Mladić: perché una parte dei serbi continua a considerarlo un eroe
- Maria Teresa Fenoglio
- 17 ore fa
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di Maria Teresa Fenoglio

La morte di Ratko Mladić, avvenuta il 27 agosto 2026 nel carcere dell’Aia, ha riaperto una ferita mai realmente rimarginata.[1] L’ex comandante dell’esercito serbo-bosniaco stava scontando l’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, in particolare per il massacro di oltre ottomila uomini e ragazzi bosgnacchi a Srebrenica e per l’assedio di Sarajevo.[2] Mentre i familiari delle vittime hanno ricordato che è morto senza riconoscere le proprie responsabilità, in diversi ambienti serbi, soprattutto nella Republika Srpska, sono comparsi messaggi di cordoglio e celebrazioni dell’“eroe nazionale”. Anche il presidente serbo Aleksandar Vučić ha duramente criticato il Tribunale internazionale per non avergli consentito di trascorrere in Serbia gli ultimi giorni di vita.[3]
Il conflitto sulla memoria
Non si può tuttavia parlare di ciò che “pensano i serbi” come se si trattasse di una comunità uniforme. Accanto agli ambienti nazionalisti esiste una parte della società civile che da anni si oppone alla glorificazione dei criminali di guerra: le Donne in Nero, lo Humanitarian Law Center, la Youth Initiative for Human Rights, giornalisti, artisti e semplici cittadini. La lunga battaglia intorno al grande murale dedicato a Mladić nel centro di Belgrado è diventata il simbolo visibile di questo conflitto sulla memoria.
Le ricerche mostrano però quanto sia ancora consistente il sostegno all’ex generale. Nel 2009 il 64 per cento degli intervistati in Serbia si dichiarava contrario al suo arresto. Poco prima della cattura, nel 2011, il 78 per cento affermava che non lo avrebbe denunciato e più della metà era contraria alla sua consegna al Tribunale dell’Aia. Un’indagine dell’OSCE pubblicata nel 2012 rilevò che oltre la metà degli intervistati considerava Mladić e Radovan Karadžić eroi nazionali. Nel 2017, inoltre, il 56 per cento giudicava il Tribunale internazionale prevenuto contro i serbi.

Questi dati non significano necessariamente che la maggioranza approvi il massacro di Srebrenica. Indicano piuttosto che molti separano Mladić dai crimini per i quali è stato condannato e continuano a identificarlo con il difensore del popolo serbo. Alcuni negano o ridimensionano i fatti; altri riconoscono che siano stati commessi crimini, ma li attribuiscono alla guerra, ai subordinati o alle provocazioni del nemico. Altri ancora contestano soprattutto la definizione giuridica di genocidio e la legittimità del Tribunale.
Persecutori e perseguitati
Alla base di queste posizioni vi è innanzitutto una memoria collettiva costruita intorno alle persecuzioni subite dai serbi: l’occupazione ottomana, le enormi perdite della Prima guerra mondiale, i massacri perpetrati dagli ustascia durante la Seconda guerra mondiale, l’espulsione dei serbi dalla Krajina e i bombardamenti della NATO nel 1999. Sono sofferenze reali, ma possono alimentare una rappresentazione esclusiva del proprio gruppo come vittima: se noi siamo stati perseguitati, diventa psicologicamente difficile riconoscere che alcuni di noi siano stati anche persecutori.
Si sviluppa così una competizione fra vittime. Il riconoscimento delle vittime bosgnacche viene vissuto come una negazione di quelle serbe e la condanna di Mladić come una condanna dell’intero popolo. Viene meno la distinzione fra la responsabilità penale di determinate persone e la colpa collettiva attribuita a una comunità. Difendere Mladić diventa allora un modo per difendere se stessi dall’umiliazione e dalla stigmatizzazione.
Riconoscere pienamente Srebrenica comporterebbe inoltre l’ammissione che colui che era stato presentato come protettore abbia organizzato la distruzione di migliaia di vite innocenti. Questa consapevolezza minaccia l’immagine positiva del gruppo e produce una forte dissonanza. Per ridurla si possono negare i fatti, minimizzare il numero delle vittime, equiparare indiscriminatamente tutti i crimini oppure trasformare il condannato in vittima di un complotto internazionale. Non si tratta sempre di ignoranza: si possono conoscere molti elementi dell’accaduto e inserirli ugualmente in una narrazione che neutralizza la responsabilità morale.
L'uomo forte che ripara l'identità collettiva ferita
Mladić è diventato anche un contenitore simbolico nel quale confluiscono potenza militare, virilità, capacità di comando e resistenza all’Occidente. La sua immagine compensa simbolicamente le sconfitte, le sanzioni, l’impoverimento e la dissoluzione della Jugoslavia, vissuti da molti come un’umiliazione nazionale. L’eroe forte e indomabile ripara un’identità collettiva ferita.
A ciò si aggiunge la profonda sfiducia verso il Tribunale dell’Aia, percepito da molti come uno strumento politico occidentale. La maggiore visibilità dei processi contro dirigenti serbi, alcune controverse assoluzioni di comandanti appartenenti agli altri gruppi e il ricordo dei bombardamenti NATO hanno rafforzato questa convinzione. Quando il giudice è ritenuto illegittimo, la condanna non appare più come prova della colpa, ma come conferma della persecuzione. Mladić può così essere trasformato in un martire giudiziario.
Questa memoria non è stata alimentata soltanto dal basso. Dichiarazioni ambigue dei dirigenti politici, celebrazioni, murales, programmi scolastici separati e scarsa attenzione alle vittime non serbe hanno impedito un’autentica elaborazione del passato. Il nazionalismo utilizza il ricordo della minaccia per mantenere il gruppo coeso e dipendente dai suoi protettori. Anche giovani nati dopo la guerra ricevono dalla famiglia, dalla scuola e dai media una memoria già organizzata lungo confini etnici.
In termini psicodinamici, il sostegno a Mladić protegge da tre angosce: quella persecutoria di un popolo che si sente circondato da nemici; quella depressiva derivante dal riconoscimento del male commesso dal proprio protettore; e quella identitaria, legata al timore che la colpa di alcuni ricada sull’intera comunità. La scissione consente di conservare un “noi” soltanto vittima e innocente e un “loro” esclusivamente persecutore.
Un’elaborazione più matura richiederebbe di poter sostenere contemporaneamente due verità: il popolo serbo ha subito sofferenze e ingiustizie reali; forze e dirigenti serbi hanno commesso crimini gravissimi contro altre popolazioni. Questa integrazione difficilmente può essere ottenuta attraverso la condanna morale indiscriminata dei serbi, che tende anzi a irrigidire le difese. Richiede il riconoscimento di tutte le vittime, l’attribuzione precisa delle responsabilità e l’incontro con le storie concrete di chi ha sofferto.
Il culto di Mladić non nasce dunque da una sola causa. È il prodotto dell’intreccio fra trauma storico, vittimizzazione competitiva, bisogno di proteggere l’identità, idealizzazione della forza militare, sfiducia verso l’Occidente e uso politico della memoria. Proprio perché assolve funzioni psicologiche così profonde, la semplice esposizione dei fatti, pur indispensabile, non è sufficiente a dissolverlo.
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