Le ragioni del signor Motta e la ricerca di una soluzione duratura
- Antonio Nicolosi
- 11 ore fa
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Aggiornamento: 1 ora fa
di Antonio Nicolosi*

Ha ragione il signor Mario Piero Motta. Ha ragione quando dice "ho paura", nella sua lettera di cui ha parlato Nicola Rossiello sulla rubrica Pianeta Sicurezza[1]. Ha ragione quando chiede "vorrei vedere lo Stato davanti al parco". E ha ragione a non voler più sentire la parola "pazienza". Su questo si parte da un comune punto di vista. Dove ci dividiamo è sul "dopo". Che a ben guardare è lo stesso distinguo da cui ha preso le mosse la riflessione di Rossiello.
Perché dire che l’unica risposta sia "più divise, più repressione" suona forte. Ma è l'identica risposta che diamo a Torino, a Barriera di Milano, da 20 anni. E i risultati li vediamo dalla finestra del signor Motta. Né si può chiedere al signor Mario di "socializzare col suo carnefice". Sarebbe, è, una caricatura. Nessun educatore, nessun assessore serio può aver mai detto "parli col pusher". Quello che si dice è un’altra cosa: "se sgomberi oggi e domani non ci metti luce, telecamere, un campetto, un’associazione, tra una settimana torna un altro accampamento".
Non è buonismo. È cronaca. Lo abbiamo visto in 50 piazze d’Italia. Il presidio militare da solo sposta il problema. Il presidio + Stato vero lo risolve. Prima la legge, poi l’inclusione", è una sequenza che non ha mai funzionato. Perché "poi" non arriva mai. Arrivano i tagli, cambia la giunta, scade il finanziamento. La sicurezza vera si fa in contemporanea. Come? Davanti al parco ci vogliono presidi. Oggi. Tutti i giorni. Con identificazioni, arresti, denunce. Dietro al parco ci vogliono Comune, ASL, scuole e associazioni. Sempre. Per togliere clienti allo spaccio e manovalanza alle piazze. Uno senza l’altro è teatro. Il primo senza il secondo dura una settimana. Il secondo senza il primo è una predica nel vuoto. Confondere "repressione" con "presenza dello Stato" è l’errore più grande.
Lo Stato non è solo il blindato. Lo Stato è anche il giudice che confisca l’immobile usato per spacciare. È il vigile che chiude il locale che ricicla. È l’ASL che cura l’individuo con dipendenza. È il Comune che riapre il parco alle 7 di mattina con i nonni e i bambini. Se lo Stato si vede solo con l’elmetto, il cittadino capisce una cosa sola: lo Stato arriva solo quando c’è il reato. E il resto del tempo dov’è?
Sì, c’è chi va in galera. E c’è chi va recuperato. Negare questa differenza non è "umano". È stupido. Il 40enne che gestisce la piazza va in carcere. Punto. Il 16enne nigeriano o italiano che fa il palo per 50 euro al giorno è vittima e carnefice. Se lo metti in cella ed esce tra 6 mesi, forse ci ripensa a tornare a fare il palo. Però uscito dal carcere va seguito con programmi di inclusione lavorativa seria. Questo si chiama "indebolire la criminalità".
Conclusione per il signor Motta: signor Motta, non le chiediamo pazienza. Le chiediamo di pretendere tutto. Pretenda le pattuglie fisse. Pretenda gli arresti. Pretenda che quel parco venga riaperto, illuminato, vissuto. E pretenda anche che lo Stato non se ne vada dopo 15 giorni di titoloni. Perché la vera sconfitta non è il blindato davanti al parco. La vera sconfitta è quando il blindato se ne va, e dopo un mese siamo punto e a capo.
La sicurezza non è scegliere tra "forza" e "inclusione". La sicurezza è usare la forza per riconquistare il territorio, e l’inclusione per non perderlo di nuovo. Altrimenti stiamo solo facendo a gara a chi urla più forte. E a Barriera, nel frattempo, la serranda continua a stare abbassata.
*Segretario Generale Unarma - Associazione Sindacale Carabinieri
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