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War requiem, una musica calata nell'orrore della realtà di oggi

20 ore fa
Tempo di lettura: 5 min

Con le note di Benjamin Britten l'apertura all'Auditorium Rai di Torino di MITO2026. La manifestazione prosegue stasera (ore 20) sabato 12 settembre con la prima assoluta di un'opera di Paola Prestini e musiche di Britten e Felix Mendelssohn-Bartholdy. A dirigere l'orchestra Nazionale della Rai Michele Mariotti

di Marcello Croce


Grandiosa fu la cattedrale musicale, che alla presenza delle rovine di quella in pietra rasa al suolo dai bombardamenti tedeschi del 1940, venne elevata dal compositore Benjamin Britten nel lontano 1962, quando ricevette l’incarico di inaugurare la nuova cattedrale con una composizione sinfonico-vocale che assunse altresì un significato altissimo di riconciliazione nella pietà condivisa del Requiem.

Basta pensare che per le parti soliste (soprano, tenore e baritono) Britten aveva cercato artisti che rappresentassero le nazionalità degli ex-nemici (russa, inglese e tedesca).[1]

Ed è stata una tale cattedrale sinfonica e vocale, nella serata di lunedì 7 settembre, a inaugurare all’Auditorium Rai di Torino – e quanto degnamente! – il ventennale di MITO Settembre Musica. Una scelta straordinaria e quanto mai opportuna, che ha rinnovato – del Requiem di Britten - il significato originario e genuino, rivolto alle ombre che oggi s’allungano su un mondo nel quale gli strumenti di annientamento di interi popoli stanno spazzando via tutte le antiche e recenti forme di limitazione della guerra e stanno applicando la stessa regola che da tempo è legge dell’economia mondiale: il diritto di preda.


Struggente, affascinante l’invenzione di Britten

L’architettura di questo Requiem si alterna in due forme distinte, tra loro tuttavia intrecciate: da un lato l’antico testo liturgico latino, dall’altro i versi tratti da nove poesie di Wilfred Owen, il giovane poeta nativo delle East Midlands inglesi, caduto sul fronte franco-tedesco nel 1918 pochi giorni prima della fine della guerra.

Britten unisce così due tradizioni lontane tra loro e nello stesso tempo intimamente connesse nel portare alla musica e nella parola il mistero tremendo della morte: la speranza senza misura e la disperazione senza misura, la liturgia della resurrezione e del giudizio divino, e l’insensatezza del soccombere nel massacro di vite umane. L’effetto sorprendente cercato da Britten (anche e soprattutto in senso musicale) consiste nel drammatico alternarsi dialogico fra questi due orizzonti di senso, avviene nell’urto senza soluzione di due infiniti.

Si pensi allo scenario finale, allorché il grande coro a tutta orchestra intona “Libera me, Domine, de morte æterna”: a questo punto Britten fa immediatamente eseguire il testo di quella lirica straordinaria, di Owen, che è Strange meeting (Strano incontro). In una scena dantesca il poeta esordisce: “Mi parve di esser sfuggito alla battaglia // In una profonda galleria buia”. Lì, tra dormienti o cadaveri ammassati “uno balzò su, e mi fissò // Riconoscendomi afflitto negli occhi sbarrati […] // E dal suo sorriso riconobbi quel luogo tetro, //  Dal suo sorriso morto seppi che ci trovavamo all’Inferno.”.

L’uomo che egli incontra è il nemico che lui ha ucciso il giorno prima, il nemico tedesco. Il loro dialogo anima la poesia del senso nostalgico della vita. Parlano di ciò che hanno perduto e della pietà per ciò che non potranno mai più esprimere, mai più raccontare.

Perché la mia allegria avrebbe potuto allietare molti, //  E del mio pianto qualcosa sarebbe rimasto //  Che adesso deve morire. Intendo la verità non detta, // La pietà della guerra, la pietà distillata dalla guerra.”.

Da ultimo il compagno morto gli svela chi sia.

Ti ho riconosciuto in questo buio: così mi guardavi accigliato  //   Ieri mentre mi attraversavi  //  con il pugnale e mi uccidevi. //  Ti schivai, ma con riluttanti e fredde mani. //  Ora dormiamo…”.

