Sinodo valdese: "Le chiese vivano la democrazia nella nostra società"
- Giuseppe Platone
- 21 ore fa
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di Giuseppe Platone*

Sulle pareti dell’austero tempio valdese, gremito per l’inizio del Sinodo, sono appesi un migliaio di fogli bianchi. Sui quali compaiono i nomi e cognomi delle vittime palestinesi a Gaza a partire dall’Ottobre 2023. Un elenco che viene continuamente aggiornato, almeno 23.477 persone solo negli ultimi16 mesi. «Non è un esposizione - spiega il pastore Michel Charbonnier ospitante di Torre Pellice - è piuttosto un tenere davanti agli occhi quello che vorremmo tanto far finta di non vedere». Le parole del culto di apertura sinodale che discendono tra i fedeli, da parte del pastore Eugenio Bernardini, trovano questa cornice.
Il rapporto con gli ebrei oscurato dal massacro di Gaza
Dolorosa perché qui nessuno è contro gli ebrei, basti pensare ai tanti di loro che trovarono rifugio nelle valli valdesi durante il nazifascismo. Per non dire di quelli che parteciparono alla Resistenza. O del lavoro che svolgono in Italia le associazioni dell’«Amicizia ebraico- cristiana» nata a Firenze nel 1950. Ma questa antica stima e amicizia oggi è oscurata da un massacro enorme che in qualche modo continua ad interrogarci. Lo ha ricordato, alla vigilia del Sinodo, il pastore luterano palestinese di Betlemme Munther Isaac descrivendo il dramma che continua a vivere con la sua piccola comunità cristiana.
Tra il pubblico del Sinodo siede anche la giovanissima Dariia Zhukovska della chiesa metodista Ucraina. La realtà delle due guerre in corso attraversano un Sinodo perfettamente consapevole dell’urgenza di deporre le armi. La predicazione di apertura dell’assise valdese ha preso le mosse dal brano evangelico del giovane ricco. Il primo riferimento storico è andato a Valdo di Lione e Francesco d’Assisi. Due esperienze cristiane apparentemente simili nella loro scelta radicale di povertà che conosceranno sviluppi successivi assai diversi. Uno eretico, l’altro santo. Storicamente li separano solo trent’anni, prima Valdo, poi Francesco, entrambi si sono posti all’ascolto dell’evangelo cercando di viverlo.
Quale Dio per gli uomini?
È stato citato nel sermone il recente libro della storica Francesca Tasca su Valdo e Francesco, (Claudiana 2026) come occasione ecumenica di approfondimento. La predicazione coglie e interpreta la delusione del giovane ricco che non ce la fa a seguire Gesù («perché aveva molti beni») e lo sbigottimento dei discepoli che chiedono al Maestro: «Chi dunque può essere salvato?». È una domanda attuale che rinvia a un Dio che rende possibile le cose impossibili agli umani. Ma quale Dio? Il pastore Eugenio Bernardini argomenta delle tante visioni “sbagliate” su Dio. “Visioni imperiali, che giustificano guerra, morte e violenze. Da Oriente a Occidente, nel mondo cristiano, ebraico, islamico, induista… Idee sbagliate su Dio, che diventa strumento di potere, religione nazionale e di Stato, giustificazione di odio e sopruso. Pensavamo che con la caduta del dominio nazista e del suo motto «Gott mit uns» (Dio con noi), fosse finito l’abuso del nome di Dio, e invece è tornato, e con esso i conflitti e le guerre giustificate religiosamente".
Il predicatore invoca i richiami biblici alla giustizia sociale, al diritto degli umili, ai limiti di potere per chi governa. La Bibbia del Sermone sul monte ci ricorda che: “È nostro dovere denunciare questo uso del Nome di Dio come un abuso e una blasfemia. Perché? Perché Dio è buono. Anzi, è l’unico buono. Non è un Dio sanguinario e violento. Come afferma perentoriamente Gesù: «Perché mi interroghi intorno a ciò che è buono? Uno solo è il buono». Una verità netta, disarmante e disarmata”.
Lo stesso tempio in serata ha accolto un vivace confronto, su la «democrazia in bilico», tra il sociologo Stefano Allievi dell’Università di Torino e il teologo Fulvio Ferrario della Facoltà valdese di Roma. Il pluralismo della nostra società genera evidenti conflitti. Che vanno in qualche modo gestiti. Il conflitto non è patologico, ma è una componente fisiologica delle società plurali: la sfida della democrazia è dunque quella di gestirlo e trasformarlo in confronto, mediazione e convivenza, evitando che degeneri in guerra.
Il confronto con la modernità
Mai come oggi appare urgente e necessario creare spazi di dialogo e costruzione di linguaggi comuni. In questo scenario - ha ricordato Ferrario - le Chiese possono offrire un contributo come luoghi storicamente consolidati di discernimento, pensiero critico e sperimentazione di pratiche di gestione del conflitto. La tensione che ha aperto i lavori del Sinodo valdese tra riferimenti biblici, letti e interpretati in chiave storico critica e analisi della società in cui stiamo vivendo non è cosa nuova. Il Dna del protestantesimo storico racchiude questo duplice aspetto: la libertà che l’evangelo rivela e il confronto con la modernità. Non stando alla finestra a guardare il mondo di fuori ma scendendo nella pubblica piazza per costruire, insieme agli altri, un mondo migliore, solidale, giusto, democratico. Insomma sporcandosi le mani ogni giorno.
*Pastore valdese emerito









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