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I novant'anni del "filosofo" della musica, Steve Reich
di Marco Berruti

Il 3 ottobre Steve Reich ha compiuto novant’anni. Nato a New York nel 1936, è una figura fondamentale della musica contemporanea. Il suo lavoro attraversa e racconta il divenire della musica dalla seconda metà del Novecento fino ai giorni nostri. La generazione di compositori alla quale appartiene — quella dei maestri del minimalismo — ha condotto la contemporaneità in una dimensione ipnotica, restituendo alla pulsazione, alla ripetizione e alla tonalità una forza nuova.
Il percorso compositivo di Reich si è sviluppato in modo trasversale. Ascoltatore onnivoro, è cresciuto con Bach e Stravinskij, ma anche con il bebop di Charlie Parker e Kenny Clarke. Ha studiato pianoforte e batteria, avvicinandosi al jazz. Poco più che ventenne si è laureato in filosofia alla Cornell University, con una tesi su Wittgenstein. Dopo aver studiato composizione con Hall Overton, ha frequentato la Juilliard School di New York, dove è stato allievo di Vincent Persichetti e William Bergsma.
Attratto dalla libertà culturale della West Coast, si è poi trasferito al Mills College, conseguendo nel 1963 un master e lavorando con Luciano Berio e Darius Milhaud. Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta frequentava assiduamente i locali in cui si suonava jazz, sviluppando una particolare sintonia con la musica di John Coltrane. Conseguito il master, cominciò a sperimentare con nastri magnetici sovrapposti, sfruttando lo sfasamento prodotto da due registrazioni inizialmente identiche che, riprodotte insieme, si allontanavano progressivamente l’una dall’altra. Le voci si separavano poco a poco, generando profili ritmici in perenne movimento. Da qui nasce l’uso della ripetizione non come forma di stasi, ma come processo: un dispositivo capace di produrre attesa, mutamento e una varietà inaspettata. Da quelle prime esperienze sarebbe nato un linguaggio fondato sulla trasformazione graduale, poi trasferito dai nastri agli strumenti dal vivo.
Ma la ricerca di Reich non si esaurisce nel minimalismo. Nel corso dei decenni si è aperta a una tavolozza espressiva sempre più ampia, approfondendo il rapporto fra musica e parola, memoria individuale e storia collettiva. In opere come Different Trains, The Cave e Three Tales, la voce registrata non costituisce soltanto un documento: diventa materiale melodico, cellula ritmica, presenza umana. Reich ha mostrato che la musica può nascere dall’inflessione stessa del parlare e che, dentro la ripetizione, non si nasconde l’identico, ma il cambiamento.
Il suo esempio ha influenzato innumerevoli musicisti, anche - e forse soprattutto - in territori diversi da quello della musica colta contemporanea. Dai Velvet Underground a Brian Eno e David Bowie, la sua lezione si è trasmessa a generazioni differenti, arrivando al rock, all’ambient, alla musica elettronica e alla dance. Più che uno stile da imitare, Reich ha indicato un modo di organizzare il suono.
A questo punto, se sentissi parlare di Steve Reich per la prima volta, sarei curioso di ascoltare qualcosa. E partirei proprio da Music for 18 Musicians: non necessariamente l’opera che riassume tutto Reich, ma quella in cui il suo mondo sonoro si manifesta nella forma più seducente e immediatamente riconoscibile[1]. È come se, osservando una superficie d’acqua, ci rendessimo conto che, nonostante il paesaggio sia sempre lo stesso, non esistono due istanti perfettamente uguali.
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