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Sicurezza e paure dei cittadini: curare il sintomo non guarisce

A proposito della richiesta di presidi militari nelle città


di Guido Tallone e Nicola Rossiello


Confondere il sintomo con la diagnosi è il classico errore a cui ci porta lo schematismo. Sempre. Vale sul versante sanitario dove è noto che l’analgesico silenzia il male, ma non risolve il problema. È così anche sul piano educativo. Dietro ogni trasgressione del minore, c’è – sempre – una forte e silenziosa richiesta di aiuto a crescere, a cambiare e a dare senso alla legalità e alle regole che gli appaiono come un peso. La “sola” sanzione non è in grado di innescare il cambiamento in chi sbaglia. È necessario anche quell’autorevole accompagnamento (affettivo e motivazionale) che si chiama educare e, obbligatoriamente, educare insieme.

Sul piano sociale le cose non vanno diversamente. La paura di chi abita in contesti degradati è legittima e sacrosanta. Va ascoltata e prese in seria considerazione. Sempre. E crediamo che nessuno abbia mai detto il contrario. Questo però è il “sintomo” che il cittadino avverte, sperimenta e registra sulla sua pelle quando si vede alle prese con marginalità fuori controllo e non governate dalle forze dell’ordine.

E sull’ascolto di questo sintomo siamo tutti d’accordo. Dove si nasconde – però – l’errore, a nostro modesto avviso, quando si decide di rispondere a questa legittima paura? Nell’illudere il cittadino, in questo caso il signor Motta, che abita in Barriera di Milano a Torino, da cui sono partite multiple riflessioni [1], che a quella condizione di disorientamento e di timore si possa dare una risposta in tempi rapidi, risolutivi e soprattutto con soluzioni concrete e definitive.

È normale che il cittadino esasperato da un degrado urbano che gli ruba la forza di vivere chieda, sotto casa, “un presidio fisso dell’esercito”. In effetti, chi intervista lo annota: “ma in qualche modo sembra non crederci nemmeno lui”. Ma perché lui stesso avverte frammenti di “sfiducia” in una soluzione nata da un vissuto emotivo e intuita come poco efficace e non risolutiva? Perché intuisce che il militare sulla porta di casa è una risposta (parziale, provvisorie e limitata nel tempo) che risponde al “sintomo”, ma che – allo stesso tempo – non ha nulla a che vedere con una diagnosi verosimile.

Nessuno chiede a chi ha paura ad uscire di casa di aver pazienza “perché il problema è complesso”. Ma non si può nemmeno dire all’interessato di Barriera di Milano che i militari sotto casa lo aiuteranno a vivere meglio. Anche perché quando la politica perde la capacita di organizzare seriamente e concretamente il bene comune, prima – per incrementare il proprio consenso – crea “nemici” da abbattere, da contenere, da contrastare, da debellare e dai quali ci si deve difendere (e tutte le minoranze segnate da qualche forma di diversità sono utili per questa “operazione sicurezza”). Ma poi si vende la fotografia di un Paese e di città definitivamente guarite grazie alle strategie repressive annunciate e praticate dalle forze di Governo. Prima si attizza la paura del diverso (vissuto sempre come nemico) e poi si vende sé stessi come la soluzione e la cura di questi mali.

Un esempio calzante: con il Dossier Viminale pubblicato il 15 agosto 2026, il Ministro dell’Interno ha espressamente dichiarato che, nel nostro Paese, “i dati confermano un calo generalizzato dei reati. Diminuiscono tutti i delitti a maggior allarme sociale: gli omicidi, e in particolare quelli con vittime di sesso femminile, le violenze sessuali, i furti e le rapine.”. Per concludere poi che “l’Italia si conferma come uno dei luoghi più sicuri al mondo, un punto di forza che concorre alla capacità di attrazione del nostro Paese”.

Le domande, di conseguenza, sono obbligate: siamo un Paese sicuro oppure siamo un Paese invaso dagli immigrati da vivere sempre e soltanto come nemici e aggressori? Viviamo in una Nazione sicura (la più sicura al mondo!) oppure siamo strangolati e circondati da una criminalità che ci mangia la serenità e la forza di uscire da casa?

