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La lunga notte del terrorismo in Italia, risvolti psicologici e livelli di resilienza

Quarta parte: "Gli effetti ri-traumatizzanti della burocrazia"*

di Maria Teresa Fenoglio


Il calvario non è circoscritto alle perdite, pur così tragiche, e all’orrore vissuto. Ogni singolo passo successivo diretto a chiedere il riconoscimento di vittima ha effetti ri-traumatizzanti:

 

…”ci sono cose che continuano a farmi male", come ad esempio "le visite all'ospedale militare, con tre ore di colloquio psicologico, negli scorsi mesi, per il riconoscimento del danno biologico e morale". "Una cosa difficile da affrontare, troppo lunga. E anche rileggere il verbale è stato un'altra tragedia” (Fasanella, Grippo, ibidem)

 

L’iter per il riconoscimento giuridico amministrativo dello status di vittime del terrorismo e l’accesso ai benefici relativi costituisce un trauma aggiuntivo, tanto da far affermare ad altri soggetti (i terremotati) che “la burocrazia uccide”. Lo stesso vale per le vittime di Mafia.

La pensione, che va erogata alle «vittime del terrorismo e delle stragi di mafia con una invalidità pari o superiore all'80 per cento» viene infatti loro negata, chissà se «per stupidità» (come dice, Paolo Bolognesi[1], o per «antipatia o avversione» come sospetta Giovanna Maggiani Chelli[2] (Tessadri P., 2012)

Le vittime non si trovano di fronte a semplici ritardi. L’INPS si muove con disagio e palese freddezza nei meandri di una erogazione pensionistica “anomala”. Ad alcuni viene confermato il diritto a ricevere la pensione, salvo poi sospenderla. Ad altri non viene erogata perché, come affermato dal Consiglio di Stato, al momento dell’attentato non lavoravano. Tutti sono costretti a innumerevoli accertamenti, visite, compilazione di moduli sempre diversi. Quanto ai politici, le promesse si susseguono, mai seguite da fatti concreti.

 

Il ricordo di Sonia Zanotti, zoppicante e ancora in stampelle:

«Tanto umano, emozionante e gentile è stato il Capo dello Stato, tanto brutto è stato sentirsi dire dall'allora ministro Angelino Alfano che dopo due settimane ci avrebbero dato risposte sulla legge 206 e sulle pensioni, mentre poi non c'è stata nessuna risposta».

Sull’evitamento da parte dei politici e sulla loro mancanza o non volontà di risoluzione delle giuste richieste di verità e giustizia non aggiungo in questa sede osservazioni oltre quelle da altri già formulate. Esse rimandano a una precisa volontà di occultare le liste della cosiddetta “gladio nera” (Bolognesi P. in Imarisio M, 2017), o comunque di voler evitare una destabilizzazione istituzionale. Sui meccanismi burocratici, invece, la psicologia offre spunti di lettura suoi propri.

Da tempo la psicosociologia e la socioanalisi hanno individuato e descritto le dinamiche inconsce, di natura affettiva, da cui sono regolati i gruppi e le organizzazioni. Essi rispondono infatti non solo a obiettivi espliciti di tipo produttivo, ma a finalità emotive alimentate dal mondo interno dei soggetti. L’Istituto Tavistok di Londra, in particolare, ha dato inizio fin dai primi anni ’70 a studi sulle dinamiche inconsce delle organizzazioni, a partire da quelle sanitarie. Esiste una patologia del funzionamento delle organizzazioni, le quali si strutturano in base a difese inconsce contro le ansie che dominano le persone che ne fanno parte (Enriquez, 1992).

Nei gruppi sono state osservate dinamiche quali la creazione di capri espiatori, i sentimenti di ambivalenza verso il leader e del leader stesso, o il rifiuto del parere di esperti esterni (Briante, Brustia, Fenoglio, 1997). Altre, ben descritte da Bion (1961), strutturano i gruppi attorno ad “assunti di base”, cioè forti emozioni condivise che si sottraggono all’esercizio del pensiero distogliendo i componenti dal perseguimento degli obiettivi dichiarati. Chi scrive, insieme a Clara Capello (Capello, Fenoglio, 2005) ha alcuni anni fa condotto studi sui reparti di maternità di un grande ospedale di Torino, rilevando come provvedimenti apparentemente razionali (la rasatura del pube delle partorienti e portare i neonati al piano di sopra per controlli medici attendendo a lungo il loro ricongiungimento con le madri) fossero legati a specifiche angosce vissute dal personale: in particolare, l’invidia degli operatori per la coppia madre bambino e l’idea insostenibile dell’esistenza di una sessualità materna.

