Uomo e robot guerrieri, il limite che non può essere oltrepassato
di Antonio Nicolosi*

Ho letto con attenzione l’articolo di Lanfranco Peyretti, “Robot-soldati e soldati-robot, visione ‘indolore’ della guerra”,[1] nel quale l’autore affronta uno dei temi più delicati del nostro tempo: l’evoluzione tecnologica applicata alla guerra e il rischio che l’intelligenza artificiale possa trasformare il combattente in un semplice esecutore di istruzioni.
Il ragionamento proposto da Peyretti pone una questione che va ben oltre il progresso tecnologico. Il vero interrogativo non è infatti soltanto quanto saranno sofisticati i robot capaci di combattere, ma chi sarà responsabile delle decisioni che quei sistemi assumeranno sul campo di battaglia. Un drone, un sistema autonomo o un futuro robot umanoide possono essere programmati per riconoscere un obiettivo, analizzare un contesto e reagire in pochi istanti. Ma una macchina non possiede una coscienza morale. Non conosce il valore della vita umana, non prova pietà, non comprende il significato della resa e non può assumersi una responsabilità etica. Ed è proprio qui che il progresso tecnologico impone una riflessione. La guerra rischia di diventare apparentemente più distante dall’uomo proprio mentre diventa più precisa e tecnologicamente sofisticata. Premere un pulsante a migliaia di chilometri di distanza può sembrare molto diverso dal trovarsi davanti a un essere umano. Ma le conseguenze di quella decisione restano terribilmente concrete.
Peyretti richiama inoltre la figura del “soldato-robot” umano, cioè dell’uomo trasformato in esecutore attraverso l’obbedienza assoluta e la progressiva perdita della propria capacità critica. È un passaggio sul quale vale la pena riflettere. La disciplina militare è indispensabile. L’ordine è parte integrante dell’organizzazione delle Forze armate. Ma disciplina e obbedienza non possono significare cancellazione della responsabilità individuale. Il soldato non è una macchina. Ed è proprio questa differenza che dovrebbe essere preservata anche nell’era dell’intelligenza artificiale.
La tecnologia può assistere il militare, proteggerlo, aumentare le sue capacità operative e persino ridurre alcuni rischi. Ma quando la tecnologia arriva al punto di decidere autonomamente della vita o della morte di una persona, la questione non è più soltanto militare o tecnologica. Diventa giuridica, etica e profondamente umana. Per questo il dibattito sui robot-soldati non può essere liquidato come una semplice prospettiva futuristica. Occorre stabilire con chiarezza dove debba fermarsi l’autonomia delle macchine e dove debba necessariamente rimanere la responsabilità dell’uomo. Perché una macchina può eseguire un ordine. Un uomo, invece, deve anche poter comprendere il significato di ciò che sta facendo. E forse è proprio questa la differenza che non dovremmo mai permettere alla tecnologia di cancellare.
*Segretario generale UNARMA Associazione sindacale carabinieri
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