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SETTIMANA FINANZIARIA. Inflazione energia alle stelle

17 ore fa
Tempo di lettura: 5 min

a cura di Stefano E. Rossi


Chi sta pagando il costo del conflitto russo-ucraino, che sembra non finire mai? Le famiglie con la perdita del potere d’acquisto del loro reddito. Si può tranquillamente dire che è sovvenzionato, a loro insaputa, in bolletta e nel carrello della spesa, che è sempre più scarno. È l’inflazione a togliere a tutti qualche centinaio di euro di spesa familiare per rifornire di munizioni, droni e cannoni entrambi gli eserciti, tramite gli utili dei produttori di gas e petrolio. Eurostat, l’istituto di statistica europeo, ha comunicato che l’inflazione derivante dal costo dell’energia nei 27 Stati dell’Unione è stata a settembre pari al +17,6 % (+22,6% in Italia). L’aumento del prezzo del gas, della benzina e del gasolio non è stato compensato da meccanismi di adeguamento degli stipendi e delle pensioni. Alle spalle, non c’è alcun aumento della ricchezza delle famiglie o delle imprese. Sono energie totalmente bruciate dall’economia di guerra globale.

Sappiamo bene che l’incremento del costo dell’energia è scaturito dalla guerra a Hormuz, scoppiata il 28 febbraio di quest’anno. Prima non era così. Un rapporto di Intesa Sanpaolo Research, risalente poche settimane prima dell’aggressione israelo-statunitense all’Iran, evidenziava rischi di ribasso del prezzo del petrolio Brent fino a 50 dollari al barile. In alcuni casi, il ricavo scendeva al di sotto dei costi di estrazione. Le cause riguardavano le stime di surplus, dovute all’aumento delle produzioni nei paesi Opec. Inoltre, il programma di sviluppo nel Venezuela occupato faceva presagire che il fenomeno sarebbe stato di lunga durata. Infatti, anche le posizioni speculative alla Borsa di New York si erano ridotte ai minimi da quindici anni, denotando attese di una persistente stabilità dei prezzi. Poi, è improvvisamente cambiato tutto.


Gli extraprofitti di guerra

Lo scorso gennaio, il prezzo del Brent si aggirava intorno a quota 63. Adesso, a Londra è quotato a 109 (+73%). Si è trattato di un’indubbia boccata d’ossigeno per quegli Stati che, basati su un’economia di guerra, si trovavano sull’orlo della bancarotta, ma che possiedono cospicue riserve petrolifere. La Russia produce circa 9,5 milioni di barili al giorno. L’Iran ne produce oltre 3 milioni al giorno.

Forse impropriamente, ma non troppo, potremmo dire che Paesi come la Russia stanno conseguendo un extraprofitto, provocato dalla guerra di Trump. Per Mosca si potrebbe quantificare, a prezzi correnti, in 15,9 miliardi di dollari al mese; quello dell’Iran in oltre 5 miliardi di dollari mese. Per concludere la panoramica dei produttori, gli Usa estraggono 13,8 milioni di barili al giorno, l’Ucraina pressoché nulla.

Il dubbio che adesso ci tormenta è che la mossa di chi ha innescato il conflitto fosse finalizzata sin dall’inizio a far lievitare i prezzi anche, e non solo, per agevolare un amico in difficoltà. Ma adesso, la situazione è scappata di mano o c’è ancora qualcuno a cui conviene mantenere il conflitto e allontanare la pace? Ebbene, sono tanti altri. Da un lato ci sono le intese occulte tra le compagnie petrolifere estrattrici, subito pronte a fare cartello sui prezzi sin dallo scoppiare in ogni crisi internazionale. Non è poi da trascurare il gioco finanziario degli arbitraggi di borsa. E infine, come si è detto, c’è il sostegno finanziario alla guerra, sul quale si poggiano i primi due casi.

Se volessimo interrompere le ostilità, invece di bloccare l’invio di armi saremmo più efficaci se smettessimo di consumare petrolio e gas. È impossibile, ovviamente. Ma la provocazione cela un dato oggettivo: il reale finanziamento della guerra sta nel rincaro dei costi dei carburanti. Meno evidente di una tassa sugli armamenti, è più democratica, perché si distribuisce a pioggia su tutti, ed è meno riconoscibile, perché la svalutazione per proprio reddito è per i consumatori difficile da calcolare. Intanto i signori della guerra fanno cassa sulle nostre spalle.

I dati Istat della settimana ci parlano della povertà in Italia e di economia sommersa. Mai una gioia, verrebbe da dire. In Italia 5,4 milioni di residenti, dei quali la metà sono minori e giovani sotto i 35 anni, versano in uno stato di povertà assoluta. L’economia sommersa (al netto delle attività illegali) si è attestata nel 2024, ultimo dato rilevabile, a 198,4 miliardi di euro. I lavoratori irregolari sono circa 3 milioni 277 mila, con un incremento di oltre 145 mila unità rispetto al 2023.