Dobbiamo alla psichiatria molti dei capisaldi della analisi istituzionale, a partire dal processo di emancipazione, sia del personale che dei malati, dall’universo manicomiale. Tali dinamiche, che perpetuano la segregazione e l’esclusione, tendono a perdurare anche all’interno di contesti ormai riformati. Alludendo alla collusione messa in atto dagli operatori della salute mentale, dai famigliari e dai malati stessi come fattore di cronicizzazione della malattia, Massimo Mari osserva:

“Il controtransfert istituzionale è lo spazio mentale dell’equipe terapeutica, che può essere occupato da alcune dinamiche rigide, non elaborate, espulsive o imprigionanti nell'istituzione di appartenenza dell’équipe stessa, che “risuonano” inconsciamente con il transfert istituzionale della persona e della famiglia in cura, costruendo il limbo indiscriminato della cronicità di rapporto. (Mari 2017).


"Ritorna" la tela di Penelope

Lo stesso Massimo Mari individua nella burocrazia una delle più importanti forme di resistenza al cambiamento. Essa può essere paragonata alla tela di Penelope, secondo il motto “di notte si disfi ciò che creo di giorno” (Mari, ibidem).

Le burocrazie si strutturano attorno a difese inconsce e a pregiudizi di natura culturale. Quelle che colpiscono le vittime, così opportunamente descritte da Guglielminetti (2017), riguardano la colpevolizzazione (blame the victim), la paura che la vittima voglia vendetta, la polarizzazione ideologica, l’evitamento e l’isolamento sociale, il giustificazionismo, ecc.

L’uso difensivo dello strumento burocratico in qualsiasi procedimento che dovrebbe essere teso all’aiuto del cittadino appare legato da un lato al desiderio di potere del “burocrate”, che non sempre tuttavia è preminente. Dall’altro al distanziamento emotivo nei confronti del dolore e delle richieste dell’altro, sentiti come destabilizzanti. I “burocrati” appaiono perciò assorbiti dal loro stesso apparato (Jaques, 1979). Un fenomeno analogo al burn out degli operatori sanitari, che si manifesta proprio nel distanziamento, nella rabbia e nella freddezza verso i malati.

Anche i media affrontano il terrorismo mettendo in atto difese quali il distanziamento. Le azioni violente, in particolare nelle prime fasi, vengono presentate, anche dai media, con un senso estremo di orrore. Ma l’orrore finisce per produrre presa di distanza dalle vittime, alle quali non si vuole essere accomunati.

A proposito dei media Marina Gamberini ricorda l’effetto che ebbe su di lei la diffusione capillare della foto che la riprende nel momento della sua liberazione dalle macerie, su una barella e con gli occhi spalancati dall’orrore:

"Ho odiato quell'immagine con tutta me stessa, ho impiegato anni per abituarmi al fatto che circolasse e anche adesso, ogni volta che la vedo, mi sembra di tornare a quel giorno", confessa Marina. “Perché è in quella foto, in ciò che rappresentava, che per anni si sono annidati i fantasmi di una psiche che non ha mai accettato la condizione di sopravvissuta". (Alberti F, 2010)


Il ruolo della comunità e fattori di recupero e di resilienza

A Bologna il terribile attentato del 2 agosto 1980 mise in moto, con rapidità sorprendente, tutta la città. Nelle prime ore la popolazione intera si dedicò al soccorso, nei giorni successivi preparò la reazione collettiva. Subito dopo l’esplosione, alle 10.25 del mattino, sul posto accorsero spontaneamente in tanti, semplici cittadini, che si impegnarono nel soccorso componendo catene umane, mentre taxi e auto private si misero a disposizione. Celebre è rimasta l’impresa dell’autobus della linea 37, trasformato in un’ambulanza. Il personale sanitario in ferie ritornò ai propri ospedali, per far fronte all’afflusso dei numerosi feriti. Poiché i corpi non potevano essere rivestiti, i negozianti di Bologna mandarono lenzuola di seta per avvolgere i corpi, come sudari (Serravalli in Fasanelli e Grippo, 2006) .

