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PIANETA SICUREZZA. Francia, Spagna, Italia: quando la protesta nasce dei bisogni ignorati

19 ore fa
Tempo di lettura: 6 min

di Nicola Rossiello


Partiamo dai fatti, perché da qui non si scappa. In Francia le proteste sono cominciate due settimane fa in un liceo di Parigi e martedì hanno coinvolto una quarantina di città, tra cui Parigi, Marsiglia, Lilla, Lione, Strasburgo, Tolosa, Rennes e Nîmes. Gli studenti denunciano tagli ai finanziamenti, edifici insicuri e carenza di insegnanti. Il bilancio fornito dal primo ministro parla di 215 studenti, 85 dipendenti scolastici e 725 agenti feriti. Il 6 ottobre i fermati sono stati 488 e 43 le forze dell'ordine ferite. A Lens, nel Nord, un giovane studente ha perso una mano a causa di una granata usata dalla polizia; l'inchiesta dovrà chiarire se l'abbia raccolta per rilanciarla o se sia stato colpito dall'ordigno. L'ispettorato generale della polizia nazionale ha aperto indagini sull'operato degli agenti.

In Spagna, il 2 ottobre, il Parlamento ha respinto due decreti con cui il governo voleva rafforzare le tutele degli inquilini e limitare la speculazione. Il giorno dopo il sindacato degli inquilini ha convocato cinquanta manifestazioni. A Valencia, dopo che un gruppo ha abbattuto le transenne davanti a un congresso immobiliare, la polizia ha risposto con proiettili di gomma, fumogeni e cariche: cinque arresti, nove agenti feriti. Sul numero dei partecipanti a Madrid i dati non coincidono - 70mila per le autorità, 500mila per gli organizzatori - e già questo dice quanto la piazza sia diventata anche un terreno di contesa sui numeri. Ma non è una novità.


Fin qui i fatti, ora l'inferenza

Che tengo distinta, perché è mia e va letta come tale. Il governo di Madrid è progressista, quello di Parigi appartiene a un'altra famiglia politica. Eppure la sequenza è la stessa: una domanda sociale concreta - un tetto, una scuola che non cada a pezzi - resta senza risposta, e dopo qualche giorno a occuparsene non c'è un ministro ma un reparto antisommossa. A mio parere è questo il dato che conta, ed è più scomodo di qualsiasi tesi di parte, perché non assolve nessuno. La polizia non è il luogo dove si decide: è il luogo dove si arriva quando si è deciso troppo poco, o troppo tardi. Chi indossa la divisa si ritrova a presidiare un conflitto che non ha generato e che non può chiudere.

Il conto, poi, lo presenta sempre la strada. Quei 725 agenti feriti in Francia non sono una voce a margine: sono persone, con una famiglia, mandate a contenere una rabbia di cui i responsabili stanno altrove. Ma non sono una voce a margine nemmeno le inchieste sull'uso della forza. Una polizia democratica è tale anche perché accetta di essere controllata, e chi la rappresenta deve volere trasparenza proprio quando è scomoda. Tutelare gli operatori e pretendere accertamenti rigorosi non sono due richieste in conflitto. Sono la stessa richiesta.


La tesi di Anthony Caillé

Che questa lettura non sia soltanto la mia lo dice chi guarda la piazza da dentro l'uniforme. Anthony Caillé, segretario generale della CGT-Intérieur Police, è alla guida di un sindacato di polizia non corporativo. Il ragionamento che porta avanti da anni merita di essere ascoltato per la sua coerenza. Già nel 2023, in una tribuna su Le Monde, sosteneva che la violenza nella gestione del mantenimento dell'ordine fosse in crescita e che il problema stesse anche nel modo in cui il governo risponde ai mali della società e alle rivendicazioni dei cittadini. Nel libro "Que peut la police?", uscito nel novembre 2025, descrive manifestazioni e vita quotidiana in cui le violenze si moltiplicano e il mantenimento dell'ordine si irrigidisce, mentre, a suo dire, la polizia si logora: 14,3 milioni di ore di straordinario non pagate, e un bilancio di 107 decessi in intervento tra il 2020 e il 2022 che collocherebbe la Francia tra i Paesi europei con i dati più pesanti. Sono cifre sue, riportate come tali.

La sua tesi di fondo è che l'escalation dipenda spesso più dalla strategia di polizia che dai manifestanti, e che ciò che lo Stato sceglie di fare con la propria polizia dica molto di come concepisce il conflitto sociale. Le stesse cronache di questi giorni riferiscono di circa trecento manifestanti che a Parigi hanno tentato di attaccare le forze dell'ordine, e i 725 agenti feriti dicono che una violenza esiste anche in piazza, e non è sempre una risposta. Ma sostenere che la strategia incida, e che dunque possa essere cambiata, è una posizione che mi sembra difficile da respingere.

