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Resistenza. Storie e battaglie delle donne madri della Costituzione/2

18 ore fa
Tempo di lettura: 15 min

di Elisabetta Dellavalle




Chi sono le MADRI COSTITUENTI

Eccole ora una per una, le nostre ‘Madri’, titolo un po’ impegnativo perché alcune di loro sono giovanissime, poco più che ragazze. Come abbiamo già detto, sono la ‘fotografia’ dell’Italia politica che esce dalle urne del 2 giugno 1946.

Nove comuniste, tra cui cinque dell’UDI, Unione Donne Italiane: Adele Bej, Nadia Gallico Spano, Nilde Jotti, Teresa Mattei, Angiola Minella, Rita Montagnana, Teresa Noce, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi.

Nove democratiche cristiane: Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jervolino, Maria Federici, Angela Gotelli, Angela Guidi Cingolani, Maria Nicotra, Vittoria Titomanlio.

Due socialiste, Angelina Merlin e Bianca Bianchi e Ottavia Penna Buscemi, unica eletta della lista ”Uomo Qualunque” Ottavia Penna Buscemi.

Quattordici sono laureate e molte insegnanti, qualche giornalista-pubblicista, una sindacalista,  una casalinga e quattordici sono sposate e con figli.

Molte avevano preso parte alla Resistenza, pagando spesso personalmente e a caro prezzo le loro scelte, come Adele Bei (condannata nel 1934 dal Tribunale speciale a 18 anni di carcere per attività antifascista), Teresa Noce (detta Estella, che dopo aver scontato un anno e mezzo di carcere, perché antifascista, fu deportata in un campo di concentramento nazista in Germania dove rimase fino alla fine della guerra) e Rita Montagnana (che aveva passato la maggior parte della sua vita in esilio).

In ricordo delle 623 partigiane fucilate, con o senza processo sommario, nel corso di una guerra che ne vede altre 2900 giustiziate o uccise in combattimento, 35.000 imbracciare le armi, ben 70.000 organizzate nei Gruppi di Difesa della Donna, 4.653 arrestate, torturate e condannate dai Tribunali fascisti, 2750 deportate nei lager nazisti, 1070 cadute in combattimento, 1700 ferite in battaglia. 19 le medaglie d’oro, 54 quelle d’argento, 167 di bronzo.

Una guerra nella guerra, ben 2 milioni infatti le donne coinvolte, a vario titolo ed in vario modo, nella ‘resistenza’ al nazifascismo e nella Liberazione.

Impossibile parlare di tutte come è impossibile dimenticarle.

 

Ci concentriamo, ora sulle Madri che hanno fatto la Resistenza, patito carcere e confino, prima di diventare Costituenti o, meglio, per diventare Costituenti.

La prima di loro, in ordine alfabetico, è Adele Bei Ciufoli (1904-1974). Forte, sfida gli stereotipi. Guida per le generazioni più giovani.


Adele Bei, detta ‘Battistella’ nasce, terza di undici figli, da una famiglia poverissima. Antifascista fin da piccola, sposa Domenico Ciufoli, uno dei fondatori del Partito Comunista d’Italia. Scappano dal fascismo prima in Belgio, poi in Lussemburgo e in Francia. Arrestata a Roma nel 1933 mentre diffonde materiale antifascista, durante il processo non cede alle minacce dei fascisti sui suoi figli, Ferrero e Angela, rimasti in Francia, rispondendo decisa: “non pensate alla mia famiglia, qualcuno provvederà; pensate invece ai milioni di bambini che, per colpa vostra, stanno soffrendo la fame in Italia”.

Giudicata “socialmente pericolosissima” viene condannata a diciotto anni di carcere: prima alle Mantellate di Roma, poi il carcere a Perugia: presto la “madre in carcere”, dall’inconfondibile accento marchigiano difficile da perdere, come lei stessa ammetterà, diviene un esempio per le più giovani e figura significativa nella costruzione di un modello femminile antifascista, che riduce e depura da ogni elemento lacerante la scelta difficile e complessa delle militanti che implica altissimi costi proprio sul piano della maternità.

Dal 1941 all’8 settembre al 1943 è al confino a Ventotene.

