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"Orsini vede l’emergenza competente, ma la vera sfida è la dignità del lavoro"  

10 ore fa
Tempo di lettura: 5 min

Un commento sulle recenti affermazioni del Presidente di Confindustria

di Savino Pezzotta


L’intelligenza artificiale sta entrando nelle imprese italiane con una velocità che fino a pochi anni fa sembrava impensabile. Eppure il dibattito continua a concentrarsi quasi esclusivamente sugli strumenti: quanti algoritmi vengono adottati, quanti dati vengono elaborati, quanto aumenta la produttività. Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini in diverse dichiarazioni, individua nella carenza di competenze uno dei principali ostacoli alla diffusione dell’IA. È un’osservazione condivisibile. Ma non basta. Perché il problema non è soltanto come portare l’intelligenza artificiale nelle imprese. Il problema è capire quale posto avrà il lavoro umano nell’economia che sta nascendo.


Nel 2026 non siamo più davanti a una tecnologia del futuro...

L’intelligenza artificiale è già dentro le fabbriche, gli uffici, la logistica, i servizi e la pubblica amministrazione. Le rilevazioni più recenti mostrano una diffusione crescente dell’IA nelle imprese italiane, pur con un ritardo rispetto alla media europea e con profonde differenze tra grandi aziende e PMI. Da mesi sentiamo ripetere che l'Italia deve colmare il divario con Germania e Francia. Che servono investimenti, infrastrutture digitali e nuove piattaforme tecnologiche. Tutto vero. Ma c'è una domanda che rimane sullo sfondo: chi beneficerà di questa trasformazione?

L'innovazione viene spesso raccontata come una gara tecnologica. In realtà è una scelta sociale. Riguarda il modo in cui verranno distribuiti il potere economico, il reddito e il tempo di lavoro. Essere favorevoli o contrari all’intelligenza artificiale è ormai una discussione superata. L’IA si diffonderà comunque. La questione decisiva è chi governerà questo cambiamento e secondo quali criteri. Per anni ci hanno detto che il dato è il nuovo petrolio. Ma il paragone è sbagliato. Il petrolio si estrae dal sottosuolo. I dati nascono dal lavoro umano. Dietro ogni database ci sono lavoratori, tecnici, progettisti, impiegati, operai. Dietro ogni algoritmo ci sono conoscenze costruite in anni di esperienza.


La forza dell'industria italiana non risiede soltanto nelle macchine o nei software...

Risiede soprattutto nell'accumulo di saperi, competenze e professionalità. È questo patrimonio che ha fatto dell'Italia una delle principali economie manifatturiere europee. Dimenticarlo significherebbe scambiare lo strumento per il fine. Per questo la formazione è certamente necessaria. Ma ridurla all'addestramento tecnologico sarebbe un errore. Formare non significa soltanto insegnare a utilizzare un software. Significa sviluppare capacità critica, autonomia di giudizio e consapevolezza delle conseguenze che le tecnologie producono nel lavoro e nella società.

I dati mostrano che il divario non riguarda soltanto la disponibilità delle tecnologie. Riguarda la capacità di comprenderle e governarle. Le grandi imprese investono molto più delle PMI nella formazione digitale e nelle competenze specialistiche. È qui che rischia di aprirsi una nuova frattura produttiva e sociale.


Ma il nodo centrale non è questo...

La domanda che nessuno sembra voler affrontare è un’altra: se l'intelligenza artificiale renderà le imprese più efficienti e produttive, chi si approprierà della ricchezza generata? Le stime dell'OCSE indicano che l’intelligenza artificiale potrebbe contribuire in modo significativo alla crescita della produttività nelle economie avanzate nel prossimo decennio. È una prospettiva che entusiasma investitori e imprese. Ma la storia economica insegna che l'aumento della produttività non si traduce automaticamente in maggiore benessere collettivo.

Se i guadagni prodotti dall'intelligenza artificiale finiranno soltanto nei bilanci aziendali e nei dividendi distribuiti agli azionisti, la tecnologia diventerà un potente fattore di disuguaglianza. Se invece una parte di quel valore verrà redistribuita attraverso salari più alti, partecipazione dei lavoratori, formazione continua e riduzione dell'orario di lavoro, allora l’IA potrà diventare un'opportunità per tutti.