Anche in queste ore la sua voce si muove nella stessa direzione. Il suo sindacato chiede il ritiro di poliziotti e gendarmi dai cancelli dei licei, e lui stesso segnala che in una sola giornata sarebbero stati fermati quasi duemila liceali. Il Presidente Macron ha affermato che gli studenti meritano di essere ascoltati. La CGT confederale parla di circa tremila fermati e di 170 feriti tra studenti dall'inizio del movimento. Sono dati di parte e riferiti a periodi diversi: non vanno confrontati con i 488 fermati del 6 ottobre diffusi dal ministero, ma la distanza tra le fonti è già un'informazione. Dove i numeri sono contesi, a mio parere, manca ancora la trasparenza che si richiede.


L'uso della forza pubblica in Italia

Vale allora la pena di guardare in casa nostra, senza il comodo alibi della distanza. In Italia, da qualche anno, l'intervento della forza pubblica nelle situazioni di conflitto sociale appare, a mio parere, sempre più deciso e più profondo. Non parlo di un singolo episodio, ma di una direzione. Si è allargato il perimetro di ciò che è penalmente rilevante: il decreto sicurezza del 2025, adottato dal governo Meloni, ha introdotto nuove fattispecie e nuove aggravanti, e ha trasformato in reato condotte - come il blocco stradale compiuto da più persone - che prima erano illeciti amministrativi. Si sono moltiplicati gli strumenti di prevenzione affidati all'autorità amministrativa, come le zone a vigilanza rafforzata istituite in diverse città. E non sono mancati episodi, come le cariche sul corteo studentesco di Pisa del febbraio 2024, che hanno aperto un dibattito pubblico tale da richiedere il richiamo del Presidente della Repubblica.

Ci si può chiedere, senza forzare nessuna risposta, se questo insieme di scelte non risponda a una logica che tratta come questione d'ordine ciò che nasce come questione sociale. E ci si può chiedere che cosa accada quando lo spazio del dissenso si restringe per via normativa mentre le cause del dissenso - la casa, il lavoro, la scuola, il salario, la sanità - restano dove sono. Una parte di ciò che oggi viene qualificato come disordine nasce, a mio parere, esattamente lì: da una domanda che non trova altra forma per farsi sentire. Se il problema è questo, anche la risposta deve cambiare natura, e conviene distinguere due piani che il dibattito pubblico tende a confondere.

Il primo è tattico: ridurre la tensione in una piazza si può, e si deve, con operatori formati alla gestione del conflitto, canali di dialogo aperti con chi organizza, un uso della forza graduato e documentabile, reparti non spremuti da turni che logorano il giudizio. Questo abbassa il rischio di stasera. Non cambia quello di domani, perché la piazza che si svuota oggi si riempie di nuovo appena la causa è ancora lì.

Il secondo piano è strutturale, ed è quello su cui, a mio parere, si decide davvero se la tensione scende nel tempo. La de-escalation duratura passa dall'intervento sociale e consiste nel rimuovere, per quanto è realisticamente possibile, gli ostacoli economici che alimentano il conflitto. Una casa a cui si possa accedere con un salario ordinario. Scuole sicure e con gli organici al loro posto. Un lavoro che non sia precarietà permanente. Servizi di prossimità nei quartieri dove oggi lo Stato si presenta soltanto in uniforme.


I compiti che ci assegna la Costituzione

Non è un'idea di parte. È, quasi alla lettera, il compito che la Costituzione assegna alla Repubblica: rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini. Quando lo ricordiamo come un principio astratto, ci sembra retorica. Quando lo leggiamo guardando i numeri dei feriti, ci appare come una norma di sicurezza.

È una strada lenta, costosa, che non regala consenso immediato. Ed è forse per questo che viene rinviata. Ma la domanda va rovesciata: quanto costa non farlo? Costa agenti feriti, ragazzi feriti, inchieste, sfiducia. E costa, a una parte degli stessi operatori, qualcosa di più vicino: chi indossa la divisa vive anche egli il peso di affitti e di trasferimenti verso città care con stipendi che non li seguono. Non è un tema separato. È lo stesso tema visto dall'altra parte del cordone.

Che cosa si pretende, dunque? Nell'immediato, formazione, organici e protocolli trasparenti per chi presidia le piazze, e dati pubblici e verificabili su interventi, feriti e uso della forza. Nel medio periodo, politiche abitative, scolastiche e del lavoro che tolgano ossigeno alle ragioni della rabbia, con tempi e responsabilità dichiarati. Le due cose vanno insieme: la prima senza la seconda gestisce il sintomo, la seconda senza la prima lascia gli operatori esposti nel frattempo.

L'ordine che dura non si ottiene contro la giustizia sociale, ma si ottiene con essa. Quando manca, la polizia diventa l'unica interfaccia di uno Stato che ha smesso di rispondere altrove - e a pagarne il prezzo, per primi, sono i cittadini, i nostri figli nelle piazze e gli operatori che le presidiano.

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