top of page
logo.jpg

La lunga notte del terrorismo in Italia, risvolti psicologici e livelli di resilienza

Seconda parte: Il trauma comunitario da piazza Fontana alla strage di Bologna, verità e giustizia come fattori di salute mentale

 

di Maria Teresa Fenoglio


L’attacco sferrato alla struttura democratica dello Stato condotto da forze che con quello stesso stato avevano a che fare, destabilizzò profondamente il cittadino e le sue sicurezze. Un dato storico e politico che non può essere ignorato dallo psicologo, in quanto costituisce una variabile importante dei traumi subiti dalle vittime dirette. Infatti, quando è lo Stato a rendersi connivente con la violazione dei diritti umani basilari, depistando, omettendo i fatti e mandando impuniti i responsabili a quarant’anni dagli eventi, le vittime dirette e gli stessi cittadini sono esposti a un rischio grave per la loro salute psichica.

Fortunato Zinni, uno dei sopravvissuti di piazza Fontana, afferma: “dalle Istituzioni sono arrivate solo promesse di una rapida giustizia che non c'è mai stata. Una giustizia ingiusta fatta di condanne all'ergastolo e assoluzioni per insufficienza di prove confermate poi dalla Cassazione, fino allo sfregio finale della condanna dei famigliari delle vittime al risarcimento in solido delle spese processuali. Se questo non si chiama fallimento della giustizia, e vittoria dei burattinai, non so come chiamarla” (L’Unità, 2009, cit.).

Gli archivi secretati non sono mai stati aperti, nonostante le assicurazioni dei diversi governi, né è stato rimosso il segreto militare, come del resto nel caso ben noto dell’aereo abbattuto da un missile sui cieli di Ustica. “Si aprano gli archivi, si rimuova completamente il segreto politico-militare, si dia la possibilitá  ai ricercatori di analizzare e valutare i documenti e agli inquirenti di utilizzare le carte segrete “(F.Zinni, ibidem).

Corpi straziati chiedono giustizia, senza la quale sarebbe difficile salvare la Repubblica

(Renato Zangheri, sindaco di Bologna, 6 agosto 1980)

Il doppio ordine di verità, uno ufficiale, dichiaratamente democratico, e uno sotteso e latente, fatto di collusione con forze criminali, caratterizza fin dal Secondo dopoguerra la vita sociale e politica italiana. Lo psicoanalista Maurizio Montanari, in un recente articolo, parla di “due universi consustanziali”.

"È la logica della perversione descritta da Lacan. Secondo il filosofo Zizek, a guardia del patto tra Stato e antistato sono chiamati obbedienti soldati che regolano la loro esistenza in virtù del motto ‘libertatem silendo servo’, non a caso utilizzato dall’organizzazione Gladio. Uomini «ben consapevoli degli interessi particolari che sono alla base degli assiomi ideologici’» sentinelle poste a salvaguardia del tacito patto di non intromissione tra due universi consustanziali". (Montanari, 2018)

Gaspare Pisciotta e Salvatore Giuliano
Gaspare Pisciotta e Salvatore Giuliano

Montanari ricorda come il patto Stato-Mafia, in quanto legame perverso, nato nel dopoguerra fin dai tempi di Portella della Ginestra[1] estenda la propria virulenza prima attraverso le stragi e poi alimentando “movimenti” come quello dei forconi, delle curve da stadio e delle “terre di mezzo” di Roma capitale.

"Questi mondi opachi con i quali lo Stato stringe patti, complementari a quelli che noi quotidianamente abitiamo quanto l'antimateria lo è per la materia, obbediscono a leggi diverse dalla 'Lex' democratica, si sostengono su codici ed usanze quasi sempre non scritte, ma non per questo di minor efficacia simbolica". (Montanari, ibidem)

L’intreccio di interessi e patti occulti, di cui l’opinione pubblica sembra ignara e molti danno per assodato, se da una parte favorisce il silenzio a cui sono socialmente relegate le vittime, dall’altro corrompe in maniera profonda il sentire democratico, come se quest’ultimo fosse un artificio retorico a copertura di una realtà di non detti. Il clima politico e sociale italiano è ad oggi il prodotto di questo doppio livello di verità, che costringe quanti sono intenzionati a seguire le regole del gioco democratiche a scontrarsi con una sorta di “entità sociale” strutturatasi in una personalità “come se"[2]. Tutto questo avviene tuttavia grazie a collusioni. L’opinione pubblica quasi sempre sa, ma volge lo sguardo dall’altra parte. Sa, ma sacrifica le regole democratiche e oggi anche i sentimenti umanitari, alla propria convenienza, in nome della quale possono compiersi delitti abietti e violazioni dei diritti umani, come avviene a danno dei profughi del mare e dei confini europei, o nei respingimenti nei lager libici. Terrorismo di stato, in violazione di diritti basilari della persona, compiuti sotto gli occhi di tutti, con la connivenza della maggioranza.

