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Non siamo sotto la tenda ad ossigeno: l'Europa promuove Meloni, ma con riserva

di Emanuele Davide Ruffino

La destra esulta per l’approvazione della Finanziaria da parte di una Commissione europea certamente non politicamente favorevole alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. La sinistra si accontenta della “riserva” per continuare la sua opera di critica preconcetta su tutto ciò che fa il Governo. I giornali più “estremisti” esaltano o tacciono sulla “riserva”, non facendo entrambi una buona informazione. Fotografia degli effetti dell'intervento della Ue sui conti dell'Italia.

Sicuramente emerge una capacità di giudizio della Commissione nel valutare, indipendentemente dal colore politico dei singoli governi (altrimenti Macron sarebbe stato graziato) e dal potere dei singoli stati (anche la Germania non è stata promossa a pieni voti).


La promozione non esclude prudenza

Per l’Italia, come la Germania (e meglio della Francia, Belgio, Finlandia e Croazia che sono state bocciate) non è un brutto risultato, ma ciò non permette di tornare alla finanza allegra, come espressamente ci invita la stessa Commissione Europea, mettendo di fatto un veto al ritorno alle politiche portate avanti dai Governi Conte e Draghi.

Deficit e inflazione sono parametri da cui non si può prescindere e le nostre economie sono troppo integrate nel sistema globalizzato per poterci permettere altre esperienze alchimistiche (come il bonus al 110%). Anche l’esuberante neo presidente argentino Milei, pur continuando a parlare di provvedimenti shock, dopo la vittoria, ha notevolmente corretto il tiro rispetto alle dichiarazioni elettorali. Sicuramente l’Argentina rappresenta un esperimento da seguire con la massima attenzione per verificare se gli archetipi di un Paese possono essere smantellati nel breve periodo con manovre eclatanti, fuori dagli schemi: la situazione di molti Paesi del Sud America è tale per cui si possono avanzare le ipotesi più strane, perché peggiorare la situazione sembrerebbe quasi impossibile e rimanere inerti rischia di far esplodere la rabbia popolare.

Dalle crisi si può uscire: un po’ a sorpresa i Paesi “promossi” sono stati Grecia (a dimostrazione che i sacrifici a volte servono), Cipro, Estonia, Spagna, Irlanda, Slovenia e Lituania. Nonostante tutti i problemi aperti, l’Europa vive un’altra situazione rispetto all’America Latina e il richiamo delle autorità comunitarie a una politica prudente e di lungo periodo sembra quanto mai appropriata. A colpire, semmai, è lo scarso seguito che queste raccolgono. La Franca ha lanciato una politica di reindustrializzazione (iniziativa legittima e condivisibile dalla maggioranza dei francesi, ma contraria alle politiche di libera concorrenza comunitaria) e quasi tutti i Paesi (Italia in primis) portano al limite le possibilità di spesa. Praticamente nessuno si pone il problema di come contenere la spesa pubblica nei limiti della sostenibilità: dei 2000 emendamenti in procinto di essere discussi in Parlamento (o più esattamente dati alla stampa, anche se sarà di fatto impossibile discuterne) praticamente nessuno prospetta risparmi o manovre per rendere più funzionale il sistema. Evidentemente promettere bonus, stanziamenti e prebende varie risulta ancora vincente. Il problema


I suggerimenti della Commissione Europea

Gentiloni e Dombrovskis sono stati chiari 'Procedure aperte se deficit/Pil oltre 3%” ed è questa la preoccupazione che ha portato a definire “non pienamente in linea” alle raccomandazioni del Consiglio, il documento programmatico dell'Italia per il 2024, invitandola a “tenersi pronta” ad adottare le misure necessarie per correggere la rotta. In termini numerici si tratta di contenere la crescita della spesa primaria netta, dal 1,3% al 0,9% che in termini pratici vuol dire risparmiare, se non si riesce a razionalizzare. Che fare?

Primo suggerimento della Commissione è quello di uscire dai provvedimenti tampone, poiché “i frequenti cambiamenti nella politica fiscale aumentano l'incertezza nell'economia, rendendo il sistema fiscale più complesso e aumentando l'onere sulle imprese e sulle famiglie adempienti"; incertezza ancora maggiore per quanto riguarda il sistema pensionistico, dove si tiene in stallo tutto il processo produttivo (ed in particolare la pubblica amministrazione più vecchia d’Europa) con provvedimenti tampone che rendono inevitabilmente isterico il comportamento di intere fasce di lavoratori (vedasi gli operatori sanitari) che guardano tutte le sere le anticipazioni dei decreti per decidere il loro comportamento (impedendo qualsivoglia forma di programmazione). Bisognerà inoltre agire con determinazione (ma questa volta sul serio e non a parole) sull’eccesso di burocrazia che imbriglia il nostro Paese, nonché aumentare la produttività, reale precondizione per un aumento dei salari.

Se non si avrà il coraggio e la capacità di attuare queste misure, l’unica alternativa saranno i tagli lacrime e sangue con addio a tutte le richieste demagogiche che tanto piacciono ai nostri politici… Appunto, “teniamoci pronti”.


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