Spread fermo, euro debole  

Il rendimento dei Btp a 10 anni è pressoché invariato rispetto alla scorsa settimana. Lo Stato ci paga il 4,51%. L’attuale quotazione potrebbe essere una buona opportunità per gli investitori, alla quale, volendo, si potrà affiancare quella del Btp Valore. Ha scadenza a 5 anni e rendimento crescente da un minimo del 3,70% fino al 4,70%. È in collocamento da lunedì 19 fino al 23 ottobre. Intanto, ha arrestato la sua salita lo spread. I nostri titoli di Stato, rispetto al Bund tedesco, si fermano a +106 punti base.

L’euro è ancora debole e chiude la settimana quasi senza variazioni a 1,123 contro il dollaro. L’oro si mantiene a stabile a 4.166 dollari l’oncia (119 euro al grammo).

Petrolio e gas invece non hanno alcuna pietà. Il Brent a Londra sale del +4,75% (109,69 dollari al barile), il greggio WTI a New York corre del +10,88% (101,84 dollari al barile) il gas Dutch TTF ad Amsterdam del +8,37% (88,25 dollari al Mwh). Le riserve europee di gas salgono al 74,14% della capienza. Stanno aumentando di un misero punticino alla settimana. Nel frattempo, in molti Paesi d’Europa hanno già acceso i termosifoni e le scorte inizieranno a essere utilizzate e quindi a scendere. Le scorte dell’Italia stanno bene. Sono all’89,24%. Perciò, senza troppe ansie, potremmo iniziare a far partire l’impianto di riscaldamento ai primi reali freddi.

È svanita l’illusione del costo medio dei carburanti in discesa. Sul finire di settimana i prezzi rialzano la testa, pur rimanendo di un centesimo più bassi rispetto a sette giorni prima. La benzina self-service costa 2,024 euro al litro (da 2,039) e il gasolio 2,245 (da 2,259 euro al litro). I trasportatori e gli agricoltori scendono sul piede di guerra, pure loro, come ricordato dall'articolo di Francesco Adamo su questo sito (https://www.laportadivetro.com/post/chi-è-al-corrente-della-lotta-in-meridione-degli-agricoltori). E ai distributori iniziano a scarseggiare gli approvvigionamenti di benzina e diesel. Per chi può, converrà pagarli cari piuttosto che restare a secco a bordo strada.

 

Piazza Affari statica e l’indice resta sotto i 50 mila punti

I peggiori titoli alla Borsa di Milano sono i tecnologici, condizionati dall’ondata di vendite a Wall Street sul settore dell’intelligenza artificiale. La tendenza potrebbe proseguire. Preoccupa al punto che anche il governatore della Federal Reserve, Kevin Warsh, si spertica in dichiarazioni a favore della tecnologia per evitare il tracollo: è il cambiamento più importante per l'economia mondiale e nella mia vita. Tornando a Milano, le azioni migliori sono state quelle del settore del lusso. Brunello Cucinelli chiude la terza trimestrale dell’anno con ottimi risultati sia per la crescita dell’utile operativo (+17%), sia per la riduzione del debito di quasi 30 milioni di euro. Complici le tensioni internazionali, anche i titoli legati allo spazio e agli armamenti mettono a segno buoni progressi. Sale Avio del +5,53% e così Leonardo (+7,35%), che ha firmato con gli Usa un contratto triennale del valore di 500 milioni di dollari per fornire tecnologie di rilevamento e sistemi anti-drone. Bene anche il comparto dell’energia, con Italgas in crescita del +5,46%, A2A +5,11%, Enel +3,91% ed Eni, Terna e Hera a seguire. Sul fronte bancario, Unicredit ha ricevuto il via libera da BCE per il controllo di Commerzbank. Potrà salire oltre il 30% del capitale sociale, senza limiti massimi. Ma il titolo non ne beneficia (+0,08%).

 

Il Borsino della settimana – rassegna dei migliori e dei peggiori titoli del listino FTSE MIB

I Tori: Campari +8,67%, Brunello Cucinelli +8,34%,

Gli Orsi: ST Micro -11,60%, Prysmian -11,20%.

FTSE MIB: +0,21% (valore indice: 49.857)

 

I presenti commenti di mercato rivestono un esclusivo scopo informativo e non intendono costituire una raccomandazione per alcun investimento o strategia d’investimento specifica. Le opinioni espresse non sono da considerare come consiglio d’acquisto, vendita o detenzione di alcun titolo. Le informazioni sono impersonali e non personalizzate.

 

 


 

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