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La lunga notte del terrorismo in Italia, risvolti psicologici e livelli di resilienza

Quinta e ultima parte: "Risoluzione del trauma e recupero psichico"*

di Maria Teresa Fenoglio


Come abbiamo visto in relazione alla resilienza comunitaria, anche per l’individuo una utile precisazione va fatta a proposito del costrutto stesso di resilienza. Quando ci si trova di fronte a perdite traumatiche di questo tipo, non sono da aspettarsi una risoluzione ed un recupero completo. La resilienza non è qualcosa di facilmente ottenibile, e non va confusa con un mero “recupero”; il quale a sua volta è un processo graduale che avviene nel tempo.

Eppure la sofferenza seguita a un’esperienza traumatica produce in molti casi, sia nel singolo che nella comunità, trasformazioni in grado di dare esito ad una crescita positiva.

Gli studi effettuati (Tedeschi e Calhoun, 1996), hanno rilevato che cambiamenti positivi si verificano a vari livelli della vita dei soggetti e della comunità, in particolare in 5 aree principali: 1) l’emergere di nuove opportunità e possibilità; 2) lo sviluppo di rapporti più profondi e una maggiore compassione per gli altri; 3) la sensazione di essere più forti per affrontare le sfide della vita in futuro; 4) l’imporsi di nuove priorità e pieno apprezzamento della vita; 5) una maggiore spiritualità (Calhoun & Tedeschi, 1999, 2006). È evidente quindi che i professionisti salute mentale dovrebbero opportunamente spostarsi da un approccio focalizzato sulla patologia ad approcci sia individuali che gruppali tesi a promuovere le capacità di guarigione e di recupero dal trauma (Rutter, 1999; Walsh, 2003, 2006).


Le reazioni nei bambini 

Spesso i soggetti, e in particolare i bambini, reagiscono in modo vitale e inaspettatamente positivo a perdite anche gravi. Questo lo si può osservare in tutte le situazioni emergenziali, non solo nel terrorismo. La ricostruzione dettagliata operata da Cyrulnik del proprio stesso processo di adattamento illumina un campo di fattori molteplice, che tiene conto sia della dimensione individuale che di quella collettiva.

Cyrulnik, nascosto dalla madre ebrea perché non venisse scoperto e mandato nel lager, affronta in tenerissima età le peripezie di chi, solo al mondo, lotta per la sopravvivenza. Egli descrive la resilienza come un “reticolo”, ove “il nostro tessuto è costretto a svilupparsi attraverso gli incontri che avvengono negli ambienti affettivi e sociali” (Cyrulnik, 2000, p.40)

Attraverso la ricostruzione della propria biografia personale egli deduce i fattori di resilienza che lo hanno salvato. Ne individua fondamentalmente due: da una parte una figura affettiva di riferimento, sufficientemente solida (Dora). Dall’altro una figura che lo apre al mito collettivo, il compagno di Dora, il comunista Émile.

“Si può vivere senza miti? Quando un’esperienza collettiva è pesante, quando la situazione sociale è difficile, quando il mondo interiore è disperato, il mito ci unisce e dà senso alle nostre sofferenze.” (ibidem)


Mettere in parola gli avvenimenti 

Anna Rozenfeld (Rozenfeld, 2014, 2015), che in Argentina ha avuto in cura vittime di violenza di stato, afferma che come esiste un fattore “sorpresa” che irrompe nella vita del soggetto generando paura, disperazione e destabilizzazione dando un carattere traumatico agli avvenimenti, così c'è un fattore “sorpresa” che invece struttura il soggetto. Esso “viene fuori” a partire dalle ferite, mentre si cerca di trovare un senso a quell’avvenimento che ha cambiato la vita. Questo fattore evita il crollo. “C'è un lavoro di riscrittura, di elaborazione della ferita, in cui trauma e senso possono articolarsi in una nuova posizione soggettiva. Solo così si può parlare di resilienza, quando il soggetto ha oggettivato la scena e l’ha messa in parola, ha simbolizzato gli avvenimenti a partire dal senso assegnato”. [....] “Occorre che il soggetto ritorni a pensare, reinvestire, assoggettandosi alle pulsioni di vita e ridando al pensiero la sua potenza”. (Rozendfeld, ibidem)

Seguire alcune delle biografie delle vittime aiuta nella comprensione dei processi di resilienza. Nel confrontarsi con queste testimonianze capita di farsi trasportare nelle vicende personali e intime delle persone abbandonando i vincoli e gli schemi prefissati. Essi ci parlano direttamente invitandoci ad abbandonare le difese che spesso hanno significato la loro marginalizzazione o evitamento irritato. Solo in questo modo riusciamo a cogliere in profondità che cosa può voler dire aver attraversato l’orrore di una violenza insensata e trovare poi la strada per risollevarsi.