Sua testimonianza da Ventotene: “si viveva in «condizioni tragiche: mancava il cibo, si faceva proprio la fame e da questo punto di vista si stava peggio che in carcere, dove, bene o male, un piatto di minestra, magari fredda, l’avevo sempre avuta: durante l’anno e mezzo che rimasi a Ventotene dimagrii di oltre dieci chili».

È partigiana con il grado di capitano e concessa la Croce di guerra al valor militare. Unica donna a far parte della Consulta nazionale.

Nel 1945 Adele compie un viaggio in Urss e rivede, dopo undici anni, i figli che tornano con lei in Italia, ma il ragazzo muore; in quello stesso anno rincontra anche il marito Domenico rientrato dal lager di Buchenwald (Germania).

Nel 1948 Adele Bei entra, per titoli acquisiti, nella lista dei Senatori, nuovamente eletta nella II e nella III Legislatura. Unica donna senatore di diritto, tra i 106 nominati. Presidente dell’Associazione donne della campagna: nel 1949 furono ben centomila le iscritte.

Si occupa della riforma del sistema carcerario e di emigrazione. Dal 1953 al 1958 eletta alla Camera dei deputati nelle liste del PCI in rappresentanza delle Marche. Da parlamentare si occupa delle condizioni del mondo del lavoro, della vita in fabbrica, delle assicurazioni e della previdenza dei lavoratori e delle loro famiglie. Conclusa l’esperienza sindacale, Adele Bei fu nominata nel 1972 consigliera nazionale dell’associazione nazionale perseguitati politici antifascisti.

Terminata l’esperienza istituzionale, si dedica all’Anppia, l’Associazione nazionale perseguitati politici italiani antifascisti.

Muore a Roma il 15 ottobre del 1976. Le esequie si svolgono in forma laica presso la sezione Pci di Monteverde Vecchio (Roma).


Bianca Bianchi (1914-2000): Determinata, preparata, saggia.

Socialista toscana, partigiana, insegnante (laurea in pedagogia), eletta a 32 anni. Fiera docente di Filosofia nei Licei, nel 1941 preferisce auto esiliarsi in Bulgaria piuttosto che diffondere l’antisemitismo fascista nelle sue lezioni.

Partigiana del Partito d’Azione. Giovane, bella, elegante e, seguendo un cliché che ancora oggi stenta a essere abbandonato, le cronache si occupano di lei non per parlare del suo lavoro, ma piuttosto del suo abbigliamento, piace ai lettori il suo ‘abito color vinaccia’, e dei suoi capelli biondi ma viene eletta raccogliendo più del doppio dei consensi del capolista Sandro Pertini.

È membro della Commissione dei 75 e, negli anni '60, vice-sindaco di Firenze. Una delle due socialiste, l’altra è Lina Merlin.

Si occupa di educazione e di tutela giuridica dei figli naturali. Oggi in pochi ricordano la lunga battaglia avviata da Banca Bianchi per togliere la sigla NN (nomen nescio) dai documenti e dalle pagelle dei figli illegittimi: era una discriminazione giuridica che ne marchiava irrimediabilmente il futuro. Le sue proposte di legge su questo tema incontrarono molti ostacoli, anche all’interno del suo stesso partito.

Dopo la prima legislatura, Bianca Bianchi riprende la sua attività di scrittrice e il suo impegno per la scuola, fondando anche a Montesenario, la “Scuola d’Europa”, centro educativo di sperimentazione didattica, strutturato secondo il metodo Pestalozzi, che accoglie ragazzi delle scuole elementari e medie provenienti da tutta l’Italia centro-settentrionale.

Rientra in politica quasi venti anni dopo, eletta consigliera comunale e poi vicesindaco e Assessora alle questioni legali e affari generali a Firenze, dove si spegne il 9 luglio del 2000.

 

Laura Bianchini (1903-1983): La sua voce per una scuola al servizio di tutti.

Nasce nel 1903 a Castenedolo da una famiglia modesta. Laurea in filosofia e pedagogia, insegnante e giornalista pubblicista, docente di lettere. Dopo l’8 settembre 1943, è partigiana nelle formazioni bianche. Abile giornalista, responsabile stampa per Fiamme verdi, dalle colonne de «Il Ribelle» esorta gli italiani alla lotta contro il nazifascismo.

