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La lunga notte del terrorismo in Italia, risvolti psicologici e livelli di resilienza

Aggiornamento: 1 giorno fa

Terza parte: Il trauma individuale, sensi di colpa e drammi famigliari

di Maria Teresa Fenoglio


La condizione di vittima comporta vergogna, senso di impotenza e solitudine. La colpevolizzazione della vittima (blaming the victim)[1], che rinforza queste reazioni emotive, è inoltre un meccanismo ben conosciuto in psicologia. Tale attribuzione di colpa è perpetrata dai colpevoli di un crimine specifico, ma non ne sono esenti anche gli astanti, o gli appartenenti a un più vasto pubblico. In base alla fedeltà al principio che “il mondo è giusto”[2] capita sovente che chi è vittima si veda attribuire la responsabilità per ciò che le è capitato. Meno ovvia è la dinamica che porta la stessa vittima ad accusarsi di ciò che ha subito. Tale attribuzione di responsabilità può essere conscia o inconscia, determinando un senso di vergogna anche molto profondo.

L’auto-attribuzione di responsabilità e la colpa del sopravvissuto, analizzati in numerosi casi, dai sopravvissuti al Lager allo stupro, colpisce analogamente anche le vittime di attacchi terroristici. Esse vanno quindi costantemente sostenute, sia nel breve/medio periodo, per ciò che concerne le reazioni post traumatiche, sia nel più lungo periodo, in tutti i momenti in cui esse sono esposte a una ri-traumatizzazione, come nei procedimenti giudiziari o di fronte alle frustrazioni del non riconoscimento. Il sostegno è cruciale anche per fronteggiare la stigmatizzazione sociale e il fastidio che le vittime suscitano nel più largo consesso sociale, impaziente di girare pagina.

Anche a seguito di questa consapevolezza, ho cercato con sistematicità di raggiungere, a distanza di tanti anni, le voci di chi ha vissuto il terrorismo stragista in presa diretta. Strapparle al silenzio e alla falsa coscienza celebrativa mi sembrava doveroso, in particolare per lo psicologo, che fa questo di mestiere.

Una sopravvissuta all’attentato al treno Italicus, Ilaria Caldarelli, che aveva all’epoca 14 anni, dichiara:


Ho continuato a leggere a leggere (sul giornale, N.d.R.), nomi su nomi, fino alla famiglia Russo: tre morti, i genitori e un figlio di undici anni, gli altri due figli si erano salvati. Erano seduti tutti nello scompartimento dove era esplosa la bomba: il secondo della carrozza numero 14. Già, proprio quello dove all’inizio eravamo saliti io e la zia per occupare i posti. Avremmo dovuto esserci noi lì, e mi sentivo come responsabile. Se non avessi brontolato per le valige, se non ci fossimo spostati, quel destino sarebbe toccato a noi. Loro, i tre della famiglia Russo, erano morti, e io ero sopravvissuta. Non potevo accettarlo. (…) Per molto tempo ho vissuto con quell’angoscia nel cuore, con quella colpa. Avevo fissa negli occhi l’immagine del piccolo Russo: lo vedevo seduto al mio posto, io mi alzavo e lui si sedeva… (Fasanella, Grippo, 2006)


Le conseguenze di quella tragedia (per un problema di valigie, la sua famiglia ha cambiato posto e cambiato vagone, mentre morirono i componenti di un’altra famiglia) innestano spesso reazioni a catena, coinvolgendo i componenti della famiglia in reazioni post traumatiche di segno diverso:

 

Mio fratello «spettacolarizzava», io mi ero chiusa in me stessa, divorata dal senso di colpa. Mio padre, invece, reagì alla tragedia sviluppando quasi un’ossessione per la ricerca della verità. Ne ha fatto una ragione di vita, tanto che, da un certo momento in poi, l’architetto si è sdoppiato nell’investigatore.


La sindrome post traumatica, di cui molto si parla oggi, attraverso queste testimonianze sembra uscire dalle descrizioni teoriche, e il momento della perdita traumatica, così descritto, invita a non banalizzare, anche inconsapevolmente, le reazioni di chi si avvicina a quel dolore, ma anche la concretezza invasiva del corpo mutilato e ferito:


Sulla strage di Piazza della Loggia, a Brescia, Manlio Milani, marito di Livia, che rimarrà uccisa, racconta:


Scendemmo in fretta da casa e, camminando velocemente, ci dirigemmo verso piazza della Loggia. (…) Livia però aveva fretta, fretta di raggiungere i suoi amici e di compiere il suo destino. Mi fermai un attimo a parlare con quel mio compagno, tenendo però sempre d’occhio Livia, per non perderla tra la folla. Poi, andai verso di lei, che intanto aveva raggiunto il gruppo degli amici. Ero ormai vicinissimo, a pochi passi. Livia mi guardò, incrociammo lo sguardo, mi salutò e io risposi allegramente al suo saluto…. In quell’istante, lo scoppio. Erano le 10,12 del 28 maggio 1974. Da qual momento, ho due immagini fisse nella memoria: il suo saluto prima, il suo corpo squarciato dopo. La vedo ancora, lei è lì, con i nostri amici, mi sorride e saluta con la mano e, subito dopo, lo scoppio. Il boato lo sento ancora nelle orecchie, lacerante. (Fasanella, Grippo, ibidem).

