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La Stanza del pensiero Critico. La frase di Bonaccini e la necessità di riscoprire il nostro "essere con"

di Savino Pezzotta


Ciò che dovrebbe caratterizzare la nostra umanità non è la voce che dice “io”, ma il fiato che ci mescola, la naturalità del con essere che si riconosce nelle cose che non fanno rumore: l’odore del caffè che esce dal bar all’alba, il camion della nettezza che sbuffa in strada, le vite che si sfiorano perché non c’è spazio per evitarlo, i silenzi che tengono insieme più di qualsiasi discorso. È lì che si vede che siamo un essere con: nelle micro‑collisioni quotidiane, nei gesti che non si notano, nelle stanchezze che si somigliano.

È la condizione nuda in cui stiamo: esposti gli uni agli altri, dentro la stessa fatica che ci sveglia e la stessa paura che ci accompagna. Non è un concetto da seminario: è il mondo che ci passa accanto e ci tocca anche quando vorremmo chiuderci, anche quando ci difendiamo con la postura rigida di chi non vuole cedere. Da questa esposizione dovrebbe partire la politica: da questa vulnerabilità che precede ogni programma, ogni slogan, ogni grafico. Il con essere è una postura: riconoscere che siamo già insieme, anche quando ci sembra di non esserlo.

Ed è proprio questa nudità condivisa che le forze progressiste sembrano non vedere più. Parlano del popolo come di un segmento da recuperare, come di un target da riconquistare, non come di un luogo dove si entra con il corpo, con la voce che si sporca, con il tempo che si perde. Ma la società non è un grafico: è un tavolo dove qualcuno appoggia la testa perché è stanco, dove un altro impreca perché il pullman non passa, dove una donna racconta che il medico non la ascolta. Il con essere è questo stare dentro, non davanti: il rischio di perdere la distanza per guadagnare la presenza, di sedersi accanto, invece che di parlare sopra.

Vorrei interpretare la frase di Stefano Bonaccini — “Chi ha studiato poco vota a destra” — non come un pensiero ma come un inciampo, un riflesso di una comprensione insufficiente del con essere che non appartiene solo a lui. È un sintomo di una dimensione inconscia del progressismo: la difficoltà a vedere che la società è cambiata, che la solitudine è diventata struttura, che la paura ha preso il posto della speranza.

L’individualismo, da conquista della soggettività, si è trasformato in esposizione reciproca: siamo nudi l’uno davanti all’altro, senza garanzie, senza protezioni. Il riapparire del linguaggio bellicista, la guerra che torna come grammatica politica, le nuove tecnologie che entrano ovunque e non chiedono permesso: tutto questo ha scavato nel sentire delle persone. Alla speranza è subentrato il timore, un timore che non si dice ma si vede nei gesti, nelle scelte, nei voti.

Mi preoccupa vedere le forze progressiste che parlano del popolo come se fosse un segmento da amministrare, una fascia da analizzare, un dato da interpretare. Tradisce proprio questo: pensare il corpo sociale come qualcosa da gestire, non da condividere. Pensarlo come un oggetto, non come il proprio essere.

I risultati elettorali non vanno mai interpretati con le categorie dell’errore o dell’ignoranza: sono espressione delle condizioni di esistenza. Chi vive nelle periferie, nelle campagne, nelle aree interne, chi attraversa la precarietà come condizione quotidiana, non vota “a destra” per ignoranza, ma perché la sua esposizione al mondo è più dura, più immediata. È lì che si dà una società segnata dall’assenza: dei servizi che non arrivano, delle istituzioni che non ascoltano, dei legami che non si formano. È in questo corpo sociale ferito che la destra costruisce la sua promessa di protezione: offre una cornice simbolica, un luogo dove stare, anche se è un’illusione.

Negli Stati Uniti, nel 2024, il nazionalismo annunciato dal Project 2025 della 2025 della Heritage Foundation ha mostrato come la paura sociale possa trasformare il cristianesimo in un dispositivo identitario. Non è fede, è protezione. Non è Vangelo, è confine. È una risposta alla solitudine: offre un’appartenenza invece di una comunità. Anche in Italia questa grammatica si è insinuata: la sovranità come corpo sacro, la tradizione come dogma, la protezione come promessa salvifica.

Ma il cristianesimo, nella sua radice più profonda, genera una politica dell’essere‑con: una forma alternativa di vita che non si fonda sulla paura, ma sulla vulnerabilità condivisa. È l’opposto del nazionalismo.

Ciò che manca oggi al progressismo: un “non ancora” che attrae e stimola ed è capace di restituire al corpo sociale un respiro comune, una direzione che non sia solo gestione dell’esistente.

Le forze progressiste sembrano aver rinunciato a pensare il futuro come apertura. Preferiscono il pragmatismo della quotidianità, la manutenzione del presente, l’occupazione dei luoghi del potere, come purtroppo evidenzia la questione delle primarie.

Ma quando il presente diventa immutabile, quando la politica si riduce a ciò che è possibile oggi e non a ciò che potrebbe essere domani, il corpo sociale perde respiro. Senza un orizzonte, la politica diventa amministrazione; senza un “non ancora”, diventa adattamento.

Chi vive nelle zone più esposte sente questa mancanza come un vuoto: non gli viene offerta una direzione, ma solo una sopravvivenza. Le forze progressiste non rappresentano una differenza perché hanno smesso di esporsi. Sul tema della pace, dell’ambiente, della precarietà: hanno preferito la competenza alla presenza, la cultura al contatto, la spiegazione all’ascolto.

Ma una società non si governa dall’alto: si attraversa. Non si conquista: si frequenta. Non si studia: si vive.

Serve un cambio di postura: ricostruire insieme un “non ancora”, riattivare la presenza nei luoghi feriti del corpo sociale, riconoscere la vulnerabilità come terreno comune, restituire al popolo la possibilità di essere soggetto e non segmento. Senza un orizzonte, senza una presenza, senza una condivisione delle fragilità, il corpo sociale si chiude e la politica si spegne.

La frase di Bonaccini è un sintomo: dice che il progressismo fa ancora  fatica a cogliere la metamorfosi del corpo sociale, che non è una somma di segmenti, ma una trama di relazioni. E se manca questa trama, le persone vanno e votano chi, anche solo per un istante, promette che la loro esistenza non è un errore, ma una parte legittima del mondo comune.

 

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