Il dittatore Augusto Pinochet @Emilio Kopaitic
Il dittatore Augusto Pinochet @Emilio Kopaitic

In un importante convegno internazionale tenutosi in Croazia nel 2001[3], la neuropsichiatra cilena Paz Rojas Baeza del Codepu, parlò nella sua relazione di disturbi specifici causati dalla “assenza di verità e giustizia”. Facendo riferimento ai paesi in cui la dittatura militare venne sconfitta, come il Cile e l’Argentina, R. Baeza sottolineava come sia stato messo in atto, attraverso l’amnistia, una sorta di revisionismo, in cui la verità, pilastro essenziale per lo sviluppo delle relazioni affettive con il mondo sociale, viene pervertita, e l’assenza di verità produce quei meccanismi psicopatologici che danno origine alla insicurezza, all’angoscia e alla assenza di fiducia di base. A questo si aggiunge l’impunità dei colpevoli[4] che costituisce per le vittime una nuova forma di aggressione.

L’impunità mette in discussione i valori umani fondamentali, distrugge i principi e le convinzioni, alterando le norme sociali costituitesi lungo il corso della storia"[5].

Senza la verità, i pensieri e i ricordi non possono fluire, cosicché il contenuto mentale dei soggetti è dominato dalla confusione e dalla ambivalenza. L’impunità produce nelle vittime e nella intera società l’alterazione dell’allineamento assiologico (le teorie dei valori e i canoni interpretativi della realtà)[6].

Nella quasi totalità delle testimonianze di vittime del terrorismo con cui sono venuta in contatto per scrivere queste pagine, l’assenza di verità e giustizia è indicata come la prima e più grave fonte di sofferenza, per lenire la quale le vittime costruiscono sistemi di resilienza collettivi centrati sulle azioni di coalizione, denuncia, ricerca e testimonianza. Per sopravvivere mentalmente, esse praticano la Parresia, ciò “dire il vero”. Scrive Michel Foucault:

«La Parresia è un atto direttamente politico che viene esercitato davanti all’Assemblea, o davanti al capo, o davanti al governante, o davanti al sovrano, o davanti al tiranno ecc. È un atto politico, ma sotto un altro aspetto, la parresia [...], è anche un modo di parlare a un individuo, all’anima di un individuo: un atto che riguarda la maniera in cui quest’anima verrà formata». (Foucault, 1984, 2005, Mari, 2017)

Ma l’esercizio della parresia non è un'attitudine diffusa. Francesca Dendena[7], a proposito dell’iter dei processi che, nonostante la situazione fosse ormai chiara a tutti, non portarono a una condanna dei responsabili di Piazza Fontana, afferma:

“Ho pensato tanto a questa domanda - “Perché la giustizia dei tribunali non è riuscita a condannare i colpevoli?” - e sono giunta alla conclusione che i giudici dei verdetti finali non potevano essere tutti compromessi, ma che forse tutti non hanno voluto sigillare con il proprio nome un verdetto di questo tipo”.

E ancora. Domanda: “Come associazione dei familiari delle vittime, quali risposte avete avuto alle vostre richieste?” Ci sono stati aiuti sia regionali che statali ma solo a partire dagli anni 1980, e la prima volta la legge escludeva la strage di Piazza Fontana dato che aveva decorrenza dal 13 dicembre. Una nuova legge è del 2004, ma ancora oggi non è giunta a compimento. In tutto questo lo Stato ha dovuto essere decisamente sollecitato. Quel poco che abbiamo avuto è stato frutto di fatica e stenti come la giornata della memoria. Sembra che dobbiamo sempre dimostrare di essere vittime delle stragi e del terrorismo (Barilli F., 2009)

È noto che una condizione condivisa dalle vittime di reato è quello di trovarsi costantemente di fronte alla necessità di “dimostrarlo” (Guglielminetti, 2017).

La reazione collettiva delle vittime stesse, sostenuta da cittadini che sposano la causa, riesce a rispondere con efficacia al trauma subito, permettendo la Parresia. Se il trauma individuale e famigliare non può essere cancellato, il ruolo attivo di denuncia sottrae al senso di passivizzazione a cui il terrorismo mira a condannarle.

Il danno non colpisce solo le vittime dirette. I cittadini di un paese che subisce azioni terroristiche possono infatti essere considerate “vittime secondarie”. In particolare, le comunità esposte alla esperienza dei crimini di Stato e della successiva impunità dei colpevoli subiscono un danno collettivo permanente, di natura molto profonda. Anche se in Italia solo segmenti di istituzioni dello Stato sono state coinvolte (i cosiddetti “corpi separati”), tuttavia l’omertà, i tentativi di occultamento, il rallentamento della giustizia, le burocrazie, hanno con tutta probabilità determinato nei cittadini e nelle vittime dirette reazioni in qualche modo analoghe a quando il crimine è perpetrato da tutto l’apparato statale, come avviene nelle dittature.


