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Un libro per voi: "Stiamo tornando al Medioevo"

12 ore fa
Tempo di lettura: 4 min

a cura di Piera Egidi Bouchard


“Stiamo tornando al Medioevo” è una “frase fatta - nota l’autore di questo importante libro, Giuseppe Sergi, medievista di professione – che dovrebbe infastidire tutti, ma è evidente che dispiace soprattutto a chi il Medioevo lo studia e tenta di insegnarlo”. Perciò appunta il suo sguardo critico, - in questa che è stata giustamente e autorevolmente definita la nostra “era dell’incompetenza” - nei tanti luoghi comuni che definiscono questo lontano millennio di profonde trasformazioni. “Complessivamente prevale nelle conoscenze correnti – nota – “un medioevo ‘immaginario’ che finisce col cancellare quello reale. In anni relativamente recenti si è sviluppato giustamente, come campo di ricerca a sé stante, lo studio del ‘medievalismo’, cioè l’indagine sui fattori che, in particolare dall’Ottocento romantico in poi, hanno determinato e determinano quell’immaginario, sulle mode, le nostalgie, gli esorcismi e le false interpretazioni: è certo un pezzo di storia della cultura che ha una sua autonomia e che è giusto sia approfondito”. Nulla sfugge alla ricerca storica! - viene da commentare -.


Fuga dai luoghi comuni

Sergi invece si propone di attuare semplicemente delle “correzioni” - così le definisce -su “ciò che il millennio medioevale ha davvero contenuto”. E così demolisce la nostra visione tradizionale consolidata nel tempo e trasmessa, non solo in tanti manuali di storia, ma anche in programmi televisivi o sulla rete, persino nelle notizie che in genere attingiamo da internet e che riteniamo “sicure”: perché la visione del Medioevo “generata dall’ Umanesimo e poi circostanziata dall’Ottocento alla metà del Novecento continua ad essere quella dominante”.[1]

Dopo una dotta e minuziosa “pars destruens”, come si conviene a uno studioso di rango, c‘è poi una illuminante visione “politica” che riassume il tema di volta in volta affrontato, e ce lo esplicita.  Ad esempio, la “piramide feudale” immagine cara a tutti noi dai ricordi della scuola - Sovrano, Vassalli, Valvassori, Valvassini, Milites – non esisteva proprio. Ma persiste nel tempo, perché piace “a destra” per “nostalgia di anni di ordinati poteri delegati da Dio, ed è mantenuta ‘da sinistra’ da chi pensa che la rivoluzione francese abbia abbattuto un sistema che non si era creato solo nell’antico regime, ma che era un residuo feudale”. Questo per dirci che l’interpretazione storica non è mai “neutra”, ma che risente dello sguardo con cui s’interrogano gli stessi fenomeni che si analizzano.

È così anche nella concezione della curtis chiusa e autarchica, che “piace ai passatisti che evocano la semplicità della convivenza fra uomini non condizionati dal denaro, ma è anche denunciata – nei funzionamenti che non ha mai avuti – dai progressisti che ne fanno simbolo di ciò che precede il capitalismo, valutato bene dal liberismo e male dal marxismo (…) non a caso entrambe le letture ideologiche insistono su una figura socio-economica, quella dei servi della gleba, che trova scarsi e accidentati riscontri nelle fonti”. Altra demolizione, che può far esclamare – nota Sergi - all’improvvido lettore, come a qualche allievo stupefatto: ma questo non è Medioevo!


No, non è il medioevo studiato a scuola

Il comune medioevale - continuando gli esempi - viene visto, sia nell’interpretazione storica liberale che in quella socialista, come “tappa fondamentale di una rivoluzione borghese. Che cosa trascurano entrambe? – si chiede l’autore – l’origine prevalentemente aristocratica del primo ceto consolare comunale; l’obiettivo scientemente perseguito dalle famiglie mercantili di salire di rango e di adottare stili di vita militari e cavallereschi”.

Viene anche demolita l’interpretazione dell’economia del baratto, lo ius primae noctis, la figura dei vescovi-conti. Non parliamo poi “dell’inclinazione politica di tutto l’Occidente europeo nella tendenza a trovare Saraceni dappertutto, sull’arco alpino e sulle coste marittime, e ad attribuire ad essi saccheggi e devastazioni “mentre “le bande di briganti erano miste, di origine composita, spesso europea e addirittura cristiana. Del resto l’evocazione del non-cristiano era già servita propagandisticamente per esaltare la dinastia carolingia, presentando come decisiva vittoria di Carlo Martello la battaglia di Poitiers del 732, quando probabilmente si era trattato di uno scontro come altri”.

Riguardo poi alla storia ecclesiastica “c’è un aspetto che integralisti cattolici, laici e atei, eruditi di ispirazione confessionale e studiosi anticlericali si sono spesso ostinati a ignorare: il fatto che prima della fine dei secoli XI- XII la chiesa non fosse monarchica, i vescovi non fossero funzionari papali, il pontefice fosse soltanto vescovo di Roma con un primato riconosciuto esclusivamente in campo teologico.”


Un lungo periodo storico da capire

Insomma, ce n’è per tutti, di questo “abuso del medioevo” (e si citano i movimenti più vari, dai dolciniani, agli escartons, ai neocatari): “Il denominatore comune è l’attrazione per la storia ‘misteriosa’, per la sopravvivenza sotto traccia di ispirazioni – elitarie o popolari – volutamente tenute nascoste dalla cosiddetta ‘storia ufficiale’, che poi altro non è che la storia ben fatta, fondata su dati incontrovertibili.”

Le informazioni sbagliate “con la loro tenacia fanno più danni che l’ignoranza (…). Ad esempio – commenta severamente – le manifestazioni in costume, accettabili come puro divertimento, non fanno compiere nessun progresso culturale e hanno spesso il difetto di rendere più indelebili gli errori”. Cercheremo di guardarle con sguardo critico e non solo giocoso quando ci capiterà di goderci qualche multicolore sfilata…

“Certo, il medioevo qui presentato non è quello che serve a chi vi fa ricorso nel discorso pubblico - conclude l’autore – In forme varie serve un medioevo che sia un altrove, in negativo e raramente anche in positivo: l’importante è che sia un altrove. (…) Il Medioevo non è da disprezzare né da amare: è da capire”.



Note     

[1] Giuseppe Sergi, Stiamo tornando al Medioevo, Laterza, 2026

 

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