In uno dei suoi articoli, si rivolge agli insegnanti suoi colleghi, cui muove la critica di non aver aiutato i giovani a capire quello che stava succedendo: “Voi avete la responsabilità gravissima di averci illusi, Voi che tacevate, che sopportavate, che non avete mai trovato il coraggio di dire a noi, giovani inesperti, la parola della verità” - esortandoli a non prestare giuramento al governo della Repubblica Sociale Italiana: “Se giurate, non siete educatori di anime, siete dei corruttori del costume”.

Interviene spesso, con vari pseudonimi (Penelope, Don Chisciotte, Battista) sulla stampa clandestina, con scritti dai quali emerge la sua formazione filosofica, con riferimento in particolare al pensiero del filosofo e pedagogista Jacques Maritain e al personalismo cristiano, che pone al centro dell’ordine sociale la persona umana.

A Roma abita in via Chiesa Nuova 14, dove vive fino alla morte il 27 settembre 1983, e dove vivono e si riuniscono spesso i giovani della ‘Comunità del porcellino’, Angela Gotelli, Giorgio La Pira, Fanfani con tutta la famiglia, Giuseppe Lazzati e lo stesso Dossetti, voci fondamentali per la nascita della nostra Costituzione. Il gruppo, un vero e proprio cenacolo di intellettuali e politici che si ritrovavano per discutere di politica e della Costituzione sul punto di nascere, venne denominato “Comunità del porcellino”.

Deputata all'Assemblea costituente nel 1946 per la Democrazia Cristiana, Laura Bianchini fa parte della Commissione Istruzione e Belle arti. Pone la persona al centro dell’azione educativa affermando: “L’insegnamento non è un servizio pubblico ma servizio di UTILITA’ pubblica, di pubblico interesse. Non è un gioco di parole. Un servizio pubblico può essere gestito direttamente e monopolisticamente dallo Stato. Nulla vi si oppone”. Una cristiana che è contraria al finanziamento delle scuole private e che amava dire: “un cristiano non può non essere anticlericale, perché il libro più anticlericale della storia non è il Candide di Voltaire ma il Vangelo di Gesù Cristo”.

Eletta nella I Legislatura, esce dalla vita politica nel 1953 ma resta nell’Azione cattolica e si dedica alla scuola, docente di storia e filosofia al Virgilio di Roma, fino al 1973.


Nadia Gallico Spano (1916-2006): Mabruk. Un’inguaribile ottimista.

Nata in Tunisia in una famiglia d’emigrati ebrei e antifascisti nel 1938, aderisce al Partito comunista con i fratelli Loris, Ruggero e Diana.

Nel 1939 Nadia sposa a Tunisi Velio Spano, ricercato dalle polizie di tutta Europa, esule sardo, circondato dal mito di imprendibile rivoluzionario di professione. Italiani e francesi, ebrei e musulmani, comunisti e gollisti, suore e liberi pensatori compongono la Tunisi multietnica, nella quale Nadia e Velio resistono all’avanzata del nazismo affrontando carcere e condanne a morte.

Militante nella Resistenza durante l'occupazione tedesca della Francia, fu condannata per la sua attività politica dal regime collaborazionista di Petain.

Scappa ed arriva nell’Italia liberata, dove è una delle protagoniste del processo di rifondazione dello Stato e della nascita della Repubblica.

Subito dopo la guerra si impegna nell’organizzazione, in collaborazione con il Comune di Roma e la Croce Rossa, dei “treni della felicità”, i treni che portano verso le famiglie del Nord che hanno dato la disponibilità ad accogliere ed educare, come propri figli, settantamila bambini meridionali orfani di guerra.

Parlamentare comunista dal 1948 al 1958, è tra le fondatrici dell’Unione Donne Italiane (UDI) e del settimanale «Noi Donne» che ha diretto fino al 1945; è inoltre attiva nella presidenza dell’ANPPIA (Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti). Sempre dalla parte dei più deboli, impegnata nello sviluppo del Mezzogiorno, sostiene che la questione femminile non sia uno dei tanti problemi, ma come “il” problema del Paese.

