Via dalla via della guerra, imbocchiamo strade di pace
Nuovo appello da Assisi nelle giornate di incontri promosse dalla Comunità di Sant'Egidio a quarant'anni dalla storica giornata voluta da Giovanni Paolo II
di Pier Giuseppe Accornero

La città di San Francesco è tornata a riunire dal 25 al 27 ottobre centinaia tra rappresentanti delle grandi religioni, esponenti della cultura, della società civile e delle istituzioni con un unico scopo: riaffermare il valore del dialogo in un mondo dove la guerra è tornata strumento della politica internazionale. E Papa Leone XIV ha inviato ieri un videomessaggio ai leader religiosi presenti all’appuntamento di Sant’Egidio ad Assisi nel 40° anniversario dalla Giornata di preghiera per la pace voluta da Giovanni Paolo II, ribadendo che nessuna guerra può mai essere giustificata o combattuta nel nome di Dio: “La pace deve tornare a essere l’ideale comune dei popoli". Parole che erano già risuonate all’Angelus di domenica 25 ottobre 2026, quando il Pontefice si è richiamato all’incontro internazionale «Pace disarmata e disarmante», promosso dalla Comunità di Sant’Egidio: «Che il Signore ispiri scelte di dialogo e di pace» è stato il suo appello.
Zuppi: "Le religioni disarmano i cuori"
Sul ruolo delle religioni nella costruzione della pace interviene il cardinale arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana: «A maggior ragione è un ringraziamento per la profezia di San Giovanni Paolo II. Non si tratta di teoria ma quello fu un incontro che ha permesso tanti altri incontri». Da allora sono cambiate le sfide: «Allora c'era ancora il Muro; oggi c'è una guerra diffusa, per questo è ancora più necessario che le religioni offrano insieme un segnale di pace fondamentale nella speranza di ridurre e di sconfiggere la guerra. Le religioni fanno vedere la possibilità della pace, indicano delle vie di pace, disarmano i cuori e li preparano all’incontro, e possono spingere i reggitori dei popoli a scegliere la pace».
Il presidente Sergio Mattarella: "L'inerzia è ingiustificabile"
Il richiamo alla responsabilità condivisa arriva dal messaggio del capo dello Stato Sergio Mattarella: «Quello fu un evento profetico». E la Comunità di Sant'Egidio mantiene vivo quello spirito «mentre guerre, diseguaglianze, volontà di potenza e di dominio pesano sulla storia. Di fronte a conflitti, ingiustizie, povertà, sopraffazioni, l'inerzia è ingiustificabile e nessuno è dispensato dal compiere la propria parte». Concorda Andrea Riccardi, fondatore di Sant'Egidio: «La pace è sparita dall'orizzonte mentre si afferma sempre più che la guerra è la compagna naturale della storia». Nel 1986, nonostante la Guerra fredda e i rischi di un conflitto atomico, la pace era al centro delle politiche internazionali. Di fronte alla riabilitazione ideologica e pratica della guerra come strumento di politica internazionale, i credenti sono disarmati ma non rassegnati. Il dialogo disarma il linguaggio; la preghiera ottiene quella pace, che gli uomini non sanno darsi».
Le religioni per una pace disarmata e disarmante
Per Marco Impagliazzo, presidente della Comunità, «il valore di questi incontri è proprio immaginare la pace e percorsi di dialogo», come è successo in Mozambico, Guatemala, Repubblica Centrafricana: «Tante cose cambiano se c'è dialogo e incontro». Intervengono il politologo Olivier Roy, il ministro indonesiano per gli Affari religiosi Nasaruddin Umar, il gran rabbino di Francia Haïm Korsia e il rappresentante del buddismo Tendai giapponese Gijun Sugitani. Tradizioni religiose differenti convergeno su un unico, grande obiettivo: la pace. Per Umar «il dialogo non basta più. Dobbiamo passare dalle belle parole ad azioni concrete perché la pace comincia quando disarmiamo il cuore». Il gran rabbino Korsia: «La pace non è semplice assenza di guerra e richiede giustizia, fiducia e rispetto della dignità umana. Occorre andare incontro alla pace». Il buddista Sugitani informa che in Giappone dal 1987 ci sono incontri annuali di preghiera per la pace. Un cammino alimentato dalla convinzione che è possibile costruire «la globalizzazione della pace».
Il grido del Sudan e dell’Africa
Social, giornali e televisioni tacciono sulla tragedia del Sudan. L’attivista Al-Karib la definisce «la più grave crisi umanitaria al mondo della quale non tutti sono consapevoli». Un anno fa si compiva il massacro di El Fasher (Darfur settentrionale). L’Onu documenta che l’assedio delle Forze di Supporto Rapido provocò almeno 6 mila cadaveri abbandonati nelle strade: gesti che sono crimini contro l'umanità, pulizia etnica e genocidio. A un Occidente sordo e distratto, l’attivista sudanese denuncia le uccisioni dei civili, le persecuzioni etniche, gli stupri, le sparizioni forzate e la riduzione in schiavitù di donne e ragazze. E Leone XIV esorta: «Preghiamo per la pace perché mai come oggi è evidente che le guerre seminano morte e distruzione, impoveriscono e danneggiano il mondo».











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