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Un libro per voi: "Mio padre, tuo padre"

9 ore fa
Tempo di lettura: 4 min

a cura di Piera Egidi Bouchard


Questo libro, coinvolgente e bellissimo[1], inizia con la voce di due figlie, che si raccontano l’un l’altra l’ultima giornata della loro vita: Smadar, a breve quattordicenne - il cui nome significa “fiore che si schiude”, dal Cantico dei Cantici - figlia dell’israeliano Rami Elhanan, che viene uccisa nel 1997 da un attentato palestinese nel centro di Gerusalemme, e Abir, - “profumo di fiore “, di nove anni, figlia di Bassam Aramin, palestinese – alla quale un soldato israeliano spara, nel 2007, dieci anni dopo: “ Vedi, Smadar? - dice quasi simbolicamente la piccola Abir - Anche il mio nome è legato ai fiori, come il tuo”.

Poi c’è la storia della vita dei padri – che ora si chiamano reciprocamente “fratello” - commentata ogni volta dalla voce delle figlie, che in una lettera, riflettono e dialogano. Questa infatti è la storia di un dialogo che sembrava impossibile: i due padri, infatti sono divisi dagli eventi tragici di guerra, da lingua, religione, oltre che dalla ferita della perdita e da un lutto che non si rimargina, e che potrebbe portarli ad odiarsi, a combattersi con le armi, a cercare di vendicarsi infliggendo altre morti, altri lutti. E invece: il loro è un itinerario spirituale, di trasformazione profonda.

Bassam conosce giovanissimo il carcere, per sette lunghi anni, ma lì comincia il suo “percorso di conoscenza”: studia la storia e l’identità dei suoi nemici: “Quando ho visto i primi film sulla Shoah, pensavo che l’Olocausto fosse una grossa bugia. Ma poi mi sono ritrovato a piangere per quelle persone innocenti.” Uscito dal carcere, entra in contatto con un gruppo di refuseniks, ex soldati israeliani che rifiutano di prestare servizio in Palestina o nei territori occupati, e tra questi conosce Elik, il figlio di Rami, e quindi poi anche il padre: “Riuscite a immaginare un primo incontro tra persone che si sono sempre considerate nemiche mortali? Ci siamo odiati per davvero tanto tempo, e abbiamo fatto del nostro meglio per eliminarci a vicenda.” Ma infine i due padri imparano a conoscersi e decidono di lavorare insieme, chiamando il loro gruppo “Combattenti per la pace”, e iniziando a tenere conferenze in Israele e Palestina. La morte della piccola Abir sprofonda la famiglia palestinese nel lutto, ma Rami e sua moglie gli sono vicini, e Bassam decide di unirsi con lui al Parents’ Circle, di cui fanno parte centinaia di famiglie, israeliane e palestinesi, che hanno perso una persona cara: “Ora so che la migliore vendetta è quella che non viene consumata. Lavoriamo insieme perché amiamo i nostri figli e abbiamo l’autorità morale di farci sentire, di dire basta al sangue e alle uccisioni.”  E riflette: “Qual è la magia che unisce me e Rami? Ancora una volta,il rispetto.” Infine, rivolgendosi ai giovani lettori, a cui consiglia di imparare per prima cosa il rispetto, appunto, consiglia “Se siete in dubbio, pensate alle nostre storie, quella di Rami e la mia. Siamo la prova che è possibile vivere insieme in pace”.

Rami ha combattuto nell’esercito israeliano, condizione che gli ha lasciato “ferite profonde”, e l’uccisione della figlia Smadar oltre al dolore gli fa porre delle domande, superando l’istinto della vendetta: “Uccidere qualcuno la riporterà indietro? Causare altro dolore allevierà in qualche modo questo strazio insopportabile?. La risposta è no”. L’ incontro con il fondatore del Parents’Circle, l’ebreo ortodosso Yitzhak Frankenthal gli apre una nuova prospettiva: “Ho visto famiglie palestinesi colpite dal lutto venire verso di me, stringermi la mano in segno di pace, abbracciarmi e piangere insieme a me… ne sono stato profondamente commosso e stupito!” Da questo cambiamento deriva una convinzione forte: “Ucciderci per la Terra Santa non è il nostro destino. Possiamo cambiarlo! Possiamo spezzare una volta per tutte questa catena senza fine di violenza, e l’unico modo per farlo è semplicemente quello di parlarsi. Non finirà finchè non ci parliamo”.

Infine c’ è l’incontro con Bassam, in cui “abbiamo iniziato ciascuno un viaggio nella terra dell’altro”. Così i “due fratelli” iniziano a tenere centinaia di incontri nelle scuole israeliane e palestinesi:“ E diciamo ai ragazzi che abbiamo il sangue dello stesso colore, che il nostro dolore è lo stesso, le nostre lacrime altrettanto amare. Andiamo in giro per il mondo a portare il nostro messaggio di pace”.

Questo messaggio l’hanno portato anche qui a Torino, più volte, e un intero quartiere, San Salvario, con la sua storica sezione dell’Anpi, la “Nicola Grosa” ha potuto conoscerli e ascoltarli, e farsi portavoce delle loro istanze, con un movimento “dal basso” che li candida al premio Nobel per la pace.

“Cara Abir- scrive nella sua ultima lettera l’ebrea Smadar – mio padre prende forza dal tuo e al suo cuore nessuno è più caro del suo fratello Bassam. Sono come dita della stessa mano, non possono stare l’uno senza l’altro. Loro amano dire che sono diversi in tutto e per tutto e che la magia che li fa andare d’accordo è il rispetto. Insieme si prendono cura sia del bene degli israeliani sia di quello dei palestinesi.”

“ Cara Smadari- conclude la piccola palestinese Abir – hai ragione. Insieme riusciranno ad abbattere il muro dell’odio.”


Note

[1] Carola Benedetto, Luciana Ciliento, Mio padre, tuo padre- Due uomini contro l’odio del conflitto israelopalestinese, De Agostini, 2025

 

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