Nel volume ‘Costituenti al lavoro’ della Fondazione Nilde Jotti, fonte preziosissima di notizie sulle biografie delle Costituenti e saggio fluido e piacevole alla lettura, la sua biografia viene tratteggiata dal nipote, Vasco De Cet che ne ricorda, oltre alla curiosità, la tenacia nelle discussioni in Costituente sui temi della famiglia, dell’uguaglianza tra i coniugi, del diritto al lavoro, della parità salariale e sulla tutela dei figli, tutti, anche gli illegittimi.

Tutte battaglie combattute ‘per tener fede al mandato ricevuto dalle donne’ con quel suo ‘inguaribile ottimismo’ che diventa il titolo del suo libro di memorie ‘Mabruk. Memorie di un'ottimista’ uscito nel 2005, un anno prima della morte.

Ecco le sue parole in un’intervista, alcuni anni dopo la fine della guerra rilascia un’intervista al “suo” giornale “NoiDonne” (ne fu direttrice per molti anni) dove ricorda il suo pensiero sul diritto del voto alle donne e i tanti ostacoli incontrati: “il voto alle donne in Italia da parte dei partiti fu un riconoscimento unanime in forza dei meriti acquisiti durante la guerra, cioè l’aver retto l’intelaiatura della società in anni in cui gli uomini erano assenti. Noi donne abbiamo accettato questa impostazione, anche se avremmo dovuto affermare invece il principio del diritto naturale. Tutta la propaganda elettorale per l’assemblea costituente e per il referendum si rivolgeva alle donne che dovevano votare per il prigioniero o per il bambino, per la saggezza amministrativa, cioè sempre per gli altri. Nessun richiamo, mai, era il diritto per sé. Per le donne andare a votare fu comunque importante anche se a sinistra si diceva “mia moglie vota come dico io” e nelle parrocchie il prete ammoniva “Dio ti vede, tuo marito no”, ma nella cabina elettorale le donne per la prima volta hanno scelto di dare la fiducia o magari anche da chi farsi influenzare, ma hanno scelto. Sono state libere.”

Mabruk, in tunisino, sta per benedizione, speranza.

 

Angela Gotelli (1905 – 1996): Impegno politico costante nella lotta per i diritti delle donne.

Il suo impegno nella Resistenza, iniziato come rifiuto della guerra, è come infermiera.

Nel 1943 partecipa alle riunioni camaldolesi del Movimento dei laureati cattolici, volte alla stesura del cosiddetto “codice di Camaldoli”, il documento programmatico che funge da ispirazione e linea guida per la politica sociale ed economica della Democrazia Cristiana che si sta formando.

Nel 1945, ottenuta un'aspettativa dalla sua scuola, si trasferisce a Roma, per impegnarsi nella rinata organizzazione dei laureati cattolici.  Qui abita, come Laura Bianchini, nella casa delle sorelle Pia e Laura Portoghesi in via Chiesa Nuova 14, entrando a far parte della ‘Comunità del porcellino’, nella quale troviamo spesso a discutere e lavorare Giuseppe Lazzati, Giorgio La Pira, Amintore Fanfani, Giuseppe Dossetti.

Angela Gotelli è una dei 75 membri designata dai costituenti e, con Nilde Iotti, prende parte alla prima sottocommissione per i diritti e i doveri dei cittadini.  

Lunga la sua carriera politica: eletta alla Camera dei deputati nel 1948, 1953 e 1958: sottosegretario alla Sanità nel Governo Fanfani II e nel Governo Tambroni e al Lavoro nel Governo Segni II. Dal 1951 al 1958, è sindaco di Albareto.

Nel 1966 aderisce al Comitato italiano di difesa morale e sociale della donna (Cidd), costituito nel febbraio 1959 da Lina Merlin con alcune deputate democristiane, tra cui Maria De Unterrichter Jervolino, Maria Federici, Angela Guidi Cingolani. Dal 1963 al 1972, infine, viene nominata presidente nazionale dell’Omni (Opera nazionale Maternità e infanzia). È il suo ultimo incarico politico, poi si ritira a vita privata ad Albareto fino alla morte nel 1996.

