Addio Dolly Parton, regina del country e non solo
- Marco Berruti
- 11 ore fa
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di Marco Berruti

Il 3 febbraio 1960, in un incidente stradale ad un incrocio nel quartiere Parioli a Roma, morì Fred Buscaglione. Qualcuno sostiene che questo avvenimento sia coinciso con la fine di quella che Federico Fellini aveva chiamato “la dolce vita”. Buscaglione, torinese, era all’apice della carriera. Aveva inventato uno stile personale. Recitava la parte del duro dal cuore tenero, fra storie della mala e ritmi afro-americani. All’epoca il presidente del Consiglio era Antonio Segni. Il Presidente della Repubblica era Giovanni Gronchi. Nonostante l’eco mediatica che ebbe l’avvenimento - si registrò il cordoglio di amici e colleghi appartenenti a generazioni e ambiti diversi come Ugo Tognazzi, Domenico Modugno, Gino Latilla, Carla Boni, Cinico Angelini - non risulta che ci siano state dichiarazioni ufficiali del governo o delle istituzioni.
Altri tempi, si dirà. Il riferimento ci rimanda ai giorni nostri. Ieri l'altro, 25 agosto, a Nashville, ci ha lasciato Dolly Parton, una delle più grandi artiste country. Una personalità complessa, della cui rilevanza probabilmente al di qua dell’Atlantico non siamo troppo consapevoli. Qui la conosciamo per le doti fisiche e per qualche film come Dalle 9 alle 5 orario continuato. Ma è stata molto di più. Una grande cantante, autrice dei propri successi. Capace di ribellarsi allo show business country per ritagliarsi una dimensione più pop[1].
Negli Stati Uniti è stata adorata anche grazie a questo: non aver abbandonato la musica country pur avendone dato una versione diversa. Portava con sé le sue origini. Ragazza del Tennessee, arrivò a Hollywood grazie al suo talento, alla sua caparbietà e anche alla sua bellezza. Ha vinto 11 Grammy Awards, fra cui uno alla carriera. Ha collaborato con stelle del country come Emmylou Harris, Linda Rostadt, Kenny Rogers e pop come Beyoncè e Miley Cyrus. È sua I will always love you, che nell’interpretazione di Whitney Houston è diventata un successo planetario. Era anche nota per la sua attività filantropica; la fondazione Dollywood, da lei creata e diretta, si occupava principalmente di alfabetizzazione dei bambini.
Torniamo ora all’accenno iniziale. Il presidente Trump ha annunciato bandiere a mezz’asta per una settimana in segno di lutto. Non sappiamo se Dolly Parton avrebbe gradito. Probabilmente no, visto il suo spirito autonomo molto lontano da quello del presidente americano. Certo questo è un segno dei tempi che impongono anche alla politica e alle istituzioni di avere un profilo molto più pop. Nel caso di Dolly Parton l’equazione country=MAGA pare un pochino forzata e alla lunga controproducente. Molto meglio ascoltare Dolly cantare uno dei suoi primi successi, Blue ridge mountain boy[2].
Note
[1] A metà anni settanta non esitò a chiudere la collaborazione con Porter Wagoner, molto importante nella prima fase della sua carriera, per affermare la propria autonomia artistica.











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