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Per passione, non solo musica e parole...

Nel ricordo di Charlie Parker, Bird lives!

a cura di Marco Berruti


@The Library of Congress - [Portrait of Charlie Parker, Carnegie Hall, New York, N.Y., ca. 1947] (LOC), Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=42836548
@The Library of Congress - [Portrait of Charlie Parker, Carnegie Hall, New York, N.Y., ca. 1947] (LOC), Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=42836548

In questi giorni cade l’anniversario della nascita di Charlie Parker, avvenuta il 29 agosto 1920 a Kansas City. Il rilievo anagrafico ci offre lo spunto per fare qualche considerazione sulla sua figura e sul posto che occupa nella contemporaneità della musica afroamericana.

Charlie Parker non aveva ancora 35 anni, quando morì il 12 marzo 1955 a New York nella casa della baronessa Nica de Koenigswarter. Sui muri, sui marciapiedi, sui vagoni della metropolitana, a Brooklyn, a Manhattan e nel Bronx - in tutta New York - cominciò a comparire la scritta Bird lives!. Pare che l’iniziativa fosse nata dall’artista beat Ted Joans, amico di Parker e appassionato di jazz [1]. Non si trattava di un’ingenua negazione della natura mortale del grande saxofonista ma di un richiamo al perdurare della sua musica, un epitaffio ed insieme una specie di mantra a ricordare che la morte non avrebbe potuto cancellare la rivoluzione musicale e culturale che Bird aveva compiuto.

A più di settant’anni dalla morte di Charlie Parker, le scritte Bird Lives!, cancellate dai muri di New York, continuano a essere testimoniate dalla musica. Le ritroviamo nei dischi, nei club e nei festival: non come commemorazione di un passato glorioso, ma come presenza operante. Bird vive ogni volta che un musicista, invece di ripetere ciò che già conosce, rischia una frase capace di aprire una strada nuova. Non più un graffito - effimero per definizione - ma la constatazione di qualche cosa di duraturo.

Da Ornette Coleman, passando per Phil Woods e Sonny Stitt, per Gary Bartz e Steve Coleman fino a Steve Lehman e Immanuel Wilkins, musicisti profondamente diversi si sono confrontati con Charlie Parker. Alcuni ne hanno prolungato il linguaggio, altri ne hanno dilatato le forme, altri ancora ne hanno raccolto la libertà e la tensione sperimentale.

A Parker devono molto non soltanto l’improvvisazione moderna e il rischio assunto come principio creativo, ma anche la nuova idea della funzione sociale del musicista - specie se nero, il cui ruolo si è trasformato da intrattenitore ad artefice di una musica complessa e per niente accomodante. Un manifesto politico ricavato direttamente dall’agire pubblico. Un esercizio di libertà e autodeterminazione. Augurargli buon compleanno diventa allora un gesto capace di ricomprendere tutti: musicisti, appassionati, studiosi, ascoltatori occasionali, tutta quell’umanità che il titolo di un suo celebre brano, Anthropology [2], inevitabilmente richiama.


Note

[1] Joans raccontò di aver dato gesso e carboncino a tre appassionati di Bird, incaricandoli di disseminare la metropolitana dei tre boroughs con la frase

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