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Un bilancio (sintetico) di Umbria Jazz

a cura del Baccelliere


A dieci giorni dalla fine della cinquantatreesima edizione di Umbria Jazz - si è conclusa il 12 luglio - è tempo di qualche riflessione. Umbria Jazz è probabilmente il più importante festival jazzistico del nostro Paese, oltre ad essere uno dei più longevi.

Sul piano organizzativo questa edizione è stata un successo: 46.000 biglietti venduti per oltre tre milioni di incasso e un trend in aumento costante negli ultimi anni ne dimostrano l’ottimo stato di salute. Sul piano artistico, la direzione imboccata è quella delle commistioni.

Umbria Jazz da tempo non è solo jazz - sempre ammesso che tutti siano d’accordo su che cosa si intenda con questa definizione. È innegabile però che, accanto alla programmazione jazzistica, trovino spazio rock, soul, cantautorato e anche pop. Quel che ci sentiamo di dire è che queste contaminazioni non si limitino ad un espediente commerciale per attirare gli spettatori - anche se la presenza di nomi destinati a creare seguito c’è eccome [1] - ma siano ispirati ad una sincera ricerca dell’evoluzione del linguaggio.

Un po’ di nomi. È tornato Sting - che nel 1987 diede vita a un meraviglioso concerto con l’orchestra di Gil Evans. Sono arrivati Elvis Costello e Laurie Anderson. Un punto di vista sullo stato della black music è stato interpretato da Jon Batiste, talento fra i più dotati della sua generazione. Sul versante più jazzistico bei progetti sono venuti da Mark Turner, Ethan Iverson e Brandee Younger. Un momento dal forte valore simbolico è stato anche il concerto del Perigeo, riunito in una formazione speciale per quello che è stato annunciato come l'ultimo saluto pubblico della storica band italiana.

Allora che cosa manca, verrebbe da chiedersi. Da un festival come quello umbro sarebbe lecito attendersi la presenza di un artista che annunci, non diciamo una rivoluzione, ma almeno una svolta. Non sappiamo se ci sia stato. Potremmo non essercene accorti. Forse il problema è proprio questo, l’incapacità di riconoscere quel che non c’era ancora. Questo perché abbiamo così tante informazioni che la novità potrebbe essere sommersa in un mare di altre proposte e restare invisibile per anni.

Orecchie dritte allora. Vale la pena di puntare su Jon Batiste, una proposta non strettamente jazzistica, che tuttavia sta riportando il jazz, le istanze che ne hanno determinato la nascita e lo sviluppo - il blues e il soul ma anche il funk e certe influenze classiche - al centro della scena[2]. Con una precisazione, però. L’impressione è che Batiste sia un artista più importante culturalmente che innovativo musicalmente. È un eccellente pianista, un comunicatore straordinario e un interprete capace di tenere insieme New Orleans, il gospel, il jazz e il pop. Piuttosto che ridefinire il linguaggio musicale, lo sta raccontando per renderlo nuovamente accessibile a un pubblico vasto. Ed è un merito, anche se diverso da quello di un rivoluzionario, non da poco.


Note

[1] Scelti con gusto: ecco un estratto del concerto di Zucchero a Santa Giuliana https://youtu.be/PuchzZkBDqk?si=tZuJlqF1_bK0CICf comunque godibile.

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