 

Nilde Jotti (1920 – 1999): Emozione, cuore, intelligenza, onestà.

Leonilde Iotti, detta Nilde, è la prima donna nella storia dell'Italia repubblicana a ricoprire una delle tre massime cariche dello Stato, la presidenza della Camera dei Deputati, incarico che detenne per tre legislature tra il 1979 e il 1992, che rappresenta il più lungo mandato come presidente della Camera dall'istituzione della Repubblica.

Dopo l'8 settembre 1943, per Nilde Iotti l'impegno che l'avrebbe accompagnata tutta la vita: la giovane insegnante era, infatti, entrata nelle file della Resistenza operando nei "Gruppi di difesa della donna"

Iscritta al PCI, compagna di Palmiro Togliatti dal 1946 alla morte di lui nel 1964, è la sua una carriera umana e politica molto lunga e prestigiosa, difficile e ingiusto sintetizzarla in queste poche righe.

Unica e unico parlamentare italiano a essere stato eletto ininterrottamente per 13 volte.

Nel suo discorso per il primo insediamento, nel 1979, così dice: ”Comprenderete la mia emozione per essere la prima donna nella storia d’Italia a ricoprire una delle più alte cariche dello Stato. Io stessa - non ve lo nascondo - vivo quasi in modo emblematico questo momento, avvertendo in esso un significato profondo, che supera la mia persona e investe milioni di donne che attraverso lotte faticose, pazienti e tenaci si sono aperte la strada verso la loro emancipazione. Essere stata una di loro e aver speso tanta parte del mio impegno di lavoro per il loro riscatto, per l’affermazione di una loro pari responsabilità sociale e umana, costituisce e costituirà sempre un motivo di orgoglio della mia vita”.

Parole del tutto coerenti con tutta la sua vita, pubblica e privata, segnata dal coraggio e dalla verità.

Delegata al Parlamento europeo, Presidente della Commissione bicamerale per le riforme istituzionali costituita dal 1992 al 1994, Presidente della delegazione italiana presso l'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa (1996 - 1999), di cui fu anche vicepresidente. Candidata alla Presidenza della Repubblica nel 1992 ottiene, ma non viene eletta, bel 256 voti.

Il 5 dicembre 1999 una folla immensa la saluta per l’ultima volta in piazza Montecitorio. 


Teresa Mattei (1921 – 2013): Determinata, indomita, antifascista per tutta la vita.

Cresciuta in una famiglia antifascista, indomita e coraggiosa, a 17 anni,  in seconda liceo nel 1938 viene espulsa da tutte le scuole del Regno per aver rifiutato di assistere alle lezioni in difesa della razza, che al Liceo Michelangelo di Firenze sta tenendo in classe il professor Santarelli, inviato nelle scuole a far propaganda razzista: Teresa si alza in piedi e dice: “Io esco perché non posso assistere a queste vergogne”.

Quando ha sedici anni viene mandata a Nizza dal padre per portare ai fratelli Rosselli 600.000 lire, che devono servire per l'organizzazione della sezione italiana che andrà a combattere nella guerra di Spagna, e anche a Mantova, da Primo Mazzolari.

Nel 1943 Teresa aderisce al PCI e entra nella Resistenza fiorentina come capitana di compagnia, ‘Chicchi’ il suo nome di battaglia.  A lei ed al suo gruppo si è ispirato Roberto Rossellini per il film ‘Paisà’. Una delle sue frasi più famose, riportata in diverse testimonianze è infatti: “Aver paura non significava non aver il coraggio di superarla”.

Lo stesso indomito coraggio di suo fratello Gianfranco che, catturato a Roma dai fascisti repubblichini nel settembre del 1944 come responsabile dei GAP di Roma della produzione di esplosivi, sceglie la morte per suicidio, impiccandosi con la cintura dei pantaloni, per non cedere alle torture inflittegli e non rischiare, quindi, di rivelare i nomi dei compagni.

Intanto Teresa si laurea in Filosofia presso l'Università degli Studi di Firenze nel 1944. Definita dai compagni “ardita come un uomo” dopo la morte del fratello, a Perugia è catturata dai tedeschi, seviziata e violentata, ma salvata dalla fucilazione per opera di un gerarca fascista che sostiene: «Una così brava ragazza non può essere una partigiana».