Ma torniamo al nostro cittadino che denuncia il sintomo e che – con forza – chiede una diagnosi credibile.

Iniziamo con il non usarlo per allargare le funzioni dell’Esercito in città. Anche perché i nostri militari sono per fare altro. Non dovremmo mai dimenticarlo: le Forze armate sono disciplinate da un ordinamento militare, con una catena di comando gerarchica pensata per la difesa del territorio nazionale da minacce esterne, e con una giurisdizione propria. Le forze di Polizia sono un corpo civile, sindacalizzato, sottoposto al controllo ordinario della magistratura e a una linea di responsabilità politica che passa dal Parlamento.

Sono due mandati diversi, costruiti apposta per non intrecciarsi, perché il Costituente e poi il legislatore del 1981 hanno ritenuto, correttamente, che il controllo quotidiano della vita dei cittadini dovesse restare interamente dentro un circuito di responsabilità civile e giudiziaria, non condiviso nemmeno in parte con un circuito diverso.

Ciò chiarito, al cittadino che segnala il suo malessere, va restituito il grazie per aver denunciato in modo personale una condizione nota, ma per troppo tempo disattesa (il sintomo) e invitato a partecipare – con altri concittadini – alle ricerche di soluzioni concrete e credibili (la cosiddetta diagnosi) che gli amministratori della città devono costruire per restituire vivibilità a contesti degradati da decenni. In fondo lo affermava già don Milani: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l'avarizia”.

Solo così si potrà scoprire che se il Presidio della Polizia è debole e va allargato (in tempi e modi concordati con gli abitanti del quartiere) è altrettanto necessario che, accanto alle forze dell’ordine, vengano irrobustiti anche i presidi educativi e sociali del quartiere, se si vogliono intravedere reali segni di cambiamento nelle strade di Barriera di Milano.

Polizia, controllo e repressione curano, a volte, il sintomo. Se restano però la sola “cura” del territorio, tutto si ammala e deperisce. Anche perché se un quartiere ha bisogno di più polizia è anche perché sono mancati (nel passato e nel tempo presente) educatori, maestri, contesti di aggregazione culturale, educativa e operatori di comunità. Slogan? No. Indicazioni precise che danno un metodo che incide anche per la ricerca della diagnosi e sul contenuto dell’agire sociale, se si vuole costruire sicurezza sociale in città.

Il territorio ha bisogno di un presidio di polizia maggiore? Bene. Si incrementi il numero delle forze dell’ordine (concretamente e non solo con promesse), ma – allo stesso tempo – si aumenti anche quello di maestri, di educatori e di luoghi di aggregazioni sociale e culturale indispensabili perché un quartiere cessi di essere “trappola” che rende difficile il convivere. Da subito. Non “domani” o “chissà quando”. E sempre “a uno a uno”. Per ribadire con forza il principio che ad ogni quartiere servono certamente organici di Polizia, ma anche Maestri/Educatori/luoghi di aggregazione culturale, etc. E che ad ogni aumento delle Forze dell’ordine (Polizia) deve sempre corrispondere anche un incremento sull’altro versante, quello sociale.

Il tutto in modo perfettamente simmetrico e speculare. E i militari invocati in modo emotivo da chi è esasperato per la vicinanza di forme di degrado urbano inaccettabili? Lasciamoli al difficile compito di difendere i confini nazionali perché non vengano vissuti (mai) come muri ideati e pensati per sbarrare la strada ai disgraziati che – molte volte e se accolti con intelligenza e rispetto della legalità – rendono il nostro Paese migliore.

Lasciamoli all’impegnativo compito di ricordare – a tutto il Paese – che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione dei conflitti. (Art. 11 della Costituzione). Coinvolgiamoli quando il nostro territorio vive terremoti, calamità, sciagure, disastri e sfaceli straordinari: anche perché l’impiego dei militari nel controllo del territorio nasce nel 2008 come misura eccezionale.

Per la vita ordinaria delle nostre periferie, delle nostre città e dei nostri territori, facciamo in modo che sia la politica a costruire le garanzie di una “sicurezza sociale” che non può eliminare al 100% forme di devianza e di reati, ma che deve essere in grado di costruire la fiducia necessaria perché ogni cittadino si sente bene nel convivere nel suo contesto.


 
 
 

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