Afferma Cyrulnik “Ogni archivio, ogni incontro, ogni evento che ci induce a creare un’altra chimera narrativa costituisce un periodo delicato della nostra esistenza, un momento fecondo, uno sconvolgimento caotico a partire dal quale tenteremo dolorosamente di ri-imparare a vivere… con felicità”, (Cyrulnik, 2009, p. 21).

 

Francesca Dendena, figlia di Pietro, che nel 1969 aveva 17 anni e che al momento dello scoppio della bomba alla Banca dell’Agricoltura aspettava il padre in macchina, afferma a proposito della modalità con cui ha affrontato il lutto per la morte del padre:

 

“(l’ho affrontato) Informandomi e partecipando agli eventi che mi erano possibili, e credo che tutto abbia preso la giusta direzione dopo la partecipazione a Catanzaro[1], dove con la nostra testimonianza affermavamo che nonostante tutto credevamo nella giustizia e speravamo nella stessa”. (Fasanella, Grippo, 2006)


Manlio Milani, che perse la moglie a Piazza della Loggia (1974) ricorda:

“Per oltre un anno dormii con le luci accese, perché non riuscivo più a vivere in quella casa. Una molla era scattata e aveva già messo in moto inconsapevolmente quel meccanismo che mi avrebbe portato a cercare quasi in modo ossessivo la verità” (ibidem)… Avvertii come una sensazione di ricomposizione. Stava iniziando un’altra lotta (quella per la verità)... Il privato e il politico divennero i cardini essenziali della mia vicenda... .militante della verità... Non conoscendo la verità, sono stato privato anche del diritto di perdonare.

 

Lorenzo Pinto, fratello di Luigi, morto a Piazza della Loggia:

Ho vissuto per molti anni questo conflitto tra la voglia di sapere e quella di cancellare tutto... Poi con l’aiuto di Manlio Milani, presidente dell’Associazione vittime di Brescia, ho iniziato a interessarmi, a leggere, a capire... In lui ho sentito la vera solidarietà, la sensibilità di una persona che ti è accanto ma con una presenza discreta e, insieme, profonda. Avevamo vissuto entrambi lo stesso dramma, c’è un minimo comun denominatore tra le persone che vivono queste esperienze estreme... E così, nel 1998, ventiquattro anni dopo Piazza della Loggia, ho scritto una tesi sulle stragi impunite... studiavo i fatti e al tempo stesso analizzavo le mie reazioni. [...] Crescendo, riuscivo a mettere sempre più a fuoco la causa delle mie rimozioni: avevo, senza saperlo, la sindrome del sopravvissuto, non mi ero perdonato di non essere morto al posto di mio fratello.

[...] Subito dopo averla presentata e discussa, mi sono tolto dal collo la catenina d’oro di mio fratello e l’ho regalata a mia sorella… A quel punto sentivo che dovevo separarmi da lui...(Ibidem)

 

Lo Stato, inteso come consenso espresso mediante libere istituzioni, nonostante i ritardi nell’approvazione delle leggi per le vittime e per i loro familiari, tutto sommato lo abbiamo avuto dalla nostra parte. Anch’io, come Giovanni Pellegrino, mi sento di dire che nel complesso il saldo è positivo: se si tiene conto della gravità degli episodi che abbiamo vissuto, avremmo potuto ritrovarci sotto un governo militare, nel mezzo di una guerra civile dichiarata, e invece viviamo ancora in un Paese democratico...

 

Adesso resta ancora un atto da compiere, un atto che aiuti a ricomporre l’intero quadro aggiungendo i pezzi di verità mancanti e, al tempo stesso, porti a una riconciliazione. (Lo chiama modello sudafricano, "Il perdono come mezzo per conoscere la verità, e la verità come condizione del perdono.")

...Sono stato attento, sono stato attento. Ho usato la mia intelligenza per capire, e poi per riappacificarmi con il prossimo. Ora riposiamoci, se vuoi».

 

Marina Gamberini dichiara: «Incontro ragazzi puliti, che non sanno nulla di quella storia. Ma è meglio così. Quante volte, anche adesso, in altri contesti sento che ci sopportano, passiamo per pesanti, e solo perché siamo ancora qui, con tenacia, a chiedere la verità, perché adesso ne conosciamo solo un pezzettino. I ragazzi no, invece: vedo che ci ascoltano, perché sono interessati davvero e non per obblighi d’ufficio. Vogliono capire e non hanno verità che ogni tanto qualcuno pretende di confezionare». 

