L'incubo del silenzio che precede il femminicidio
- Daniela Nardelli
- 16 ore fa
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Aggiornamento: 6 minuti fa
immagine e testo di Daniela Nardelli

Quello della violenza contro le donne è un fenomeno tristemente inarrestabile. E, osservandolo nel tempo, non mi sembra che qualcosa si stia davvero muovendo. Al contrario, sembra di assistere a un turbinio di forze, di parole, di iniziative e di buone intenzioni che spesso finisce per ingoiare ogni sforzo, lasciandoci ancora una volta davanti alla stessa domanda: perché non riusciamo a fermarlo? A volte viene da chiedersi, con amarezza, se il femminicidio sia diventato una consuetudine alla quale ci stiamo lentamente assuefacendo. Naturalmente, non appena diventa di dominio pubblico la notizia dell'ennesimo assassinio di una donna, di una madre, di una moglie, fidanzata, amante, ci indigniamo, ci interroghiamo e promettiamo che non accadrà più. Intanto, le lancette dell'orologio proseguono la loro corsa fino a registrare un'altra vittima.
Il punto, forse, è che il femminicidio non nasce nel momento in cui viene commesso un omicidio. Quello è soltanto l'ultimo, terribile atto di qualcosa che spesso è cominciato molto prima, con il controllo, con la gelosia, con l'umiliazione, con la paura, con la convinzione che una donna non abbia il diritto di scegliere liberamente della propria vita. Ed è qui che il problema diventa ancora più difficile da affrontare. Perché non riguarda soltanto chi arriva a uccidere. Riguarda una cultura nella quale, ancora oggi, una parte degli uomini fatica ad accettare l'autonomia femminile. Fatica ad accettare un rifiuto, una separazione, un abbandono. Fatica, soprattutto, ad accettare che una donna non appartenga a nessuno.
La donna, per una parte dell'uomo, continua a essere vista in una posizione orizzontale. Non è soltanto un'immagine fisica. È una posizione culturale: la donna vista come corpo, come compagna da possedere, come presenza da controllare, come qualcuno che può essere accanto a un uomo finché accetta le sue regole. Quando quella donna decide di rialzarsi, di ergersi in verticale e di camminare per conto proprio, per alcuni quella libertà diventa insopportabile. Ed è forse questo il nodo più profondo.
Possiamo intervenire dopo. Possiamo punire, condannare, proteggerci con le leggi e rafforzare gli strumenti di prevenzione. Tutto necessario. Ma se non cambiamo ciò che viene prima, continueremo ad arrivare troppo tardi.
Dovremmo chiederci se, nel fondo, siamo davvero convinti di voler debellare questo fenomeno o se ci limitiamo, ogni volta, a reagire alla sua manifestazione più estrema. Perché combattere il femminicidio significa molto più che impedire un omicidio. Significa costruire una società nella quale un uomo sappia che una donna non gli appartiene, che il suo amore non è un diritto acquisito, che il suo corpo non è una proprietà e che un “no” non è un'offesa. Significa insegnare ai nostri figli, molto prima che diventino uomini, che amare non significa possedere. E forse dobbiamo avere il coraggio di riconoscere una cosa terribile: ogni donna uccisa non rappresenta soltanto una tragedia individuale. Rappresenta anche il fallimento di qualcosa che avrebbe dovuto proteggerla molto prima che la sua vita fosse in pericolo. Il femminicidio è l'ultimo gesto di una violenza che spesso ha già parlato, urlato e lasciato segnali. La vera sfida è imparare ad ascoltarli prima che sia troppo tardi. Ma anche questo lo ripetiamo da tempo. Troppo.











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