Lo scudo di Meloni e Frederiksen: il cristianesimo che nega il Vangelo
- Savino Pezzotta
- 1 ora fa
- Tempo di lettura: 2 min
di Savino Pezzotta

C’è un punto che non possiamo più eludere: quando la politica europea parla di cristianesimo, non parla di cristianesimo. Parla di un feticcio. Di un simbolo svuotato, utile solo a costruire confini. Le parole di Giorgia Meloni e dalla prima ministra danese Mette Frederiksen – difendere l’Europa dall’immigrazione incontrollata, proteggere il patrimonio culturale cristiano – non sono un programma: sono un dispositivo. Servono a produrre un nemico, a generare un assedio, a trasformare la fede in un badge di appartenenza.
È un cristianesimo che non ha corpo, non ha ferite, non ha storia. Un cristianesimo che non conosce il proprio Vangelo. Un cristianesimo che non si misura con la realtà, ma con la paura. È il cristianesimo delle fortezze, non delle frontiere attraversate. È il cristianesimo che si usa per giustificare l’esclusione, non per interrogare la responsabilità.
Ma il cristianesimo vero – quello che ha attraversato secoli di conflitti, di migrazioni, di mescolanze – non è un recinto. È una disponibilità. È un’esposizione. È un modo di stare nel mondo senza pretendere di possederlo. È una pratica che non si difende: si espone.
Il cristianesimo militante non è quello che brandisce la tradizione contro i corpi che arrivano. È quello che si schiera con quei corpi. È quello che non accetta che la paura diventi criterio di governo. È quello che non confonde la cultura con la proprietà, la fede con l’identità, la tradizione con la frontiera.
L’immigrazione non è una minaccia: è la prova dell’Europa. È il luogo dove si vede se l’Europa crede davvero nei principi che proclama. È il punto in cui si misura la distanza tra ciò che l’Europa dice e ciò che l’Europa fa. E oggi quella distanza è enorme.
Per un’Europa che non si difende dalla vita
Perché il vero pericolo non è l’arrivo di nuovi cittadini: è la trasformazione dell’Europa in un continente che si difende dalla vita. Un continente che usa il cristianesimo come scudo per non guardare negli occhi chi bussa. Un continente che preferisce la sicurezza alla verità.
Il cristianesimo che vale qualcosa non è quello che si protegge: è quello che protegge. Non è quello che chiude: è quello che apre. Non è quello che divide: è quello che espone. È un cristianesimo che non ha paura della pluralità, perché sa che la pluralità è la condizione della vita.
Se oggi c’è una battaglia da combattere, è contro la riduzione del cristianesimo a identità. Contro la sua trasformazione in un marchio geopolitico. Contro la sua manipolazione come strumento di governo. La fede non è un confine: è una ferita. E una ferita non si difende, si attraversa.
La paura non è un progetto politico
L’Europa non si salva blindando la tradizione: si salva restando fedele alla propria inquietudine. Si salva non cedendo alla tentazione di trasformare la paura in politica. Si salva riconoscendo che il cristianesimo, se vuole ancora dire qualcosa, deve tornare a essere ciò che è sempre stato: una pratica di apertura, non di chiusura.
In un tempo che costruisce muri ovunque, il cristianesimo militante è quello che li attraversa. È quello che non si lascia usare. È quello che non accetta di diventare un alibi. È quello che non si difende dalla vita, ma la difende.











Commenti