Il sindaco di Bologna, Renato Zangheri, richiamando la cittadinanza a unirsi per reagire al terrorismo, ringraziò pubblicamente i soccorritori:

 

Ognuno dovrà compiere il proprio dovere, come l'hanno compiuto le donne e gli uomini accorsi alla stazione di Bologna nelle ore della strage, per soccorrere e salvare: semplici cittadini, personale sanitario, magistrati, dipendenti degli enti locali, ferrovieri, vigili del fuoco, militari, forze dell'ordine, e la moltitudine che è su questa piazza a raccogliere la sfida del terrorismo. (Zangheri 1980)

 

La risposta comunitaria è un elemento distintivo dei fatti di Bologna. Nonostante i conflitti tra schieramenti politici avversi, fungono da collante figure di riferimento di profilo altissimo, quali quella del Presidente Sandro Pertini e  del sindaco Renato Zangheri. La credibilità del loro richiamo all’appartenenza e al bene comuni e  l’offerta di un riferimento affidabile furono primari fattori di resilienza immediata. La loro funzione non sarebbe tuttavia bastata se Bologna non fosse riuscita a mettere in campo risorse sociali già collaudate, segnate da una cultura comunitaria solidaristica.

 

Anna Di Vittorio, una dei sopravvissuti a Bologna, a distanza di anni così si esprime:


Ci ha uniti quel tragico 2 agosto del 1980. Ogni volta che parlo di quel giorno con qualcuno sento raccontare una storia. È una data significativa, in qualche modo centripeta, che attrae tutti a sé,…E’ come se le persone sappiano esattamente cosa stessero facendo, quel sabato alle 10.25.

(Fasanella, Grippo, 2006)

 

Ricorda il Presidente Sergio Mattarella:


Gli italiani hanno saputo reagire con una forte unione, difendendo la nostra convivenza, i principi di civiltà su cui essa poggia, i valori e i diritti che assicurano la libertà dei cittadini. La coesione ci ha consentito di respingere il terrorismo e ci consentirà di affrontare ogni insidia alla vita democratica. (La Stampa, 2017)

 

Reazioni solidaristiche pronte e ingenti dopo un attacco terroristico non sono inusuali, anzi, costituiscono la norma. Dalle bombe di Hiroshima all’11 settembre arrivano testimonianze di quanto imponente sia stata in quei frangenti la solidarietà umana. In tempi più recenti, dopo l’attacco terroristico a un’altra stazione ferroviaria, quella di Otocha a Madrid, l’11 marzo del 2004, in cui morirono 191 persone, la popolazione si riversò a offrire il proprio sangue per le trasfusioni e il giorno dopo il 28 per cento della popolazione manifestò nelle piazze. Anche gli psicologi spagnoli, per la prima volta presenti in largo numero, si mobilitarono, attraverso il loro Ordine nazionale (AAVV, 2007).

Ma Bologna costituisce un esempio comunque speciale. La capacità della città di dare risposte di segno comunitario a un evento così traumatico appare inoltre emblematica là dove si vogliano mettere a fuoco le variabili che consentono a una comunità di sviluppare resilienza.

 

Dean Ajdukovic, l’accademico preside alla Università di Zagabria che organizzò gli aiuti psicosociali ai profughi nella guerra della ex Jugoslavia, afferma che “perché si sviluppi resilienza, una comunità deve disporre di una leadership forte, affidabile e stabile; un sistema di informazioni capillare, che dia istruzioni precise e fornisca la possibilità ai cittadini di entrare in contatto tra loro. Con questi prerequisiti la comunità ha alte probabilità di riprendersi in un tempo ragionevole, e le lezioni apprese contribuiscono ad accrescere le competenze per affrontare situazioni analoghe nel futuro”. (Ajdukovic, Kimi, Lahad, 2015, pg. 20-22)

Lo psicologo israeliano Mooli Lahad, un esperto internazionale di resilienza comunitaria, indica a sua volta tra i principali fattori della resilienza di comunità: 1) la presenza di una Leadership efficace, 2) l’Efficacia collettiva, 3) la Preparazione  4) l’Attaccamento ai luoghi (Lahad, Ayalon, 2012).

 

Le dimensioni indicate rimandano non solo alla presenza di leader autorevoli e riconosciuti, ma alla capacità collettiva di organizzare il soccorso avendo collaudato in precedenza le proprie capacità organizzative e il fattore “attaccamento ai luoghi”, cioè il senso di appartenenza (Fenoglio, 2007).

 

Il comportamento di Bologna

Ulteriori ricerche rilevano che i soggetti coinvolti in eventi collettivi traumatici rimangono “più sani” se in passato hanno attraversato eventi simili (Kazlauskas & Zelviene, 2012). È perciò legittimo supporre che un fattore fondamentale della resilienza della città di Bologna sia stato costituito dalla possibilità di attingere a una solida tradizione risalente ad anni allora non troppo lontani, quella antifascista e resistenziale, ben collaudate e ancora presenti nella memoria della città. È ad essa che fanno appello Pertini e Zangheri, testimoni viventi di quella capacità resiliente[3]. Entrambi rispondono al terrorismo con l’appello e la pratica della partecipazione, inserita in una continuità di narrazione diventata mito collettivo (Cyrulnik, 2000).