Teresa Mattei è la più giovane di tutti i Costituenti e con Teresa Noce e a Rita Montagnana sceglie la mimosa per l’8 marzo, “Un fiore più povero e diffuso nelle campagne. L'idea mi venne perché la mimosa era il fiore che i partigiani regalavano alle staffette, mi ricordava la lotta sulle montagne un fiore povero che cresceva ovunque a marzo e poteva essere raccolto a mazzi e gratuitamente.”

Nel 1947 fonda l'Ente per la Tutela morale del Fanciullo e per tutta la sua lunga vita una lotta per la tutela dei diritti dei bambini.

Negli anni che seguono la fine della guerra Teresa vede ben presto cadere l’illusione di una parità di genere: “Le donne in guerra avevano guidato i treni, fatto le postine. Finita la guerra furono rimandate a casa”.

Solleva ‘scandalo’ nel suo stesso partito, il PCI,  perché, incinta di Bruno Sanguinetti, già sposato, quando Togliatti, che la chiama ‘la maledetta anarchica’  le chiede di abortire, lei si rifiuta dicendo: “Le ragazze madri in Parlamento non sono rappresentate, dunque le rappresento io”.

Si sposano mesi dopo a Budapest e nasce il loro primo figlio, Gianfranco Sanguinetti.

Nel 1950 nasce la seconda figlia, Antonella, ma muore improvvisamente il marito. Teresa Mattei vive in quegli anni a Milano e si occupa della Casa della Cultura con Rossana Rossanda. Nel 1955 torna a Firenze con il suo secondo marito, Iacopo Muzio, dirigente del PCI, e qui nasce  Gabriele. Lo stesso anno rifiuta la candidatura alle elezioni per la Camera dei deputati e viene espulsa dal PCI per il dissenso maturato nei confronti della politica stalinista e della linea di Palmiro Togliatti.

Attenta all'impatto dei linguaggi audiovisivi sulle giovani generazioni, si impegna in progetti culturali per la scuola e diffonde un’idea ampia di comunicazione culturale, dando vita al progetto “Radio Bambina”.

Nel 1992 raccoglie 100.000 firme per l'attribuzione del Premio Nobel per la Pace ai bambini di Sarajevo. Quell’anno il Nobel è stato assegnato a Rigoberta Menchù “in riconoscimento dei suoi sforzi per la giustizia sociale e la riconciliazione etno-culturale basata sul rispetto dei diritti delle popolazioni indigene”.

Nel 2001 è al G8 di Genova a denunciare i soprusi, nel 2004 tiene un discorso a più di 200.000 ragazzi di tutta Europa a Mauthausen. Il 25 aprile 2011 lancia da Firenze un accorato appello alla Resistenza a Firenze.

La trasmissione della memoria alle nuove generazioni è la battaglia che ha segnato buona parte della sua esistenza: una memoria attiva, che guarda al futuro. Un importante saluto è rivolto ai giovani dell'ARCI di Mesagne (Brindisi): “Siete la nostra speranza, il nostro futuro. Custodite gelosamente la Costituzione. Abbiamo bisogno di voi in modo incredibile. Cercate di fare voi quello che noi non siamo riusciti a fare: un'Italia veramente fondata sulla giustizia e sulla libertà”.

Fiera fino alla fine, ci lascia nel 2013, ultima delle Costituenti ancora in vita.

 

Angelina (Lina) Merlin (1887 – 1979): Dignità alle donne. A tutte le donne.

Giovane maestra a Padova, pacifista, nel 1924 il PSI le affida l’organizzazione della campagna elettorale in Veneto e stila così un rapporto dettagliato sulle violenze degli squadristi dei Fasci di Combattimento, dati che poi vengono utilizzati da Giacomo Matteotti nel suo ultimo discorso alla Camera, dopo il quale viene rapito e assassinato.

