"Attenti a quei due": quando Mosca unisce Conte e Vannacci
- Alberto Scafella
- 1 giorno fa
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di Alberto Scafella

C’è un luogo della politica italiana dove destra e sinistra riescono finalmente a parlarsi. Non è il Parlamento. Non è il Quirinale. Non è Bruxelles. È Mosca. Qui si compie il piccolo miracolo della politica contemporanea: Giuseppe Conte e Roberto Vannacci, due uomini che sulla politica italiana sembrano appartenere a galassie lontanissime, scoprono una curiosa consonanza quando sulle cronache compare il nome di Vladimir Putin.
Il primo arriva dal populismo che si allea con la sinistra, il secondo dalla destra sovranista. Uno parla il linguaggio della pace, l’altro quello della nazione, dell’identità e della potenza. Uno ha guidato il Movimento 5 Stelle, l’altro ha costruito la propria fortuna politica attorno alle battaglie culturali della destra estrema. Eppure, davanti al Cremlino, le distanze si accorciano. È la nuova Internazionale del «sì, però».
Putin invade l’Ucraina? Sì, però bisogna comprenderne le ragioni. Bombarda? Sì, però anche l’Occidente ha le sue responsabilità. Minaccia? Sì, però c’è la NATO. Occupa territori? Sì, però bisogna fare la pace. Così quel piccolo «però» è diventato una specie di passpartout geopolitico: apre tutte le porte, soprattutto quelle che conducono a una spiegazione favorevole a Mosca.
Per chi è stato messo a palazzo Chigi dal profeta del "vaffa" il fenomeno assume il volto del pacifismo: fermare la guerra diventa la priorità assoluta, anche quando il prezzo della pace rischia di essere pagato soprattutto da chi si difende. Per il vate del mondo al contrario il fascino è diverso: Putin incarna l’uomo forte, la nazione, l’ordine, la tradizione, la potenza militare. Un modello che, per il sovranismo, ha sempre avuto un certo magnetismo. Due strade che, curiosamente, svoltano diversamente per finire davanti allo stesso portone. Ed ecco Attenti a quei due: l'avvocato del popolo e il generale dei parà, Conte e Vannacci, con il Cremlino sullo sfondo.
Poi c’è Matteo Salvini, che nella storia dei rapporti della destra italiana con Putin meriterebbe un capitolo a parte. Le posizioni possono essersi evolute e corrette nel tempo, ma la fascinazione di una parte della destra italiana per il leader russo è un dato politico che non può essere ignorato. Il punto, però, è più grande dei singoli protagonisti. Perché quando una parte della destra sovranista e una parte del populismo nostrano arrivano, partendo da percorsi opposti, a conclusioni sorprendentemente vicine sulla Russia, non siamo più soltanto davanti a una curiosità politica. Siamo davanti a una convergenza culturale.
Quelli che in Italia si accusano ogni giorno di essere fascisti o comunisti, sovranisti o radical chic, guerrafondai o pacifisti, davanti al Cremlino scoprono improvvisamente di poter parlare la stessa lingua. Non è amore. È qualcosa di più italiano: è un condominio. E Putin, in questo condominio, sembra l’amministratore che riesce nell’impresa impossibile di mettere d’accordo tutti.
Ma proprio qui la battuta lascia spazio alla domanda seria. Si può essere contro la guerra senza diventare indulgenti con chi l’ha iniziata? Si può criticare la NATO senza trasformare Putin nella vittima? Si può essere sovranisti e contemporaneamente accettare che una potenza straniera decida il destino di un Paese confinante? E soprattutto: si può parlare di pace senza confondere la pace con la resa?
La risposta dovrebbe essere scontata. In realtà non lo è più. Ed è qui che il caso Conte-Vannacci diventa politicamente interessante. Perché il problema non è stabilire chi sia più o meno «filorusso». Il problema è capire cosa stia accadendo a una parte della politica italiana. La tesi è semplice: una parte della destra e una parte di chi si allea elettoralmente con il centro-sinistra stanno smarrendo il senso dell’Occidente.
La destra rischia di confondere la sovranità con il culto dell’uomo forte e il patriottismo con la fascinazione per le potenze autoritarie, mentre il centro-sinistra nel coinvolgimento con il populismo rischia invece di trasformare ogni errore dell’Occidente in un alibi per chi ha aggredito. Il risultato è il paradosso più curioso: la destra che dovrebbe difendere l’Occidente guarda con indulgenza al suo principale avversario; l'opposto, che proclama il diritto dei popoli all’autodeterminazione rischia di chiedere all’aggredito di arrendersi in nome della pace.
Naturalmente si può criticare l’America. Si può contestare la NATO. Si possono denunciare gli errori dell’Europa. Si può persino sostenere che l’Occidente abbia commesso gravi errori strategici. Ma c’è un confine che non dovrebbe essere superato. Gli errori dell’Occidente non trasformano l’aggressore in vittima. E la pace non può diventare il nome elegante della resa al più forte. Putin, allora, non è semplicemente una questione di politica estera. E allora la domanda finale non è più: Conte o Vannacci? È molto più semplice: quando passa Putin, da che parte stanno? Perché possono continuare a litigare su tutto. Possono restare agli estremi opposti della politica italiana. Ma se, ogni volta che compare il Cremlino, i due finiscono per ritrovarsi sulla stessa corsia, allora il problema non è più la distanza che tra loro intercorre, ma è capire dove abbiano lasciato l’Occidente.
E forse questa è la parte meno divertente di Attenti a quei due: mentre Conte e Vannacci continuano a contendersi il proprio pezzo d’Italia, la strada che li accomuna rischia di essere proprio quella che porta a Mosca.











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