Walsh (2007) fornisce una utile classificazione delle variabili che influenzano positivamente la resilienza comunitaria. Il recupero /resilienza comunitari sarebbero legati a un comune riconoscimento che l’evento traumatico è esistito; alla possibilità di godere di una larga condivisione; alla pianificazione sociale del benessere dei superstiti; al reinvestimento nelle relazioni e nelle attività e alla costruzione di nuove speranze (Walsh, 2007). Egli in pratica prevede un intervento di “clinica politica”, tramite il quale individui, gruppi e comunità si interfacciano per realizzare il proprio benessere.

Tutto questo non può costituire tuttavia un mero processo meccanico. Per svilupparsi deve essere animato da un sistema mitico e narrativo comune e sufficientemente forte, che raramente si sviluppa se prima non ne esistevano i presupposti.[4] È possibile invece che una équipe dedicata, con un’ampia formazione clinica e psicologico sociale, possa favorire il processo, o far sì che esso non si areni. Gli esempi non mancano, anche se per lo più riguardano comunità circoscritte, colpite da traumi di natura ambientale[5].

Nell’ambito del terrorismo, tuttavia, in Italia la strategia della tensione ha avuto effetti così distorcenti nelle relazioni sociali che la resilienza collettiva si è potuta sviluppare a tratti, sempre con fatica, e mai con esiti stabili.

Per dirla con le parole di René Kaes (2010),

 

Contro l’emergere della verità, richiesta per l’elaborazione del lutto e la ricostruzione della memoria, il diniego collettivo e le alleanze perverse incoraggiano, con il sostegno dello Stato, anche se nel rispetto della legge, ogni sorta di diniego revisionista. Il disastro originario, circa le cui cause e conseguenze non è permesso pensare, genera un’ulteriore catastrofe: lo Stato impone una incapsulazione sia della violenza di cui le persone sono state vittime, sia di ogni traccia che di essa rimangono nella loro mente.

 

Di questo “diniego revisionista” scrive Paolo Bolognesi, Presidente dell’Associazione vittime del terrorismo:

Per rendere inaccessibile alla magistratura un documento non occorre un timbro che imprima il formale ‘segreto di Stato’. In questi decenni, per cambiare il corso dei processi per strage, è bastato omettere l’invio di una nota informativa, distruggere un atto, far sparire un fascicolo, non ‘ricordare’ nomi e circostanze, negare l’esistenza di fascicoli e interi archivi. Si è potuto così coprire mandanti e ispiratori politici, proteggere esecutori e lasciare sul tavolo della storia eccidi impuniti. (Bolognesi, 2007)

Ciò nonostante, associazioni delle vittime, organizzazioni per la difesa dei diritti civili, singoli cittadini, si sono organizzati sia per la ricerca della verità che per la salvaguardia della memoria. Le forme di resilienza comunitaria hanno avuto la caratteristica della spontaneità e della auto-organizzazione. Notevole è stato ed è il lavoro con le scuole. C’è voluto tempo, e molta determinazione da parte di leadership costituitesi all’interno di questa battaglia civile. Finalmente, nel 2017, per dare veste organizzativa a queste attività il MIUR ha sottoscritto un protocollo d’intesa[6] con le Associazioni[7]

Il “lavoro della memoria” è alla base del mantenimento e della ricostituzione della integrità sociale.

Afferma R.Kaes (2010):

 

Rimembranza implica il rimembrare che, a sua volta, fa riferimento al ri-mettere insieme i pezzi sparpagliati, portati via o smembrati delle persone. La rimembranza è quindi un processo di co-memorazione. Come A. Gautier afferma, è grazie a questo processo che si apre un passaggio dal testimone privato alla testimonianza pubblica. (in Gautier, Sabatini Scalmati, 2010) 

 

In questo processo le vittime hanno a loro volta la possibilità di transitare a un nuovo ruolo, quello di testimoni, che si configurerà come eredità da portare alle nuove generazioni. Per molte di loro costituirà l’asse centrale della resilienza.