Nel 1926 viene arrestata e condannata a cinque anni di confino in Sardegna : su questa sua esperienza è stato scritto ‘Lina Merlin. Una storia di confino’ pubblicato dalle associazioni sarde  Raichinas e Chimas

Sono ricordi di umanità semplice e vera, di un tempo impiegato a ricamare e ad insegnare a leggere e scrivere ai piccoli, a farsi infermiera e, all’occasione, perfino ostetrica… «Avevo sentito da lontano il tepore di una fiamma intravista da una porta aperta e mi ero avvicinata. Una donnina mi guardò e con voce invitante mi disse – Veni in domo mea – in quel dialetto latineggiante sentii la forza di una civiltà che non era morta, ma doveva, chissà quando, vincere la barbarie di cui troppi Italiani erano schiavi…». «A Dorgali, per la sola stanza, pagavo £. 50 mensili…», «La stanza era arredata con un comò, un mezzo guardaroba, un letto, un porta catino in ferro battuto con lo specchio, il boccale, il secchio in ferro smalto e un vaso da notte nel comodino…» Avrebbe vestito, Lina, l’abito dorgalese, ricco e bello, bellissimo.

Resta vedova di Dante Galliani a 49 anni e prende parte attivamente alla Resistenza e con Giovanna Barcellona, Giulietta Fibbi, Laura Conti, Elena Drehr, Ada Gobetti e Rina Picolato costituisce i "Gruppi di difesa della Donna e per l'Assistenza ai Volontari della Libertà.

I suoi interventi nel dibattito costituzionale, quale membro della "Commissione dei 75", risultano determinanti per la tutela dei diritti delle donne, e lasciano un segno indelebile nella Carta Costituzionale.

Sue le parole dell'articolo 3: "TUTTI I CITTADINI... SONO UGUALI DAVANTI ALLA LEGGE, SENZA DISTINZIONI DI SESSO", con le quali veniva posta la base giuridica per il raggiungimento della piena parità di diritti tra uomo e donna, che fu sempre l'obiettivo principale della sua attività politica”. Il suo nome è legato alla legge n. 75 entrata in vigore il 20 settembre 1958 - conosciuta come Legge Merlin - con cui venne abolita la prostituzione legalizzata in Italia.

 

Angiola Minella (1920 – 1988): Ambiente, pace, sicurezza sul lavoro: le sue battaglie di sempre.

Nasce a Torino nel 1920 ma nel 1932 il padre Mario, ingegnere direttore prima delle miniere di Cogne e successivamente della società Reale mutua assicurazioni, viene assassinato dai fascisti con tre colpi di rivoltella. Frequenta il famoso liceo classico "Massimo d'Azeglio" e poi si laurea in Lettere.

Nel 1944 entra nella Resistenza, prima nei gruppi badogliani del Piemonte, poi nelle formazioni garibaldine di Savona (a causa dei bombardamenti, la famiglia si era trasferita a Noli, città di provenienza della madre). A guerra finita viene insignita del riconoscimento di partigiana combattente e della croce di guerra.

Partigiana combattente dal 22 settembre 1944, nonostante la giovane età, fu anche la sorella Maria Pia, conosciuta con il nome di battaglia Esperia.

Iscritta al PCI, appassionata di politica, il 29 marzo 1946 viene eletta nel Consiglio Comunale di Savona e diventa Assessore alla Beneficenza, soprattutto di donne e bambini.

A giugno dello stesso anno venne eletta anche all’Assemblea Costituente nel collegio elettorale di Genova con 27.394 preferenze.

Dirigente dell’UDI, Unione Donne Italiane sia a livello regionale che nazionale, promuove con l’amica costituente Nadia Spano la campagna “Salviamo l’infanzia” in aiuto dei bambini in difficoltà: idea intelligente di soccorso tra madri che permette ai più bisognosi di essere accuditi, curati, mandati a scuola.

Eletta alla Camera nella Terza legislatura e poi in Senato nella Quarta e nella Quinta, si occupa di sociale ad ampio raggio: ambiente, istruzione, maternità, pace, sicurezza sul lavoro. Nel 1957 ha rappresentato l’Italia a Berlino Est nella Federazione democratica internazionale delle donne (Fdif) con sede a Berlino Est, di cui divenne segretaria generale nel 1955. Sempre attiva nella vita del partito, muore a Torino nel marzo del 1988.


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