Questi ultimi versi di Owen, in un’armonia dolcissima, si fondono con l’Antifona finale del Requiem, In paradisum deducant te angeli; in tuo adventu suscipiant te martyres ..


La lezione dei war poets

Il grande compositore inglese, del resto, aveva incontrato nei war poets la voce di una generazione che nel corso della guerra aveva opposto una sorta di controcanto, non confondibile con l’oratoria spesso acrimoniosa del pacifismo. Questi poeti – in Italia pensiamo alle voci di Ungaretti, di Rebora, di Jahier, in Francia a quella di Drieu La Rochelle e al Céline del Voyage, in Germania a quella di Trakl – attraverso l’orrore conobbero un più profondo senso del destino umano: quasi fosse la prossimità della morte a illuminare la vita. In Inghilterra questi poeti furono Rupert Brooke, Richard Aldington (amico di Pound, di T.S.Eliot), Julian Grenfell, Siegfried Sassoon, Isaac Rosenberg e altri, tra cui si distingue in particolare Wilfred Owen.[2] Tutti vissero l’esperienza dei campi di battaglia dove, tranne Sassoon, trovarono la morte.

Ora, l’assurdo e l’orrore non potevano certo venire espressi in poesia col linguaggio e le forme del lirismo sensuale dell’epoca del tardo vittorianesimo. Il maestro, ora, era Ezra Pound con l’antiretorica assoluta dell’imagismo e del vorticismo, così prossimi alla rivoluzione futurista.

Bent double, like old beggars under sacks” (Piegati in due, come vecchi mendicanti sotto sacchi), scrive per esempio Owen in una poesia che si riporta a  Orazio, e dice “My friend, you would not tell with such high zest //  To children ardent for some desperate glory, //  The old Lie: Dulce et decorum est // Pro patria mori.”.[3]

Non fu certo un caso se poi Ezra Pound, nel famoso poema Hugh Selwin Mauberley, riprese di Owen  quella citazione amara e ironica. Così Pound:

Died some, pro patria, //  non ‘dulce’ non ‘et decor’”.[4]

In definitiva questi poeti di guerra, e nella fattispecie Wilfred Owen, fecero della parola poetica lo smascheramento delle ragioni della guerra, perché riuscirono a esprimere l’infinita sproporzione che oppone alla carne umana la violenza meccanica, al sentire personale la spersonalizzazione delle masse mandate al massacro.

Ma vi è di più, perché questi war poets della prima guerra mondiale (per quanto riguarda la seconda, pesarono invece i mezzi di censura che impedirono ovunque di esprimere giudizi al di fuori della narrativa ufficiale) ne misero a nudo la natura economico-finanziaria, lo scopo per il quale vennero sacrificate milioni di giovani vite (Pound riassunse il tutto dettando usury age-old and age-thick // and liars in public places).[5]

In questo nostro 2026 impera l’informazione, e l’informazione spesso è angosciosa; dice di città rase al suolo, di massacri di bambini, alludendo a veri e propri genocidi. L’apertura inaugurale del MITO 20 all’Auditorium di Torino non poteva avere evento musicale più idoneo a condurci nel profondo del nostro tempo, e più distante da edonistici compiacimenti adatti a epoche più inclini all’oblio. L’esecuzione del War Requiem di Benjamin Britten non è stata un modo per dimenticare, ma il richiamo a restare radicati alla terra.

 

                                                                          

 Note


[1] Leggo nella recensione di Oreste Rossini, da cui traggo queste notizie, che la soprano Galina Višneskaja, moglie del violoncellista russo Rostropovich, alla fine non ottenne il permesso del regime sovietico.

[2] Vedi in proposito il lungo intervento di Francesco Soriano intitolato “Poesie dal fronte” (in “Carmilla” del 20 dicembre 2022), scritto a commento della bellissima traduzione di Paola Tonussi (War Poets – Nelle trincee della Prima guerra mondiale, Edizioni Ares, Milano, 2022) .

[3] “Amico mio, tu non racconteresti con un simile entusiasmo // ai bambini ardenti per un po' di gloria disperata, // l'antica Menzogna: Dulce et decorum est // Pro patria mori.”.

[4] “Morivano alcuni, pro patria, // non ‘dulce’  non ‘et decor’.

[5] Dal Mauberley, “usura antica di scorza e d’età // e bugiardi nei pubblici poteri” (trad. G. Giudici).

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