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Sicurezza. Comprendere il disagio non riduce la responsabilità

1 giorno fa
Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 23 ore fa

di Antonio Nicolosi*


L’articolo di Maria Teresa Fenoglio e Alice Milano[1] pone una questione importante: il ruolo degli adulti, della scuola e delle istituzioni nella crescita degli adolescenti. Ma proprio da questa riflessione nasce una domanda che non possiamo eludere. Mentre cerchiamo di comprendere le cause del disagio giovanile, chi si occupa concretamente delle vittime della violenza e del diritto dei cittadini a vivere senza paura?

Spaccare le vetrine, devastare i negozi e trasformare le strade in luoghi di paura non sono semplicemente manifestazioni di fragilità adolescenziale. Sono comportamenti che possono costituire reati e che richiedono una risposta concreta e proporzionata.

Comprendere le cause di un fenomeno è necessario. Ma spiegare non significa giustificare, né relegare in secondo piano la responsabilità individuale. Il disagio sociale può contribuire a spiegare determinati comportamenti, ma non cancella le conseguenze delle proprie azioni.

E le vittime? Sono commercianti che vedono distrutto il frutto del proprio lavoro, famiglie che rinunciano a frequentare determinate zone, cittadini che chiedono soltanto di passeggiare tranquillamente nella propria città. Anche queste persone fanno parte della società di cui parliamo. La loro paura non può diventare un elemento secondario di un dibattito concentrato soprattutto sulle fragilità di chi commette atti di violenza.

Maria Teresa Fenoglio e Alice Milano richiamano giustamente la necessità di adulti credibili, capaci di introdurre limiti, sostenere i conflitti e chiedere conto dei comportamenti. Condividiamo questa impostazione. Ma proprio per questo chiediamo che tali principi trovino applicazione concreta. Un adulto autorevole non si limita ad ascoltare e comprendere. Sa anche stabilire regole, farle rispettare e spiegare che ogni scelta comporta delle responsabilità. Educazione e prevenzione sono indispensabili, ma devono accompagnarsi a interventi tempestivi e a conseguenze certe e proporzionate per chi commette reati.

Investire nella scuola, negli educatori e nelle politiche sociali è fondamentale. Non è però una risposta sufficiente quando la violenza si è già manifestata. Servono anche tutela delle vittime, sostegno a chi ha subito danni e percorsi di responsabilizzazione per chi li ha provocati. Una cosa non esclude l’altra. C’è poi il tema delle cosiddette seconde generazioni. Anche qui occorre evitare ogni generalizzazione, ma senza trasformare un argomento legittimo in un tabù. Discutere delle origini, dell’integrazione e delle difficoltà di appartenenza non significa automaticamente discriminare. Significa affrontare questioni sociali che meritano un confronto serio, libero da pregiudizi ma anche da censure preventive.

Nessuno deve essere giudicato colpevole per le proprie origini. Allo stesso modo, nessuno deve essere sottratto alla valutazione delle proprie condotte per paura di apparire discriminatori. Le origini non determinano la criminalità: sono i comportamenti individuali a dover essere valutati, senza pregiudizi e senza giustificazioni legate alla provenienza. Il punto, dunque, non è scegliere tra inclusione e rispetto delle regole. È smettere di presentarli come alternativi. Una società inclusiva deve offrire opportunità, ma deve anche pretendere il rispetto dei diritti altrui.

Chi vuole costruire il proprio futuro deve trovare porte aperte; chi lede la libertà e la sicurezza degli altri deve assumersi le proprie responsabilità. Per questo riteniamo insufficiente fermarsi alla fragilità del mondo adulto. La fragilità va affrontata, certo, ma anche la perdita di autorevolezza delle istituzioni, la percezione di impunità e l’insicurezza dei cittadini meritano la stessa attenzione. Basta con ogni forma di buonismo che, nel tentativo di comprendere tutto, finisca per attenuare il peso delle responsabilità.

Non chiediamo punizioni indiscriminate né risposte dettate dalla rabbia. Chiediamo interventi efficaci, conseguenze proporzionate e attenzione concreta per chi subisce la violenza. Il diritto alla sicurezza non deve essere contrapposto al diritto di ricevere aiuto e opportunità: entrambi sono fondamentali per una società civile. Una società matura non è quella che sceglie tra comprendere e punire. È quella che sa prevenire, educare, proteggere le vittime e responsabilizzare chi sbaglia. Il disagio merita ascolto. La violenza richiede responsabilità. E nessun cittadino dovrebbe essere costretto a rinunciare alla propria libertà per paura.

*Segretario generale Unarma Associazioni Sindacale Carabinieri


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