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La Stanza del pensiero Critico L'occhio nei conti dell'Eni

1 giorno fa
Tempo di lettura: 2 min

Commento da ex sindacalista

di Savino Pezzotta


I conti record di Eni vengono presentati come il trionfo dell'efficienza industriale: utili in crescita, dividendi straordinari, buyback aumentato, debito ridotto. Ma dal mio punto di vista da ex sindacalista un interrogativo affiora alla mente: chi sta producendo concretamente questa ricchezza e come viene redistribuita?

Se l'azienda può distribuire oltre un miliardo di euro di dividendo straordinario e quasi 4 miliardi in riacquisto di azioni, significa che il valore generato è enorme. Eppure, nel dibattito pubblico, si parla quasi esclusivamente della soddisfazione degli azionisti e della reazione positiva dei mercati. Molto meno si discute di salari, occupazione stabile, sicurezza nei luoghi di lavoro, qualità degli appalti e condizioni dei lavoratori lungo tutta la filiera energetica.

Descalzi sostiene che non si tratti di extraprofitti, ma del risultato di una migliore organizzazione industriale. Può essere. Tuttavia, anche ammettendo che questi profitti derivino dall'efficienza e non soltanto dall'aumento dei prezzi energetici, resta aperta una questione di giustizia sociale: se l'impresa crea più valore grazie al lavoro umano, all'innovazione e alle infrastrutture costruite nel tempo, una parte significativa di quella ricchezza dovrebbe tornare non soltanto agli investitori ma anche ai lavoratori e alle comunità.

C'è inoltre una contraddizione che non posso ignorare. Negli stessi anni in cui le grandi imprese energetiche registrano risultati eccezionali, milioni di famiglie continuano a subire bollette elevate, mentre gli autotrasportatori protestano per il costo dei carburanti. La distanza tra l'euforia della finanza e la vita materiale di chi lavora e consuma rischia di trasformarsi in una frattura sociale sempre più profonda.

Per questo il nodo non è punire il profitto, ma orientarlo. Se esistono risorse per aumentare dividendi e buyback, devono esistere anche risorse per rafforzare i salari, ridurre la precarietà, sostenere la formazione professionale, investire nella sicurezza e accompagnare con equità la transizione energetica. Altrimenti il rischio è che la transizione diventi l'ennesimo processo in cui i benefici vengono privatizzati mentre i costi vengono socializzati. Poi ci si lamenta se crescono le proteste e i giovani mostrano una grande insoddisfazione.

Come ex sindacalista mi viene spontaneo  porre una domanda semplice: quando un'impresa dichiara risultati storici, quale quota di quel successo è destinata al lavoro? Perché senza il lavoro che estrae, trasporta, raffina, progetta e distribuisce energia, nessun dividendo sarebbe possibile.

In una fase storica segnata da disuguaglianze crescenti, il vero indicatore di successo non dovrebbe essere soltanto l'aumento del valore delle azioni, ma la capacità di trasformare gli utili in benessere collettivo. Una grande impresa a partecipazione pubblica come Eni dovrebbe essere giudicata anche da questo: non solo da quanto remunera il capitale, ma da quanto restituisce alla società che contribuisce a generare la sua ricchezza.

 

 

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