“Ci sono voluti anni di parole e terapie per liberarla dalla gabbia dei fantasmi. Ora le foto delle sei colleghe fanno parte della mostra, «Io sono testimonianza», che riunisce nella Sala Borsa di Bologna le immagini dei sopravvissuti con quelle di oggetti legati a chi non c'è più: un borsello, un cappello da capostazione, una maglietta. Vicino a Marina ci sono le sei colleghe: «Finalmente non sono io ad avere importanza, ma loro, che in tutti questi anni non hanno mai avuto voce».


Lia Serravalli ha perso a Bologna le due figlie, e la sorella.

“Dopo una serie di accertamenti il medico mi chiamò. E mi disse, quasi a muso duro: “Non ci sono cure per dimenticare e andare avanti: hai due strade, due sole possibilità: o ti uccidi o cerchi di sopravvivere”. Fui molto turbata dalle sue parole. Arrivò a dirmi anche che mi avrebbe dato lui stesso la pistola per suicidarmi. Ma il medico aveva fatto bene, perché il suo discorso così brutale mi aveva dato una scossa. Ed era proprio l’effetto che lui voleva ottenere: voleva che io cominciassi a vivere, o quantomeno ci provassi”


Sappiamo che oggi cresce le figlie di sua sorella, e il maschietto nato l’anno dopo la tragedia, Silvano. Ha adottato una bambina in Gambia, Isatù.

Il suo trauma è “superato”?

“Per me le mie figlie sono vive, presenti. Non sono morte perché le sento vicino, accanto a me ogni giorno della mia vita. Io ricordo ogni attimo. È questa la mia penitenza. E anche la mia forza” (ibidem).

 

Ana Rozenfeld[2] afferma che nei soggetti si produce uno squilibrio tra pulsioni di vita e di morte. La resilienza è in uno spazio tra questi due, in un interstizio. Il soggetto si sente abbandonato da tutti, dalla Provvidenza, dai poteri protettori. Non si recupera la forma precedente, i vissuti traumatici modificano il soggetto, i parametri logici vengono alterati e l’individuo si sente sopraffatto. La resilienza prevede che si sviluppino costruzioni psichiche, “posizioni”. Una è la “posizione rivendicativa”. Il danno diventa motore di lotta, fonte di reclami, sete di giustizia. Si cerca una riparazione morale, ed è un modo di risollevarsi.

Nella “posizione riparatoria” il danno si trasforma in principio etico. Si cerca di evitare che la tragedia si ripeta, si fa del bene. La risposta sociale organizzata ha un ruolo fondamentale, si opera una riparazione simbolica. Nella “posizione creativa” assumono un ruolo centrale l’arte, la musica la letteratura. Tutto questo è cruciale, perché in assenza di rappresentazioni simboliche è difficile elaborare il trauma. L’Arte è un atto di salvataggio dalla disperazione di un lutto traumatico non elaborato e consente di esprimerlo dal “di dentro” di ciascuno.

Un altro fattore è “l'umorismo”. L’umorismo contribuisce alla resilienza in quanto è una strategia per deviare il dolore. Trionfa allora il narcisismo. L'umorismo si sottrae alla compulsione della ripetizione. (Rozenfeld A., Granieri A., Borgogno F., Gonella M., 21  marzo 2015)

 

Sulla resilienza comunitaria che si fonda sulla risposta collettiva e organizzata delle vittime, Antonella Granieri fa inoltre osservazioni molto interessanti. Pur non negandone la funzione, Granieri sottolinea come la fusione regressiva “diventi il sostituto illusorio dell’oggetto perduto e il Sé individuale è sostituito da un Sé ideale. “ La domanda “chi sono io?” rischia di venir sostituita dalla domanda “chi ho perso?”, irrigidendo l’articolazione della resilienza stessa (Rozenfeld, Granieri, 2014).

Il lavoro del terapeuta, ma anche quello dello psicologo di comunità, sarà quindi quello di sostenere i soggetti nella ricerca e realizzazione delle forme di resilienza a cui si indirizzeranno, accompagnandoli al contempo in quell’esercizio di pensiero su di sé e la realtà che eviti le semplificazioni e gli irrigidimenti difensivi, ma apra a sviluppi ulteriori e affrancati.

 


Note

[1] Dove si svolgeva il processo

[2] Psicoanalista argentina. Nel 2008 crea, all’interno dell’ APA (American Psychological Association), un gruppo di ricerca interdisciplinare sulla resilienza.

 

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