Per poter risalire ai paradigmi teorici in grado di fornirci imput preziosi di teoria della tecnica, specie in ambiti comunitari allargati, è importante guardare alla Psicologia della Liberazione (Martin Barò e Croce, 2017). Penso in particolare al costrutto di “coscientizzazione”. Con questo termine si intende la graduale presa di coscienza da parte dei soggetti dei propri diritti e dei meccanismi con cui si realizza l’oppressione (e la distorsione della verità). Tale processo non è possibile senza la “prassi”, cioè l’impegno nelle azioni trasformative, secondo i noti principi Lewiniani, e comprende la de-ideologizzazione, cioè l’abbandono delle polarizzazioni difensive, e il recupero della memoria storica.  

La Psicologia della liberazione si occupa nello specifico dei “traumi sociali”, quali le migrazioni forzate, le mafie, le discriminazioni e i razzismi, la violenza di genere, la mancata ricostruzione in seguito a disastri (dal Belice all’Abruzzo), i conflitti bellici, i regimi totalitari e il terrorismo.

Per un registro più direttamente clinico, ricordo anche che Janine Puget parla di solidarietà, il desiderio di fare qualcosa con l'altro, come di una produzione di legame specifica (2006, 2015). Le indicazioni cliniche, indispensabile strumento per l’aiuto psicoterapeutico, devono tuttavia coniugarsi a forme di “clinica politica” (Puget, 2005, 2015; Mari, 2017)



Note

[1]Presidente dell’ Associazione delle vittime della strage terroristica alla stazione di Bologna

[2]Presidente delle vittime delle bombe mafiose di via Georgofili a Firenze nel '93.

[3]Sandro Pertini fu eletto Presidente della Repubblica nel 1978. Antifascista e condannato dal tribunale Speciale, rifiutò di fare domanda di clemenza. Rimase in carcere e successivamente al confino dal 1929 al 1943, anno in cui entrò nella Resistenza. Renato Zangheri, docente universitario e militante politico protagonista del “modello emiliano” di sviluppo sociale ed economico, fu sindaco di Bologna dal 1970 al 1983. (Zangheri, 1997, 1978)

[4] Un esempio particolarmente evidente viene dai processi di ricostruzione dopo le catastrofi, che in Italia hanno subito e subiscono iter burocratici dagli effetti notoriamente deleteri. Eppure, là dove vigeva una preesistente comunità coesa, la ricostruzione è stata non solo meno drammatica, ma foriera di novità positive. Un esempio è dato, nel Belice del post terremoto del 68, dalla comunità di Santa Ninfa che, retta da un sindaco riconosciuto che operò tramite processi partecipativi, seppe ricostruirsi con saggezza e modestia. L’esempio opposto è quello di Gibellina, invasa e deturpata da interventi “esterni” che non hanno rispettato la cultura locale (La Ferla M., 2004)

[5] Un esempio è il progetto realizzato recentemente nel comune di Fiastra, nelle Marche, in cui una equipe di psicologi e operatori sociali, tra cui alcuni giovani architetti, hanno accompagnato la popolazione nella realizzazione di un giardino pubblico là dove il terremoto aveva devastato l’habitat paesaggistico e sociale.

[6] Obiettivo del Protocollo è promuovere la collaborazione tra le associazioni firmatarie, le istituzioni scolastiche e il sistema di attività educative e iniziative didattiche finalizzate ad una più approfondita conoscenza dei fenomeni terroristici e a conservare nei giovani la memoria delle vittime del terrorismo (https://www.ansa.it/canale_legalita_scuola/notizie/associazioni_familiari_vittime_terrorismo/index.shtml)

[7]Associazioni firmatarie del protocollo d’intesa: Associazione tra i familiari dei Caduti della Strage di Piazza della Loggia - Casa MemoriaAssociazione tra i familiari delle vittime della strage di Bologna 2 agosto 1980AIVITER - Associazione Italiana vittime del terrorismo e dell’eversione contro l’ordinamento dello StatoASEVIT - Associazione europea vittime del terrorismo. Centro documentazione archivio FlamigniAssociazione delle vittime della uno biancaAssociazione tra i familiari delle vittime della strage dei GoergofiliAssociazione tra i familiari delle vittime della strage sul treno rapido 904 del 23 dicembre 1984Associazione familiari delle vittime della strage di piazza FontanaAssociazione dei parenti delle vittime della strage di Ustica – Museo per la memoria di UsticaAssociazione in memoria dei caduti per fatti di terrorismo, delle forze dell’ordine e dei magistratiAssociazione fratelli MatteiCasa della memoria del VenetoAssociazione Emilio AlessandriniAssociazione “Domenico Ricci – App.CC. M.O.V.C.”Associazione Carlo La Catena. Vigile del fuoco

 

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