 

Il corpo di Livia. Mentre lo adagiavo sulla lettiga era come se non avessi più nessuno intorno, solo lo strazio di lei. Era l’unico dolore che mi interessava, si diventa egoisti nel dolore. Hai solo voglia che le tue cose si salvino, hai solo bisogno di non esserne colpito......”non distrusse una persona a me particolarmente cara, ma annientò le nostre speranze, i nostri progetti, i nostri sogni... (Fasanella, Grippo, ibidem).

 

Lorenzo Pinto, fratello di Luigi, una vittima di Piazza della Loggia, dopo aver parlato della visita al fratello ferito, delle emozioni provate di fronte al corpo martoriato (“continuavo a tremare e a piangere”), racconta:


Avevamo tutti gli occhi fissi su quella bara color noce. Ed era come se ognuno di noi viaggiasse solo con Gino. Ancora oggi è così, quando penso a Gino, lo vedo come in quel momento: gli occhi grandi, profondi, un po’ lucidi di emozione, mentre mi dice: «Stai attento». È come se il tempo si fosse fermato quel giorno, davanti a un treno fermo nella stazione di Brescia. (Fasanella, Grippo, ibidem).

 

L’attentato distrugge corpi, vite, ma anche il futuro. Nel trauma, come afferma Pinto, il tempo si congela nel presente, non consentendo alla vita di prima di svolgersi secondo i progetti, ma deviandola bruscamente. Pinto, parlando del successivo divorzio dalla moglie, a causa dello stress e quindi affrontando una psicoterapia per diversi anni, afferma:

 

La bomba è scoppiata anche nella mia anima, mi dispiace per la mia ex moglie. Il dolore inaridisce, rende egoisti .(Fasanella, Grippo, ibidem)

 

Il 2 agosto del 1980, alle ore 10.25, mentre l’Italia si preparava alle vacanze, una bomba scoppiò in una stazione da sempre di fondamentale raccordo tra le linee ferroviarie nord/sud ed est/ovest, gremita di persone, famiglie, bambini: quella di Bologna.

La strage fece 85morti e oltre 200 feriti, i cui traumi sia fisici che psicologici hanno bisogno ancora oggi di cure costanti[3].

Nel ricordare quegli eventi, Paolo Bolognesi, fino al 2025 Presidente della Associazione delle vittime[4] dà una descrizione vivida delle conseguenze psicologiche nei sopravvissuti:

 

A molti feriti della strage di Bologna è rimasta dentro l'angoscia di quel momento che emerge in situazioni particolari di vita quotidiana apparentemente banali, come il rumore per l'apertura del barattolo di una bibita, l'attesa del treno, la vista di una stazione, una strada affollata, le sirene dei mezzi di soccorso, lo scoppio dei fuochi d'artificio. Attimi che hanno preceduto e seguito lo scoppio della bomba e che rimangono nella memoria lasciando segni indelebili probabilmente per tutta la vita. (Bolognesi, 2007).

 

Ritengo sia importante riportare in questa sede alcune testimonianze raccolte negli anni sia dall’Associazione delle vittime sia da giornalisti dedicati. La loro lettura o ascolto in viva voce non solo serve a “non dimenticare”, ma fornisce concreti ed articolati esempi del trauma subito (Alberti F:, 2010; Sancini L., 2013)

Eliseo Pucher, un sopravvissuto, ricorda nitidamente tutti i momenti di quel giorno: 


Il mio treno era in ritardo. Mi sono seduto in sala d’aspetto. Ad un certo punto sento un sibilo, poi una botta in testa, e mi sono ritrovato sepolto.


Sonia Zanotti all’epoca dei fatti aveva undici anni, e tornava a casa dopo essere stata dai nonni a Imola. Ha subito decine di operazioni, a causa di una gamba gravemente ferita e ustioni diffuse su tutto il corpo:


Quando sei ragazzina non ci pensi, ma poi cresci diversamente dagli altri e a un certo punto devi scegliere: o seppellisci i tuoi traumi dentro di te, oppure fai in modo che tutti sappiano cosa hai passato.