 

Qui emerge una seconda questione spesso rimossa...

Se le nuove tecnologie produrranno più profitti, maggiore valore per gli azionisti e, contemporaneamente, meno lavoro e meno reddito per una parte crescente della popolazione, sarà inevitabile aprire una discussione sulla redistribuzione della ricchezza generata dall'automazione.

L'idea di un reddito universale incondizionato continua a suscitare interesse, ma presenta evidenti criticità rispetto a una Costituzione che pone il lavoro a fondamento della Repubblica. Per questo merita attenzione una proposta diversa: un reddito sociale per i caregiver, capace di riconoscere economicamente le attività di cura, assistenza e sostegno che tengono insieme famiglie e comunità. Non una rendita scollegata dalla partecipazione sociale. Al contrario, il riconoscimento di un lavoro reale che oggi resta in gran parte invisibile, pur generando un valore sociale immenso.

La questione non è teorica. Secondo l'Organizzazione Internazionale del Lavoro, un lavoratore su quattro nel mondo opera in occupazioni esposte, in misura diversa, agli effetti dell’intelligenza artificiale generativa. Gli studi più recenti indicano tuttavia che l'effetto più probabile non sarà la scomparsa del lavoro, bensì la sua trasformazione. È esattamente per questo che servono nuove tutele, nuove forme di partecipazione e nuovi strumenti di redistribuzione.


Dovrebbe tornare al centro del dibattito la riduzione dell’orario di lavoro...

Da oltre un secolo il progresso tecnologico promette di liberare tempo umano. Oggi questa promessa può finalmente diventare una scelta politica concreta. Se una macchina compie in pochi minuti attività che richiedevano ore di lavoro umano, il beneficio non può essere assorbito interamente dal capitale. Deve tradursi anche in più tempo libero, migliore qualità della vita e migliori condizioni di lavoro.

Riduzione dell'orario e riconoscimento economico del lavoro di cura rappresentano probabilmente le due risposte più coerenti alla rivoluzione dell'intelligenza artificiale. La prima redistribuisce il lavoro disponibile. La seconda riconosce il valore di attività essenziali che il mercato continua a ignorare.

L'Europa ha oggi una scelta davanti a sé. Può limitarsi a rincorrere Stati Uniti e Cina nella competizione tecnologica oppure costruire un modello diverso, fondato sulla centralità della persona. Non è una questione ideologica. È una scelta di lungimiranza economica e democratica. Lo ricorda indirettamente anche la stessa Commissione Europea, che continua a segnalare il divario tra crescita occupazionale e stagnazione della produttività in Italia. Per questo il tema sollevato da Emanuele Orsini non può essere ridotto alla mancanza di competenze. La vera questione è chi controllerà i benefici dell'intelligenza artificiale e con quali regole verranno distribuiti.


Nel 2026 la discussione non è più tecnologica...

È sociale, economica e democratica. Se l'intelligenza artificiale servirà soltanto ad aumentare i profitti e il valore per gli azionisti, lasciando dietro di sé lavoratori più deboli, salari compressi e nuove forme di esclusione, il problema non sarà la tecnologia. Sarà il modello di società che avremo scelto di costruire. Se invece i guadagni di produttività verranno utilizzati per aumentare i salari, ridurre l'orario di lavoro, sostenere il lavoro di cura e allargare la partecipazione alle decisioni economiche, allora l'intelligenza artificiale potrà diventare uno strumento di progresso civile oltre che tecnologico.

La domanda, in fondo, è semplice. Quando le macchine produrranno più ricchezza, quella ricchezza andrà a tutti o soltanto a pochi?

È su questa risposta che si misurerà il valore della rivoluzione dell'intelligenza artificiale. Non dalla potenza degli algoritmi. Non dalla velocità dei processori. Ma dalla capacità di garantire più dignità, più libertà e più giustizia sociale. Perché una democrazia che produce tecnologia senza distribuire i suoi benefici non innova davvero. Semplicemente trasferisce ricchezza dal lavoro al capitale. E questa non è modernizzazione. È una regressione sociale travestita da innovazione.

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