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SETTIMANA FINANZIARIA. Kevin Warsh (FED) gioca Trump

2 giorni fa
Tempo di lettura: 4 min

Aumento del tasso d'interesse contro il "volere" della Casa Bianca

di Stefano E. Rossi


Questo non lo doveva fare. Kevin Warsh, presidente della FED, pur avendo fatto la cosa giusta come amano dire gli americani, è precipitato nel mirino della Casa Bianca per l’aumento dei tassi di mercoledì scorso. Il costo dei Fed Funds rincara del +0,25%, passando al nuovo intervallo di tasso ufficiale del 3,75-4,00%. Il voto in Consiglio dei Governatori della Banca Centrale Usa è unanime: 12 favorevoli, zero contrari. Ma non era questo il volere di Trump. Non ci voleva, con le elezioni di medio termine così vicine. A procurare allarme c’era già l’aumento dell’inflazione, stimata nel 2026 al 3,7% e sempre più lontana dall’obiettivo del 2%, perché alimentata dal boomerang dell’introduzione dei dazi sull’import e dal caro energia per la guerra in Iran. E poi c’era il debito pubblico fuori controllo, con gli interessi sui Bond saliti talmente in alto da bruciare quasi un dollaro su cinque di quelli prelevati ai cittadini con l’imposizione fiscale. E ora si aggiunge Warsh, col suo aumento del costo del denaro. È un’altra batosta sui debiti privati di consumatori e imprese, che sancisce la definitiva sconfitta della politica economica nel secondo mandato di Donald Trump. Ma da chi gli arriva la pugnalata? Da chi gli deve tutto, si potrebbe dire volendo assecondare l’imprescindibile pensiero presidenziale.

 

Guardando alle elezioni di Mid-term

Mr. Kevin Warsh, il capo della FED, diventerà inevitabilmente il classico capro espiatorio della imminente déblâcle elettorale di mid-term. In questi mesi Warsh era miracolosamente riuscito a camminare sulle uova, evitando scontri diretti sia nelle dichiarazioni che nei fatti. Fino all’altro ieri, quando l’aumento del tasso ufficiale gli è precipitosamente… scappato di mano. La decisione era probabile, ma non affatto scontata. All’annuncio, i mercati avevano ovunque registrato evidenti scossoni. I primi sono stati quelli valutari. L’Euro ha velocemente perso colpi contro la valuta americana. In poco più di un’ora è scivolato di quasi l’uno per cento.

Dimenticati i picchi estivi, che lo avevano visto superare 1,170, il cambio dollaro-euro è ritornato alla casella di partenza, cioè nei pressi di quel 1,150 che quotava a gennaio 1999, quando nacque la moneta unica europea. Dopo alcuni assestamenti, il dollaro chiude la settimana a 1,148. Poi, è stato il turno delle azioni. Hanno fatto uno sgradito scivolone, poi rientrato sulle positive aspettative dei risultati societari di fine mese. Ma il vero disastro riguarda i titoli di stato americani. In un quadro di estrema incertezza, il rendimento del Treasury Bond decennale non si ferma più e sale al 5,0%. Il debito pubblico Usa, oltre a essere fuori controllo nelle dimensioni, non è mai stato così caro da oltre vent’anni. In prossimità dell’appuntamento elettorale, l’economia statunitense peggio di così non si potrebbe presentare. Quindi, per chi sta al governo, per i prossimi 47 giorni sarà meglio parlare d’altro.

Ma… strano numero il 47. Donald Trump adotta questo numero associandolo al suo mandato presidenziale, il quarantasettesimo della costituzione della federazione. Negli Stati Uniti, nell’ultimo biennio è d’uso associarlo all’Agenda 47, una collezione della retorica trumpiana, diffusa via social media, in cui se la prende con il Deep State (lo Stato Ombra). La soluzione a tutti i mali viene trovata nella cosiddetta cabala dei burocrati, sleali e corrotti. Ma se proprio dobbiamo restare nel solco delle superstizioni, ci tocca richiamare la smorfia napoletana, che assegna il 47 a o’ muorto. La scaramanzia partenopea non conosce limiti, né fa sconti ad alcuno. Allora è meglio rifugiarci nel più innocuo augurio God bless America (Dio benedica l’America). Ce n’è bisogno, nell’interesse di tutti.


Da Piazza Affari, Stellantis cadente

Questa settimana l’oro non muove foglia e nel finale si aggrappa a 4.382 dollari l’oncia (122 euro al grammo). Anche il petrolio non sorprende. Le tensioni attorno alla penisola arabica proseguono e, quindi, non molla la presa. A Londra il Brent ha chiuso vicino ai massimi del periodo, a 103,19 dollari al barile. Martedì era tornato a 109 dollari, creando scompiglio. Il greggio a New York resta fermo a 99,53 dollari/barile.

Non si muove nemmeno il gas Dutch TTF ad Amsterdam (79,12 dollari al MWh). In settimana le riserve europee medie sono salite dal 67,63% al 69.06% della capienza. Noi continuiamo ad essere tra i più virtuosi. La saturazione dei depositi italiani è all’85,21%. Invece, restano critiche le scorte di Olanda (54%) e Germania (56%). La prossima settimana, le temperature minime scenderanno già a 11 gradi ad Amsterdam e a 8 gradi a Berlino. A breve, potrebbero non bastare le coperte in piumino d’oca. Auguriamogli un inverno caldo. E speriamo, per tutti, in una svolta positiva dei conflitti e delle controversie internazionali. Il prezzo medio della benzina self-service, registrato da Quattroruote, è salito a 2,145 euro al litro. Quello del gasolio è a 2,261 (+3,5% settimanale… nemmeno l’usura oserebbe tanto).

Piazza Affari si deprime. A trascinare giù il listino contribuisce anche Stellantis. Lo stentoreo andamento delle linee di produzione, associato a un convinto pessimismo espresso nelle dichiarazioni ufficiali dagli analisti, fanno indietreggiare il prezzo di un titolo che si è già dimezzato rispetto ai valori di un anno fa. E che sta cercando di fare di tutto per rilanciarsi, ma apparentemente senza esito.

 

Il Borsino della settimana – rassegna dei migliori e dei peggiori titoli del listino FTSE MIB.

I Tori: Diasorin +4,39%, Poste Italiane +3,18%,

Gli Orsi: Stellantis -9,98%, Unicredit -4,74%.

FTSE MIB: -1,84% (valore indice: 51.545)

 

I presenti commenti di mercato rivestono un esclusivo scopo informativo e non intendono costituire una raccomandazione per alcun investimento o strategia d’investimento specifica. Le opinioni espresse non sono da considerare come consiglio d’acquisto, vendita o detenzione di alcun titolo. Le informazioni sono impersonali e non personalizzate.

 

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