L'Editoriale della Domenica. "La convivenza civile deve spegnere la vendetta non alimentarla"
- Guido Tallone
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di Guido Tallone

La drammatica vicenda del gioielliere condannato per l’omicidio dei due rapinatori è vicina a sfuggirci di mano. Da una parte è in formazione una specie di tribunale popolare che divide l’opinione pubblica in favorevoli o contrari al verdetto dei giudici. Dall’altra parte, i politici che appartengono ai partiti delle destre stanno sfruttando anche questa nuova ondata di dolore nella speranza di ottenere un vantaggio in termini di consenso elettorale. Il messaggio è chiaro: la cronaca in questa circostanza ha raggiunto una dimensione profonda della nostra antropologia ed è – di conseguenza – importante capire quali corde “tocca” l’ingresso del gioielliere nel carcere di Bollate e l’affannoso (disordinato e anche scomposto) parlare di Grazia da parte dei partiti di destra del nostro Paese.
Il settantaduenne orefice di Grinzane Cavour ha risvegliato in tutti (nessuno escluso) il cosiddetto legittimo diritto alla rabbia quando si subisce un torto, un’offesa o quando si riceve un’aggressione. Si tratta di una reazione istintiva universale e discretamente sganciata dall’entità del male ricevuto. Per fare un esempio, una rapina è un caso decisamente diverso dal furto di una bicicletta. Qualsiasi sia, però, l’entità del danno ricevuto alla propria identità personale, fisica o patrimoniale, il cuore umano sperimenta una consistente rabbia capace di trasformarsi in rancore e in precise scelte intrise di violenza difficile da controllare e da contenere.
Ed eccoci al cuore del problema: si segue (tanto!) quanto è successo in un piccolo centro della Granda, la provincia cuneese, perché si ha paura che le nostre legittime rabbie restino soffocate e che ci si ritrovi soli e in balia della possibilità di subire il male senza mai ricevere giustizia. Ci si illude del fatto che riprodurre la logica di chi commette un reato e vendicarsi del male subito, non ci rende – di fatto – simili al delinquente che ci ha aggredito. Non solo: al fondo del proprio cuore, ognuno di noi sperimenta una innata simpatia per la vendetta e vorremmo – di conseguenza – auto-convincerci che, una volta attuata, il nostro cuore si riposi e tutto vada meglio.
L’umanità – però - ha già vissuto questi movimenti (convulsi) tra ira, violenza, omicidi e vendette. E ha toccato con mano che trasformare la legittima rabbia in “violenza lecita”, rende la comunità un inferno con un aumento a dismisura di omicidi. Varrebbe la pena non dimenticarlo: nel 2025 ci sono stati 286 omicidi volontari in Italia, mentre negli Stati Uniti (dove l’accesso alle armi è un “diritto” e dove la logica della vendetta personale è parte di quella cultura) ogni anno oltre 30.000 persone rimangono uccise dalle armi da fuoco, una media di ottantadue vittime al giorno (17 volte maggiore al dato italiano in rapporto alla popolazione).
La cosiddetta legge del taglione (da troppi invocata in queste ore, quasi sempre a sproposito) era nata proprio per questo: per contenere la rabbia, per impedire che la reazione al torto subito diventasse vendetta “sproporzionata” e per educare ad una reazione vendicativa pari all’offesa ricevuta. Della serie: non uccidere moglie e figli a chi ti ha rubato tre pecore, ma ruba anche a lui tre pecore! E non costruire eccessiva violenza. Questo voleva dire “occhio per occhio e dente per dente”.
E se è stata fatta la legge (inserita nel Codice di Hammurabi, in Mesopotamia nel 1750 avanti Cristo) è perché la prassi dell'epoca registrava abbondanti superamenti di questo limite imposto per non decimare la propria popolazione e per umanizzare la comunità.
Ma come evitare che l’ingiustizia subita mi renda capace di altrettanta ingiustizia, violenza e cattiveria? Come fermare la spirale viziosa del male che, una volta entrato nella storia, si riproduce con logiche esponenziali?
Per semplificare, si potrebbe dire che “leggi” e “giustizia” sono state “inventate” proprio per questo: per non lasciare alla vittima l’onere, il dramma e il compito di difendersi da solo dall’aggressione ricevuta.
La comunità civile ha costruito il complesso, articolato e imperfetto sistema di giustizia di cui disponiamo per sottrarre la vittima dal dovere di difendersi da solo. Nel caso poi in cui il ricorso alla giustizia risulti non utilizzabile perché si è “dentro” l’azione criminale che insidia la propria incolumità, la legittima rabbia della vittima può diventare legittima difesa e “spegnere” la vita dell’aggressore per salvare la propria.
Ma solo in questo caso. Quando l’aggressore non è più fisicamente presente, quando chi ha commesso il reato è distante dalla scena del delitto, non lo si può inseguire e uccidere. Né a piedi (come è successo al gioielliere), né in macchina e investendolo (passandogli più volte sopra con l’auto) come è accaduto a Viareggio nel settembre 2024.
È vero, come dicono i politici di destra, che hanno preso questo caso a pretesto per peggiorare la legge del taglione, che se i rapinatori non si fossero cimentati nella rapina a quest’ora sarebbero ancora vivi. Ma è altrettanto vero che se il gioielliere non li avesse inseguiti e poi uccisi (commettendo anche lui un reato più grave di quello della rapina!), oggi i due sarebbero alle prese con una pena da scontare, ma ancora parte viva delle loro famiglie.
Non ci sono alternative: o ci fidiamo della giustizia del nostro Stato e facciamo di tutto (insieme) per migliorarla, oppure legalizziamo il “fai da te” in caso di aggressione e permettiamo che la legittima rabbia diventi legittima violenza (sapendo – da subito – che la legittima violenza non ripara il danno ricevuto, ma estende la violenza in modo sproporzionato al male subito e ci rende tutti, nessuno escluso, sempre meno umani).
Ciò che non può e non deve passare – in questa rovente e canicolare estate 2026 – è che possa essere considerata legittima difesa l’inseguimento di due rapinatori, ormai lontani e non più nocivi, per ucciderli. La reazione ai rapinatori la si può o si può chiamare “errore” e come tale va affrontato. Lo si può (umanamente) giustificare con un forte livello di esasperazione dovuto ad azioni simili precedenti (così come genera rabbia il vedersi sottrarre la propria borsa con i propri effetti personali, in riferimento alla vicenda di Viareggio 2024). La legge, però, deve impedire che inseguire chi ha commesso il reato e ucciderlo diventi “legittimo”.
Due ultime riflessioni.
La prima. A forza di alimentare la Paura dell’altro e del diverso, ci stiamo abituando a convivere con rabbie sempre più radicate nella nostra coscienza. E se fosse questo il paradosso del nostro tempo? Parlando continuamente di sicurezza in termini di “repressione senza sconti” nei confronti di chi commette reati (omicidi compresi mascherati come legittima difesa), stiamo ampliando a dismisura i livelli di paura, di rabbia diventando così fragili e forse troppo esposti alle seduzioni della vendetta che tutto distrugge e nulla risana.
La seconda. Non è compito della politica rendere sicure le nostre città? E se anziché inforcare la strada che allarga le forme di legittima difesa ci si adoperasse per investire di più e meglio in scuola, educazione, centri di aggregazioni e aiuti a chi dal mondo del disagio rischia di scivolare nella sofferenza della illegalità? E se ci fosse più rispetto per le forze di polizia con incrementi reali di presenze, di tutele e di salari?







