Toro, dopo gli anni trascorsi da secondo con Gigi Radice nell'era Pianelli. La società granata, nelle mani del presidente Aghemo, doveva riorganizzare il settore giovanile e per il mio passato di tecnico della Primavera sembrò naturale chiedermi un parere, che si allungò fino a scivolare sulla necessità di prendere contatti per la figura di direttore sportivo e allenatore. Feci i nomi di Sandro Mazzola e Gigi Simoni, ed entrambi arrivarono al Toro. Di lì a poco tempo, era il Duemila, subentrò alla presidenza Francesco Cimminelli ed io fui assunto in qualità di osservatore. Una piccola storia condivisa con un grande uomo, Sandro Mazzola.

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