Il generale Jorge Rafael Videla responsabile di crimini contro l'umanità durante il regime militare in Argentina dal 1976 al 1981.
Il generale Jorge Rafael Videla responsabile di crimini contro l'umanità durante il regime militare in Argentina dal 1976 al 1981.

Gli studi condotti da psicologi sociali di nazioni che hanno sperimentato come ricordato sopra feroci dittature militari, sottolineano come Cile e Argentine uscite da quel periodo siano oggi società attraversate dalla dialettica della negazione. Non solo i responsabili di crimini terribili sono restati impuniti, ma un pervasivo silenzio è calato su quel periodo. Questi studiosi hanno individuato i seguenti meccanismi psicosociali:

a) la marginalizzazione delle vittime primarie, colpevoli di forzare la rimozione; b) la creazione di una enclave sociale incline alla menzogna e alla ostilità; c) lo sviluppo nelle comunità sociali di una paura internalizzata densa di sfiducia di base, che distrugge i legami solidaristici; d) l’incapacità di raggiungere un accordo su quanto è accaduto, che invece consentirebbe di guardare al presente.

In altre parole, affermano gli psicologi cileni e argentini, i cittadini vivono una sorta di “lutto congelato”, che impedisce loro di erigere barriere efficaci contro il processo di impunità (Kordon et al, 1995; Baeza[8], 2001). A loro avviso si può dunque parlare di “disturbo mentale comunitario”.

Questa analisi, riferita alla situazione italiana odierna, appare preveggente. Vi si afferma infatti che queste esperienze psichiche fanno emergere “un nuovo tipo di soggetto, segnato dalla paura, dalla sfiducia, dalla perdita della memoria collettiva e dalle deformazioni del linguaggio… Tutto questo porta alla dissociazione sociale e alla costruzione di gruppi incongruenti e talvolta falsi, conformi al nuovo modello, dominato dall’individualismo” (Kordon, 1995)

Tanto più risulta quindi importante, al fine del mantenimento del tessuto comunitario, oltre che per il benessere individuale, che gli attivisti, gli operatori e le istituzioni illuminate sostengano quei gruppi sociali che mettono in atto azioni di risposta, diffondendo la memoria degli eventi  non accettando di prendere parte al meccanismo di rimozione collettiva. Sostenere la parresia, promuovendola negli altri ma facendosene a propria volta portatori, diventa perciò della massima importanza. Il detto latino Dixi et salvavi animam meam riassume efficacemente il senso profondo del lavoro psicologico[9].


Note

[1] Il Primo maggio del 1947 a Portella della Ginestra, nei pressi della Piana degli Albanesi nella provincia di Palermo, durante la Festa del Lavoro, la banda del criminale Salvatore Giuliano, braccio armato del movimento separatista siciliano, sparò sui contadini in festa che celebravano la loro lotta per la riforma agraria e il risultato delle elezioni per l'Assemblea siciliana che si erano svolte la settimana precedente, il 21 aprile. Il drammatico bilancio fu di 11 persone uccise e il ferimento di almeno una trentina, dato ufficiale. Salvatore Giuliano fu ucciso il 5 luglio del 1950 in circostanze che restano ancora avvolte da un velo di mistero dal cugino e suo "luogotenente" Gaspare Pisciotta, quest'ultimo avvelenato con la stricnina nel caffè il 9 febbraio del 1954 nel carcere palermitano dell'Ucciardone.

[2] Maurizio Montanari scrive: “Tommaso Buscetta era solito affermare che «Lo Stato Italiano non è pronto a conoscere queste verità che non reggerebbe». Apparati dello Stato, servizi segreti deviati e parte dell’apparato politico, patteggiavano con esponenti di un Anti Stato per mantenere una sorta di pace armata, un accordo che permettesse ad entrambi di vivere nei propri spazi, ridefinendo le proprie zone di influenza, recitando ciascuno il proprio ruolo” (Montanari, 2018).

[3] Strengthening Local Resources for Community Reconstruction’, International Society for Health and Human Rights, Cavtat, Croazia, 2001

[4] Il dittatore cileno Augusto Pinochet che si macchiò di delitti di massa morì alla fine nel suo paese e nel suo letto.

[5] D. Kordon, L. Edelman, D. Lagos et al., La Impunidad, Une perspectiva Psicosocial Y Clinica, Editorial Sudamericana, Buenos Aires, 1995

[6] Convegno Cavtat, 2015

[7] Storica rappresentante dell’Associazione vittime della strage di Piazza Fontana. Aveva perso il padre, Pietro. È morta nel 2010.

[8] Codepu, Chile

[9] Questo avviene in molti settori in Italia. Si pensi, ad esempio,  all’impegno degli operatori di salute mentale nelle risposte alla mentalità mafiosa e nella lotta contro tutte le violenze (violenza contro le donne e i bambini, tratta ecc. )



Commenti


L'associazione
pdv_cover_edited.jpg

Approfondisci la nostra storia

Post recenti
bottom of page