Mladic eroe per il governo serbo, ma non per la Serbia democratica
- Vice
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L'annuncio del ministro della Giustizia Nenad Vujić: funerali di Stato per il criminale di guerra. Il commento critico della giornalista Snezana Chongradin
di Vice

"Il boia è morto. Viva il morto. Onori al generale Ratko Mladic". Non è una provocazione, ma la posizione ufficiale del governo serbo che predomina ai vertici dello Stato, a Belgrado, all'indomani della scomparsa di Mladic nel carcere olandese dell'Aia, dove scontava la condanna all'ergastolo per crimini contro l'umanità.
Il quotidiano Potilika, il più antico foglio serbo, riporta la dichiarazione del ministro della Giustizia Nenad Vujić rilasciata all'emittente Alternativna Televizija (ATV) di Banja Luka: "Ratko Mladić sarà sepolto con tutti gli onori di Stato". Peraltro il titolo non lascia spazio agli equivoci: Addio al generale. Aggiunge Vujić che lo Stato serbo è pronto, una volta precisate le procedure, a ritirare all'Aia la salma del generale Ratko Mladić, dell'Esercito della Republika Srpska.
E Nenad Vujić non è uno capitato per caso al ministero della Giustizia. In una nota biografica pubblicata dal governo serbo si legge: "È specialista nei diritti umani e delle minoranze, nei diritti dei rifugiati e delle persone sfollate, nei diritti dei lavoratori e dei sindacati, nonché nella protezione dei diritti umani secondo la Convenzione Europea e gli standard ONU. [...] Ha lavorato come consulente legale presso il Centro di Diritto Umanitario da ottobre 1999 ad aprile 2000, presso il Comitato Jugoslavo degli Avvocati per i Diritti Umani a Belgrado nel 1997/1998, mentre dal 1994 a dicembre 1997 ha lavorato presso il Centro per la Transizione Democratica". Il nazionalismo serbo non abbandona Mladic neppure da morto.[2]
La Serbia non è tutta prigioniera del suo passato. Parliamo di quella parte del Paese che non accetta di rimanere avvinghiato alla memoria di una guerra scatenata per risolvere controversie storiche, culturali e religiose che soltanto il maresciallo Tito con il suo carisma aveva messo in sonno, cercando di far prevalere le cose che univano su quelle che dividevano i popoli dei Balcani.
Guardarsi allo specchio non è facile, né semplice. Anzi, è estremamente complicato quando il carico di orrori e di sangue ti soffoca ad ogni angolo, da una parte e dall'altra della barricata, e le ricostruzioni storiche sono funzionali a coltivare in vitro un odio mai sepolto.
Da anni, scontrandosi con le minacce che le riversano facinorosi e fanatici nazionalisti la giornalista e scrittrice Snezana Chongradin ha pubblicato sul quotidiano d'opposizione Danas un articolo che rivela la posizione dell'altra Serbia, quella che non ha timori reconditi a fare i conti con il proprio passato e a vivere il presente da una posizione di autentica e praticata democrazia, collocando nella memoria al giusto posto "macellai" spacciati per eroi della Patria. Mladic è uno di quelli e Snezana Chongradin dà voce a sentimenti che non possono non essere condivisi di cui ricorda le tragedie della guerra dei Balcani, dall'assedio di Sarajevo al massacro di Srebrenica. Riportiamo alcuni passi del suo articolo:
È difficile riordinare i pensieri e le emozioni che ne scaturiscono quando muore un antagonista. Soprattutto se si tratta di una persona della tua stessa gente o del tuo stesso Paese – il luogo in cui sei nato, cresciuto o dove tuttora vivi e lavori. Lì dove stai crescendo i tuoi figli…
È difficile vivere in un Paese in cui la maggioranza dei cittadini considera un eroe quel criminale, quel bastardo, quell'uomo spregevole nato in queste terre che ha avuto modo di sfogare tutta la sua malvagità; un uomo che – a loro dire – avrebbe difeso il popolo serbo e contribuito alla sua dignità. È inoltre molto difficile vivere in un Paese dove – vale la pena ribadirlo – sono al potere i fautori del genocidio perpetrato sul campo da Ratko Mladić, il quale fece uccidere oltre ottomila bosgnacchi in soli tre giorni. Solo perché erano bosgnacchi. Erano nati così e si trovavano in quel luogo sventurato l'11 luglio 1995: a Srebrenica. Con veemenza – e con l'energia giovanile tipica di ritardati politici, di individui egocentrici, stupidi e insensibili – Aleksandar Vučić, Presidente della Serbia, e Ivica Dačić, Ministro dell'Interno, hanno istigato e sostenuto il compimento del genocidio, facendo sì che il loro popolo, quello serbo, rimanesse per sempre marchiato come il popolo i cui rappresentanti hanno commesso un genocidio. Non è difficile intuire come siano riusciti a vincere le elezioni dopo così tanti anni – oltre tre decenni – e a godere del favore dei cittadini serbi. Quando si è così forti da difendere un genocidio, da sostenerlo, giustificarlo, negarlo o rifiutarsi di riconoscerlo – senza mai rinnegare quel passato orrendo e ignobile – si possiede certamente la "capacità" di tenere la popolazione sotto controllo attraverso la forza e la brutalità delle azioni, le menzogne, i furti e i gravi inganni. Si aizza il popolo contro chiunque altro veda la realtà per quella che è, così come è stata dimostrata: non solo attraverso migliaia di testimonianze e prove, ma anche tramite le dichiarazioni più esplicite a difesa di quel criminale, morto ieri nel carcere del Tribunale dell'Aia.
[...] Alle cosiddette autorità democratiche ci sono voluti ben 11 anni per arrestarlo. Sul territorio della Serbia. Ricordo il giorno dell'arresto. Ero felice. Il 5 ottobre erano al potere i vincitori.[2]
Note
[2] Nenad Vujić









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