Marina Gamberini era una delle impiegate presso l’azienda di ristorazione della stazione. Il padre carrellista la va prima a cercare sul bus 37, che raccoglieva i feriti, poi convince un pompiere a recarsi nella zona, e in due ore tirano fuori la ragazza. Questo padre però non racconterà mai alla ragazza la verità, nei quindici anni successivi. "L'ho saputo solo un anno e mezzo fa", dice la donna. Da parte sua, ha dovuto affrontare anni di terapia per allontanare il senso di colpa: 

Nello scoppio ho perso tutte le mie colleghe di lavoro. Io ho potuto continuare la mia vita, loro no. (Alberti, cit.)

Racconta di aver covato per molto tempo la voglia di potersi sostituire alle amiche perdute.

Volevo andare ad abitare nella casa di una di loro, comprare i mobili che lei aveva scelto e mi aveva fatto vedere.

E aggiunge: Questa non è la mia vita, sia chiaro. E’ un’altra cosa. Dopo cose del genere cambia tutto. A proposito del figlio, avuto nel ’95, afferma: “Anche per lui mi sento in colpa perché non so come difenderlo". (Sancini, cit.)

Così continua:

A Capodanno, ora non vado più a Napoli, i botti, gli spari, mi mettono paura. Non posso più stappare una bottiglia di champagne, con una scusa mi assento. Quando scoppia il palloncino di un bambino, mi fermo, non parlo, sudo freddo, tutto mi porta a quel giorno alla stazione di Bologna. Una volta, in Corso Buenos Aires, a Milano, il colpo di una marmitta mi ha fatto saltare da terra. E ancora, sulla metropolitana, un ragazzo ha smarrito uno zainetto. Pensavo: 'E se .fosse una bomba?'. Come potevo rivolgermi al capotreno? Dirgli che avevo un sospetto'? Mi avrebbero preso per matta. Fobie, tensioni. Questo mi è rimasto dentro dal 2 agosto del 1980. (Alberti F, cit)


Lia Serravalli (Fasanella, Grippo 2006) perde le due figlie e la sorella, incinta. Il padre, dopo qualche tempo, si suicida. Lia racconta di come lei, suo padre e suo cognato siano accorsi in aiuto, scavando con le mani diventate insensibili, scoprendo i corpi carbonizzati e agonizzanti dei famigliari.  Racconta di come il padre abbia tolto l’orologio alla figlia Patrizia, gesto quasi incomprensibile, e abbiano trovato sotto le macerie la cognata incinta che aveva riparato col suo corpo le due bambine morte. Ricorda le invocazioni di aiuto dei morenti sul treno accanto e non può cancellare dalla memoria la vista del deturpamento terribile dei corpi. Persa conoscenza, la portano in ospedale, dove le danno gradualmente notizia della morte delle figlie e della sorella.


Non mi volevano far vedere il corpo, ma io dovevo rendermi conto, dovevo sapere. Andai al reparto di medicina legale, la stanza era affollatissima, gente ovunque, un caldo indescrivibile, un’aria pesante, irrespirabile. Un medico mi fece vedere delle bare di legno sottili, tutte uguali, chiare. Dei semplici pezzi di legno, brutti, freddi. Entrai nel reparto e precipitai  nell’orrore: ragazzi bellissimi, tutti stesi per terra in una catena di morte, uno accanto all’altro, in un camerone lungo. Mi si gelò il sangue, sentii quasi il cuore fermarsi. 

[…] La sera uscii dall’albergo. Me ne andai per strada, senza meta. Non volevo nessuno intorno. Sola e disperatamente infelice. Anche mio padre si ritrovò per strada, da solo, non sapeva più dove fosse, non ricordava più che era a Bologna. Piangeva disperato, un medico lo portò in auto a casa sua e gli diede dei calmanti per farlo riposare. Continuava a chiamare le nipoti, la figlia. Il giorno dopo, quel medico tanto gentile, ci cercò in albergo e lo riportò da noi.

 

Per tornare a Bari con le le bare lo Stato mise a disposizione un treno solo per loro.

Così prosegue:

[…](Mio padre) per anni continuò a piangere di nascosto la figlia morta e le nipoti. Poi una mattina, alle 8, aprì la finestra e si buttò giù dal sesto piano.  

[…] Io continuavo a stare male, avevo collassi e problemi di stomaco. Mi ricoverarono. Non volevo vedere più nessuno, neppure mio marito, sentivo solo il bisogno di scrivere tutte le emozioni che provavo, ma non lo sapevo fare. 


[…] Sta male fisicamente. Il medico la chiama e le dice che ha due sole alternative, o il suicidio o sopravvivere. Che se decideva di suicidarsi la pistola gliela avrebbe data lui. Un discorso che le diede una scossa decisiva.


Note

[1] Il termine è stato introdotto da William Ryan, analizzando la tendenza ad attribuire condizioni quali la povertà e il basso libello di performance scolastica alla razza o alla pigrizia.

[2] Melvin J. Lerner, The Belief in a Just World: A Fundamental Delusion, Mew York, Plenum Press, 1980

[4] “Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980”










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