Vannacci, le stellette e la "tentazione" di farne un megafono
- Alberto Scafella
- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 3 min
di Alberto Scafella

C’è una domanda che, in questi giorni, sarebbe opportuno porsi con chiarezza: quando parla Roberto Vannacci, parla l'ex generale dei parà o parla l’Esercito italiano? La risposta dovrebbe essere immediata: Vannacci. Eppure, a giudicare dal dibattito seguito alle dichiarazioni del tenente colonnello Gianfranco Paglia, Medaglia d’Oro al Valor Militare, sembra necessario ribadire un principio fondamentale: un grado militare non coincide con un ruolo istituzionale e un ruolo istituzionale non autorizza, di per sé, a parlare a nome delle Forze armate. Questa distinzione dovrebbe essere netta.
C’è l’opinione personale di un cittadino, anche quando quel cittadino ha indossato l’uniforme. C’è il ruolo istituzionale ricoperto durante il servizio, con i suoi doveri, i suoi limiti e le sue responsabilità. E c’è, infine, la rappresentanza dell’Esercito o del Ministero della Difesa, che non appartiene al singolo militare, ma all’istituzione e agli organi legittimati a esprimersi. Confondere questi tre piani significa attribuire a una posizione individuale un’autorità che non possiede e, non ultimo, coinvolgere un’intera istituzione in una competizione politica alla quale essa non partecipa. E queste affermazioni sono sostenute dalla mia esperienza diretta con le stellette.
Proprio per questo non ho dubbi nell'affermare che una cosa è parlare come cittadino che ha avuto un’esperienza militare, un’altra è parlare nell’esercizio di un incarico istituzionale, e un’altra ancora è parlare a nome delle Forze armate. Sono, lo ribadisco, tre piani distinti.
Un’opinione personale resta personale, anche quando è espressa da un generale, da un colonnello o da un decorato. Un ruolo istituzionale comporta invece obblighi precisi: disciplina, lealtà, riservatezza e rispetto della neutralità delle Forze armate rispetto alla competizione politica. La rappresentanza dell’Esercito, infine, non deriva dalla notorietà, dal grado posseduto in passato o dal seguito di un ufficiale. Ciò perché l’Esercito non è un soggetto politico. Non esprime orientamenti attraverso singoli esponenti e non può essere ricondotto alle opinioni di chi, dopo averlo servito, decide di impegnarsi nella vita pubblica.
Roberto Vannacci ha tutto il diritto di esprimere le proprie idee. È la democrazia. Ma è altrettanto vero che in un regime democratico sono necessarie la chiarezza e l'obiettività su chi rappresenta Vannacci, cioè sé stesso e il partito da lui fondato. Dopodiché il suo grado può spiegare il percorso professionale da cui proviene, ma le sue idee non possono trasformarsi in automatico nelle opinioni generali dell’Esercito. Ancora. La sua esperienza può essere un elemento biografico, ma non costituisce una delega a parlare per la Difesa. La sua uniforme appartiene al passato, ne consegue che non è un mandato permanente di rappresentanza.
In questo quadro, la posizione di Paglia merita attenzione. Paglia non è soltanto un ex ufficiale che interviene nel dibattito pubblico. È un militare gravemente ferito in Somalia, insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare. La sua esperienza conferisce alle sue parole un peso umano e professionale rilevante, per cui quando afferma che il pensiero di Vannacci non coincide con quello della Difesa, richiama e ribadisce una distinzione che dovrebbe essere evidente: una cosa è esprimere un giudizio personale, un’altra è attribuirgli un valore istituzionale. Il punto, dunque, non è stabilire chi sia più patriota.
E qui si apre un altro capitolo, il patriottismo, su cui Vannacci interviene frequentemente. Ma il patriottismo non diventa più autentico per il solo fatto di essere proclamato. Si misura nella conoscenza, nella responsabilità e nella coerenza dei comportamenti. Il che aiuta anche il cittadino comune a comprendere che l’uniforme non ha bisogno di propaganda. Ha bisogno di rispetto. La diatriba Vannacci-Paglia dovrebbe servire anche a questo: ricordare che il prestigio delle Forze armate è patrimonio dello Stato. È patrimonio di chi ha servito. È patrimonio di chi è caduto nell'esercizio del suo dovere. È patrimonio delle famiglie che hanno conosciuto il prezzo del servizio. Ed è patrimonio dei cittadini nel rispetto della Costituzione. Per questo l’uniforme non può diventare un marchio personale. Con le stellette si misura il senso di responsabilità, non il grado di ragione.
Semmai, in un gioco di parole, il grado racconta una storia professionale, ma non sostituisce un mandato. Morale: nessuno può parlare a nome di tutti senza averne ricevuto l’autorità a farlo.











Commenti