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Milano, ora i generali preoccupano la politica senza la minaccia di un golpe

Interrogativi all'indomani della candidatura di Carmelo Burgio

di Alberto Scafella


C’è un momento, nella vita di una città, in cui accade qualcosa di curioso: la politica si accorge del problema soltanto quando gli elettori cominciano a cercare qualcuno che sappia risolverlo. A Milano quel momento potrebbe essere arrivato. La candidatura del generale dei Carabinieri in pensione Carmelo Burgio, sostenuta da Futuro Nazionale, non è soltanto l’ennesima candidatura destinata ad animare il dibattito elettorale. È soprattutto un gigantesco campanello d’allarme. E sarebbe un errore guardare al campanello invece che all’incendio. Perché la domanda vera non è: «Ma davvero vogliamo un generale come sindaco di Milano?» La domanda è: «Come mai una parte dei milanesi potrebbe arrivare a pensare che un generale sia più rassicurante di un politico e magari a votarlo?»

Questa è l'interrogativo che dovrebbe togliere il sonno a parecchi dirigenti di partito. Perché se davanti a sicurezza, degrado, spaccio, aggressioni, occupazioni abusive, vandalismo e crescente insofferenza verso chi non rispetta le regole la risposta della politica è stata per anni una miscela di buone intenzioni, comunicati stampa, tavoli interistituzionali e qualche indignazione rigorosamente temporanea, allora non ci si può stupire se qualcuno decide di cambiare canale. E sul nuovo canale compare un generale. Il generale, nell’immaginario collettivo, ha un difetto imperdonabile per certa politica contemporanea: decide. Non convoca necessariamente un tavolo per decidere se convocare un tavolo. Non passa tre settimane a spiegare che il problema è complesso. Non manda un comunicato per dire che è profondamente preoccupato. Ordina. E poi controlla che l’ordine venga eseguito.

Naturalmente Milano non è una caserma. E nessuno dovrebbe pensare di trasformare una metropoli europea in un gigantesco cortile, dove il sindaco passa in rassegna i cittadini. Ma c’è una cosa che forse un generale potrebbe ricordare alla politica: la democrazia non significa assenza di regole. Anzi. La democrazia funziona quando le regole sono chiare e valgono per tutti. Il problema è che abbiamo costruito una curiosa forma di garantismo all’italiana nella quale il cittadino rispettoso delle regole sembra spesso essere l’unico soggetto al quale viene chiesto di avere pazienza. Pazienza con il degrado. Pazienza con lo spaccio. Pazienza con i vandali. Pazienza con le occupazioni. Pazienza con chi trasforma una piazza in una zona franca. Pazienza con chi aggredisce. Pazienza con chi sporca. Pazienza con chi se ne infischia degli altri. E quando il cittadino perde la pazienza, arriva puntuale la spiegazione sociologica. Il contesto. La marginalità. Il disagio. La mancanza di opportunità.

Tutto vero. Ma proviamo a fare un esperimento. Spieghiamo tutto questo al pensionato al quale hanno appena rubato il portafoglio. Oppure alla ragazza aggredita tornando a casa. Oppure al commerciante che deve ripulire per l’ennesima volta la saracinesca. Oppure al residente che trova il proprio quartiere trasformato in un mercato permanente dello spaccio. Chissà se saranno sufficientemente rassicurati dalla complessità del fenomeno. La realtà è che comprendere le cause di un reato non significa dover rinunciare a prevenirlo e reprimerlo. E questa distinzione, incredibilmente, è diventata quasi rivoluzionaria. Il problema non è Burgio o chi lo vuole candidare. È ciò che il generale rappresenta. La candidatura di Burgio dovrebbe quindi essere letta con attenzione. Non necessariamente perché "le greche" siano la soluzione ai problemi di Milano. Non lo sappiamo. Un conto è comandare uomini addestrati in una struttura gerarchica. Un altro è amministrare una città di oltre un milione e trecentomila abitanti, con problemi giganteschi di mobilità, casa, urbanistica, welfare, sicurezza, ambiente, commercio e sviluppo economico.

