Nel ricordo dei cinque morti al Ponte della Pietà di Quarona
- La Porta di Vetro
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Aggiornamento: 2 giorni fa

Il 14 agosto di 82 anni fa, due giorni dopo la strage di Sant'Anna di Stazzema, nelle Alpi Apuane, si consumava l'eccidio al Ponte della Pietà di Quarona, nel Vercellese: l'impiccagione di cinque giovani partigiani. L'Anpi locale, amministratori pubblici e cittadini si sono ritrovati stamane nel giorno della ricorrenza a celebrare la memoria di uno dei tanti sacrifici avvenuta durante la lotta di Liberazione nel nome della Resistenza. Venti mesi di combattimenti furiosi contro i reparti nazifascisti che in Piemonte hanno avuto pagine gloriose, drammatiche, luttuose, ma tutte nel segno di un coinvolgimento della popolazione che non è mai venuto meno, al netto delle complicità, delle spie e degli opportunismi al soldo dell'occupante. E al netto di chi aveva scelto, in quei difficili e controversi frangenti, anche per un male interpretato amore di patria la parte sbagliata.
Uno di quelli fu, come ha ricordato Elisabetta Dellavalle, oratrice ufficiale della commemorazione, fu il capitano Giacomo Pasqualini, comandante della 1a compagnia del 1° battaglione d'assalto della Guardia nazionale repubblicana "Pontida", tristemente famoso in Valsesia, che per ben due volte ordinò che le corde fossero fissate alle rotaie perché, durante l’esecuzione, quelle che reggevano due dei condannati si erano spezzate. Un carnefice. Come lo fu il sottotenente Franco Maria Bartoli, comandante del presidio di Quarona, che dispone che i cadaveri non vengano rimossi dal ponte prima delle 17 di ferragosto: un monito per la gente. Carnefici al servizio di un'agonia crudele e violenta come lo fu la Repubblica di Salò, ultimo atto di un dittatore e dei suoi scherani ancora capaci di manipolare i sentimenti e le passioni di una parte della gioventù italiana.

Ma, allora come oggi, la violenza non è mai isolata o insensata, ha sottolineato Elisabetta Dellavalle, perché "ha una sua radice profonda e precisa, che non muore e non si sradica mai del tutto, come ben stiamo vedendo, terribilmente, ogni giorno" in teatri di guerra non così distanti da noi. Le radici dell'eccidio di Quarona affondano nella terribile estate di sangue del '44 che bagna la terra valsesiana per l'odio propiziato dalla guerra civile: la strage di Balmuccia il 10 luglio, l’eccidio di Alagna del 14 luglio, le fucilazioni di prigionieri al cimitero di Borgosesia del 18 luglio, l’eccidio dei 7 giovani partigiani all’Alpe Noveis del 20 luglio, la strage di civili nelle frazioni alte, le fucilazioni al cimitero di Varallo dell’8 agosto. Infine i cinque morti del Ponte della Pietà, tutti detenuti nelle carceri di Varallo, catturati durante i rastrellamenti del mese di luglio in alta Valsesia, e prelevati di forza quella mattina. Il più anziano ha 32 anni, i due più giovani ne hanno appena compiuti solo 18 a luglio, chissà, forse in carcere. Sono Gino Boccardo, Gino Francese, Vincenzo Lazzi, Aldo Bordiga, Augusto Pescio.
E c’è, un tutto questo orrore, un’altra giovane vittima, non nel fisico ma nell’anima, citata dall'oratrice: è il giovane frate francescano, non ancora 18enne, Marco Malagola che si trova sul luogo dell’eccidio quasi per caso, consola e prega con loro e per loro, inveisce contro i soldati, ne diventa ‘unico e eccezionale testimone’. “Nel cuore e negli occhi ho ancora lo scenario di quel pomeriggio. Fu il trauma psicologico più scioccante della mia vita”, scriverà anni dopo, dopo essere diventato Missionario e diplomatico della Santa sede, è scomparso nel 2020.
Vittime e carnefici. Questi ultimi "Non demoni, non mostri ma uomini, spesso giovani come le loro vittime", ha affermato Elisabetta Dellavalle, "giovani come questi repubblichini della Guardia Nazionale Battaglione Pontida che, aiutati dal Battaglione Montebello, tra il 28 maggio e il 4 giugno dello stesso anno avevano già trucidato 21 civili in piazza Quintino Sella a Biella, ora giustamente diventata Piazza Martiri della libertà. [...] Sono soldati, esseri umani in carne e ossa, hanno nomi e cognomi e sono identici in tutto e per tutto agli esseri umani che scelgono di torturare, uccidere, far sparire. O lasciare i loro corpi senza vita appesi giorni e giorni al sole e alle intemperie, ultimo strazio. C’è da chiedersi perché, allora come oggi, ciò accada".
Ed è Hanna Arendt a soccorrerci, quando afferma che “È nella natura delle cose che ogni azione umana che abbia fatto una volta la sua comparsa nella storia del mondo possa ripetersi anche quando non appartiene a un lontano passato.” Da Caino e Abele, quindi, non se ne esce.

Morale: occorre stare molto attenti a non far cadere nell'oblio la memoria. E nelle pieghe della memoria, a ottant'anni dal voto alle donne, un passaggio importante dell'orazione è stato dedicato alle 623 partigiane fucilate, con o senza processo sommario, nel corso di una guerra che ne vede altre 2900 giustiziate o uccise in combattimento, 35.000 imbracciare le armi, ben 70.000 organizzate nei Gruppi di Difesa della Donna, 4.653 arrestate, torturate e condannate dai Tribunali fascisti, 2750 deportate nei lager nazisti, 1070 cadute in combattimento, 1700 ferite in battaglia, con un bilancio di 19 medaglie d’oro, 54 d’argento, 167 di bronzo. In Piemonte le partigiane uccise sono state 99 combattenti, 185 le deportate politiche o razziali e 38 le cadute civili durante rappresaglie o bombardamenti.
Una per tutte, per ricordare tutte le vittime, si è commemorata Santina "Carla" Riberi, giovanissima partigiana attiva nel Canavese. Era stata catturata a Ivrea il 9 settembre 1944 dai militi fascisti del Battaglione Barbarigo della Xª MAS, dopo due giorni di feroci torture e violenze, viene fucilata l'11 settembre 1944 nel cortile della caserma Freguglia di Ivrea e il suo corpo viene gettato in una cava a Montalto Dora. Aveva diciassette anni. Solo quaranta giorni prima della morte di Santina, anche suo fratello Gianni Riberi era stato fucilato dai fascisti presso il cimitero di Ivrea. Un dramma che non può essere commentato ma che va raccontato nella sua crudezza.
Così quella delle donne resistenti, a lungo sottaciuta e minimizzata nel ruolo di ‘staffetta in bicicletta’ è invece una guerra nella guerra, ben 2 milioni infatti le donne coinvolte, a vario titolo ed in vario modo, nella ‘resistenza’ al nazifascismo e nella Liberazione. Impossibile parlare di tutte come è impossibile dimenticarle, bene ha fatto il Comune di Quarona ad intitolare, il 17 giugno del 2023, lo spazio pubblico di Largo Donne Partigiane in corso Pierluigi Rolandi, proprio davanti ad una Scuola materna. "Donne in grado di fare tutto, e bene", ha concluso Elisabetta Dellavalle.









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