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"Avviamo la causa di beatificazione per monsignor Michele Pellegrino"

1 giorno fa
Tempo di lettura: 3 min

La proposta maturata alla presentazione della biografia sull'Arcivescovo di Torino a quarant'anni dalla sua scomparsa.


Per superarne l'oblio e la rimozione allo scopo di avviarne anche la causa di beatificazione: è questo il messaggio che ha preso forma ieri, mercoledì 7 ottobre, nella Sala Carpanini del Comune di Torino alla presentazione del libro "Michele Pellegrino", scritto da don Pier Giuseppe Accornero per i tipi Effata' Editrice, un incontro promosso dalla Porta di Vetro con la preziosa collaborazione di Luca Rolandi e il patrocinio dell'Amministrazione comunale subalpina.

A quarant'anni della morte - sabato prossimo, 10 ottobre - dell'arcivescovo di Torino e cardinale nominato da Paolo VI, chi ha partecipato all'iniziativa, tra cui la vicesindaca della città Michela Favaro, ha espressamente concordato su questa iniziativa dal basso, tra l'altro resa esplicita nell'epigrafe del volume e dai sentimenti dell'autore: [...] Scopo di questa biografia è anche creare una diffusa opinione favorevole a introdurre la causa di beatificazione".

Non sarà un'impresa facile. Lo ha ricordato con lucidità estrema, calibrando soprattutto i "contro", uno dei relatori, il giornalista Bruno Quaranta, riprendendo le parole a sostegno del comune sentire di chi lo aveva preceduto, lo storico e già docente universitario Bartolo Gariglio. Le ragioni, molteplici, si possono ricondurre, quasi con un moto di tristezza, proprio a quell'oblio e a quella rimozione di cui sopra, che hanno seguito nei decenni successivi una figura chiave, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, della Chiesa cattolica torinese. Studioso, intellettuale, un uomo di pace, vescovo del Concilio, che proprio da quello storico passaggio conciliare, aperto da Papa Giovanni XXIII e concluso da Paolo VI, riuscì a contraddistinguere il suo ministero, Padre Pellegrino si ritrovò, infatti, a misurarsi con il giudizio di presule scomodo, in una Torino profondamente segnata dalla monocultura industriale e dall'immigrazione interna.


Michela Favaro, vicesindaca di Torino
Michela Favaro, vicesindaca di Torino

Un'etichetta pesante per un uomo di Chiesa che con fede voleva "camminare insieme" con i protagonisti nuovi di una società in movimento: gli operai della grande fabbrica, in cui lavoravano anche preti-operai. Una scelta non convenzionale, ma non sperimentale, convinta, che lo rendeva inviso ai poteri forti dell'epoca, abituati a una Chiesa che, in linea con tempi di scontro ideologico anche brutale, aveva privilegiato l'esercizio del controllo sociale, in linea con gli interessi della grande impresa.

Religioso di fermi principi e di grande autorevolezza morale, indisponibile ai compromessi unilaterali, quanto disponibile all'ascolto e al dialogo, come ha ricordato Piera Egidi Bouchard nella sua riflessione, Michele Pellegrino si ritrovò nella sua epoca esposto, inevitabilmente, ai venti del mugugno e dell'insofferenza anche nel suo mondo, da parte di chi viveva - e ancor oggi vive - la Chiesa come un monolite impermeabile ai cambiamenti sociali, rigida e chiusa nella sua tradizione di millenni. Dunque, un uomo di Chiesa che vivificava il confronto con l'arma della fede e l'onestà intellettuale, denunciando a priori quelle sfumature di grigio che sono quasi sempre l'anticamera della mediocrità e dell'opportunismo nelle comunità, laiche e religiose che siano. La parola ora passa idealmente, e non solo, alla Curia metropolitana di Torino, all'Arcivescovo e cardinale Roberto Repole che di Michele Pellegrino ha vergato: "Mi ha sempre colpito una cosa: è un uomo profondamente appassionato di Cristo. In tutta la sua vita ha testimoniato tale passione in tutti i modi e in tutte le occasioni... La Camminare insieme apre gli occhi della Chiesa torinese sulle fatiche dei poveri e degli ultimi".



Un motivo di alto profilo per non lasciare Michele Pellegrino ultimo dei grandi arcivescovi torinesi nell'oblio e nella rimozione. (Mi.R.)

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