Il grado non produce automaticamente capacità amministrativa. Ma produce una cosa politicamente molto potente: un’immagine di autorità. E quella domanda di autorità non è nata oggi. È stata lasciata crescere. Come è cresciuta, in altri settori, la domanda che ha prodotto il successo politico di Roberto Vannacci, che non rappresenta certamente la soluzione a tutti i problemi italiani. Ma pensare che il fenomeno di un generale dei para sia nato semplicemente perché milioni di italiani si sono improvvisamente trasformati in estremisti sarebbe un esercizio di straordinaria comodità politica. È molto più semplice dare del populista all’elettore che chiedersi perché quell’elettore abbia deciso di ascoltare il populista.

Vannacci, prima ancora di essere una risposta, è stato un sintomo. Il sintomo di una politica che ha lasciato scoperti interi territori del dibattito pubblico. Sicurezza. Ordine. Identità. Autorità. Rispetto delle regole. Sono temi che non appartengono né alla destra. né alla sinistra. Appartengono alla normalità di uno Stato. Quando però la politica progressista li considera sospetti e una parte della destra li trasforma in una clava identitaria, il risultato è inevitabile: il cittadino finisce per cercare qualcuno che gli prometta semplicemente di rimettere le cose a posto. E allora arriva il generale. Milano non ha bisogno di una caserma. La cosa più divertente sarebbe che qualcuno accusasse Burgio di voler militarizzare Milano. Perché sarebbe come accusare il medico di voler trasformare l’ospedale in un pronto soccorso.

Milano non ha bisogno di soldati agli angoli delle strade. Ha bisogno di istituzioni che funzionino. Ha bisogno di polizia presente. Di controlli. Di illuminazione. Di trasporti sicuri. Di certezza delle sanzioni. Di una macchina amministrativa che non si arrenda davanti al primo ostacolo. Di politiche sociali che aiutino davvero chi ha bisogno, senza trasformarsi in una giustificazione permanente per chi delinque. E soprattutto ha bisogno di una cosa che sembra essere diventata tremendamente difficile: distinguere il disagio dalla criminalità. Si può aiutare il primo e combattere la seconda. Contemporaneamente. Non è necessario scegliere.

E se i milanesi fossero semplicemente stanchi? Forse questa è la domanda che dovrebbe interessare maggiormente i partiti. E se i cittadini non fossero diventati improvvisamente militaristi? E se fossero semplicemente stanchi di essere considerati intolleranti ogni volta che chiedono sicurezza? E se non volessero una città militarizzata, ma una città nella quale la persona perbene non debba sentirsi un’idiota perché rispetta le regole? Perché questo è il punto. Una città civile non è quella nella quale nessuno viene controllato. È quella nella quale tutti sanno che possono essere controllati. Una città libera non è quella nella quale tutto è consentito. È quella nella quale le libertà di ciascuno finiscono dove cominciano quelle degli altri. E una città democratica non è quella nella quale lo Stato arretra per paura di sembrare autoritario. È quella nella quale lo Stato è abbastanza autorevole da non dover diventare autoritario.

Per questo la candidatura di Burgio dovrebbe preoccupare soprattutto chi ha governato Milano, non chi oggi la propone. Perché se un generale dei Carabinieri in pensione dovesse diventare improvvisamente competitivo nella corsa a Palazzo Marino, la domanda non sarebbe perché Milano vuole il generale. La domanda sarebbe molto più imbarazzante: che cosa ha fatto la politica perché Milano cominciasse ad averne bisogno? E forse, prima di rispondere, sarebbe il caso di guardarsi intorno. Perché quando il cittadino comincia a desiderare il generale non è necessariamente perché ama la divisa. Potrebbe essere semplicemente perché non sopporta più di vedere l’autorità dello Stato spogliata della sua uniforme realmente democratica.

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