top of page
logo.jpg

La Stanza del pensiero Critico. Avanza nel silenzio la guerra...

19 ore fa
Tempo di lettura: 3 min

di Savino Pezzotta


Sono passati quasi sei mesi da un rapporto pubblicato dalle Nazioni Unite. Era il 24 aprile scorso. Ho atteso che fosse ripreso: non è successo, non ha fatto rumore, non ha aperto i telegiornali, non ha acceso dibattiti. È scivolato via come scivolano via le cose importanti quando siamo troppo occupati a sopravvivere. Io quel giorno l’ho letto. E da allora non riesco più a togliermelo dalla testa. Si chiama Global Risk Report 2026. Non è un testo tecnico: è una radiografia del mondo. Una radiografia che non mostra ossa, ma crepe.

Più di 1.300 persone – funzionari, attivisti, economisti, scienziati – hanno risposto a una domanda semplice e terribile: quanto siamo vicini a romperci? E la risposta è questa: la guerra non è lontana. È vicina. È dietro la porta.


Le previsioni degli esperti

Quando ho letto che la guerra su larga scala è salita di sedici posizioni nella lista dei rischi imminenti, ho sentito un brivido. Non perché non lo sapessi. Ma perché vederlo scritto, nero su bianco, è diverso. Il 36% degli esperti la vede possibile entro un anno. Il 76% entro sette. La guerra non arriva come un fulmine. Arriva come una crepa che si allarga mentre nessuno guarda. Arriva come un rumore di fondo che non ascolti perché hai altro da fare. Arriva come una stanchezza collettiva.

Il rapporto dice che i rischi politici – la guerra, le tensioni tra Stati, lo stato di diritto che si sgretola – sono diventati i più urgenti. E io, mentre leggevo, pensavo alle nostre conversazioni distratte, ai nostri “non può succedere”, ai nostri “non qui”. Ma la verità è che il mondo non ha più argini. La politica non tiene più insieme le cose: le lascia scivolare.

La tecnologia, che doveva proteggerci, ci espone. L’ONU dice che siamo meno preparati ai rischi tecnologici che a qualsiasi altro. E io penso alle notti in cui scorriamo notizie false senza accorgercene, alle parole che diventano armi, alle immagini che ci spingono l’uno contro l’altro.


La disinformazione è il rischio più imminente del pianeta

Prima delle bombe, arrivano le storie che le rendono possibili. Sul fronte economico, il rapporto parla di crisi finanziaria globale, mercati che si spezzano, catene di fornitura che si inceppano. E mentre tutto questo accade, l’ambiente resta il rischio più grave, ma scivola in secondo piano. Come un dolore che non senti più perché ce ne sono troppi altri.

Le fratture sociali – disuguaglianze, perdita di coesione, migrazioni forzate – non sono più viste come cause, ma come conseguenze. Come se la società fosse diventata il luogo dove si depositano tutte le rotture del mondo.

Il rapporto individua quattro forze che spingono verso la guerra. Io non le ho lette come un elenco: le ho lette come quattro storie che già viviamo.

·   Le tensioni geopolitiche: le senti nei notiziari, nei confini che si irrigidiscono, nelle parole che diventano minacce.

·  La scarsità di risorse: acqua, energia, terra. Le cose che dovrebbero essere di tutti e che invece diventano motivo di contesa.

·   La frammentazione economica: i mercati che si chiudono, le economie che si isolano, le persone che restano indietro.

·   La disinformazione: la più subdola, la più invisibile. La guerra che comincia nelle menti prima che nei territori.

E poi ci sono le tre barriere che impediscono la pace: la mancanza di coordinamento, di consenso politico, di fiducia. Tre parole che sembrano astratte, ma che in realtà sono la base di ogni convivenza.


Il rapporto non dà soluzioni tecniche

Dà una verità che fa male: nessun Paese può affrontare da solo questi rischi. La cooperazione internazionale è l’unica risposta efficace, ma è anche la più indebolita. La pace non è un ideale: è un’infrastruttura. E come tutte le infrastrutture, può cedere.

Quando ho letto la domanda che l’ONU rivolge ai governi – “Le vostre politiche rafforzano lo stato di diritto? Combattono la disinformazione?” – ho sentito che quella domanda riguarda anche noi.

Le nostre parole, le nostre scelte, le nostre paure: rafforzano o indeboliscono la pace?

E allora, oggi, qui, voglio dire una cosa semplice. La guerra non è destino. È costruzione. E ciò che è costruito può essere disarmato. La pace non è un gesto. La pace è un lavoro. Un lavoro quotidiano: ricostruire fiducia, riparare istituzioni, redistribuire risorse, spegnere la disinformazione, riaprire spazi di verità. In un mondo che percepisce la guerra come imminente, la pacificazione non è un sogno ingenuo. È un compito politico radicale. È il nostro compito.  Disinnescare le condizioni che  rendono possibile che le guerre continuino e il compito che la politica, per essere credibile, deve assumere con decisione.

 

Commenti


L'associazione
pdv_cover_edited.jpg

Approfondisci la nostra storia

Post recenti
bottom of page