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- a cura del Baccelliere
- 10 ore fa
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Nel centenario, "L'urlo di Miles"*
a cura del Baccelliere

Libri, articoli di giornale, festival: quello a Miles Davis nel centenario della nascita sembra un assalto alla diligenza. Come accadeva nei film dell’epoca in cui il bianco e nero era naturale, anche l’assalto alla “diligenza Miles” può portare un bottino oppure no. Il risultato dipende dalla bontà di quello che la ricorrenza conduce a riportare alla memoria. Un artista come Davis è insito in una miriade di sfaccettature che a cento anni dalla nascita e a trentacinque dalla morte, ci parlano ancora: materiali inediti, eredi più o meno legittimi, l’eco lontana della sua tromba sordinata e ricordi. Ci sono particolari della sua esistenza, il carattere insito nel suo essere orgogliosamente nero - diverso e speciale in quanto tale - la sua reazione alla discriminazione, il suo spirito votato all’innovazione, che si ritrovano nella sua musica.
Bottino pieno ha fatto Reno Brandoni, che ha pubblicato L’urlo di Miles per Le Ruzzole. Brandoni è un musicista, chitarrista acustico e didatta della tecnica del fingerpicking. In questa circostanza si è spostato sul versante del romanzo. Un romanzo particolare, nel quale la malattia di Miles Davis e le sue conseguenze si intrecciano alla vicenda personale dell’autore[1]. Nel 1955 Miles subì un intervento alla gola, a seguito del quale perse la voce. Sarebbe stata una perdita momentanea, ma un successivo accesso di rabbia - causato dai consueti rapporti conflittuali che il nostro teneva con gli impresari musicali - compromise il lavoro del chirurgo. Davis dopo un lungo percorso riacquistò la voce, ma il suo timbro si era trasformato nel rantolo che gli appassionati avrebbero imparato a conoscere.
Perdere la voce per Miles fu un evento traumatico. Con la perdita della capacità di parlare sentiva venir meno la facoltà di occupare una posizione nel contesto sociale, di muoversi all’interno della band esercitando la propria leadership. La voce era una parte della sua identità. Con il recupero, avvenuto grazie alla tromba e al suono, Davis sentiva riaffiorare la consapevolezza di sé.
In una veste asciutta che non supera le sessanta pagine, sono raccolti molti spunti di riflessione. Uno dei più interessanti è la nuova prospettiva in cui viene presentato il protagonista. Miles Davis è spesso raccontato attraverso i suoi trionfi: Kind of Blue, il secondo quintetto, Bitches Brew, le continue rivoluzioni stilistiche. Qui invece il centro è la fragilità. È quasi un rovesciamento dell'immagine consueta del musicista invulnerabile e scontroso. Parlare di Miles nel momento in cui è costretto al silenzio significa ricordare che anche uno degli artisti più radicali del Novecento ha attraversato paura, rabbia e senso di smarrimento.
Impreziosiscono il libro due camei. Uno è la prefazione di Paolo Fresu, che di Davis è una specie di figlio in arte, capace di interpretarne la lezione con una geniale autonomia. L’altro sono i disegni di Luca Francioso, presenti sulla prima di copertina e all’inizio di ognuno dei dieci capitoli, il cui tratto essenziale rimanda alla poetica davisiana.
Nell’Urlo di Miles non è citato nessuno dei pezzi di Miles, come se l’afonia non riguardasse solo la voce ma contagiasse anche la tromba. Brandoni implicitamente chiede al lettore di ascoltare il silenzio di Miles. Il silenzio è una musica difficile. Ha nei confronti del suono la stessa funzione che ha il buio per la luce. Praticarlo, come ha insegnato Davis, non è una mancanza ma una scelta estetica precisa[2].
*La rubrica entra in pausa estiva per due settimane. Riprenderà martedì 18 agosto
Note
[1] Come racconta lo stesso Brandoni, uno degli spunti a scrivere della vicenda è stato un analogo problema alla gola di cui lui stesso è stato vittima nel 2023.
[2] Davis ha sempre agito per sottrazione nel suo modo di suonare. Negli ultimi anni questa caratteristica si è accentuata. https://youtu.be/0Jnqz62d9oM?si=U2WlHzbHaFG4FjmQ Tutu ne è un buon esempio.











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