Un'altra bandiera del calcio che se ne va... Sandro Mazzola
Aggiornamento: 1 giorno fa
di Vice

Esiste sempre un filo sentimentale e intenso che lega un essere umano anche ai luoghi. Ma Torino e Milano sono stati davvero un MiTo per Sandro Mazzola, il capitano dell'Inter dei tempi d'oro di Angelo Moratti e di Helenio Herrera negli anni Sessanta, figlio di Valentino, il capitano del Grande Torino, l'immenso numero dieci che quando si arrotolava la maglia granata attorno alle braccia, era il segnale che non ce ne sarebbe stato più per gli avversari.
Sandro Mazzola ha chiuso per sempre gli occhi stanotte. L'8 novembre prossimo avrebbe compiuto 84 anni. Torino e Milano. Era nato sotto la Mole, ma aveva incrociato Milano sulle strade che dividevano la famiglia. Il padre con un'altra compagna negli anni convulsi del Secondo dopoguerra, un matrimonio naufragato tempestosamente; la madre, che non avrebbe mai perdonato l'abbandono, alla ricerca di un nuovo futuro nella città della Madonnina, con Sandro e il secondo figlio, Ferruccio, nato nel febbraio del 1945, le cui simpatie dei cuori granata andavano in automatico per quel nome che era di un altro Ferruccio, un grande, Novo, il presidente del Toro che aveva voluto fortemente Valentino Mazzola.
Negli anni, la memoria avrebbe impresso nell'immaginario collettivo i cinegiornali dell'epoca, di Sandro insieme al padre, di una palla che rotola, e di un bambino che la rincorre, e le foto di un padre affettuoso con lo sguardo orgoglioso e allo stesso tempo preoccupato di conservare il legame con il figlio, nonostante la bufera familiare incombente. Immagini e foto presaghe dell'avvenire di Sandro, in un'epoca in cui non si parlava ancora di Dna, ma si usavano detti e proverbi augurali, come "buon sangue non mente...".
E quel sangue non avrebbe mentito. Ma lo avrebbe dimostrato a Milano con la maglia neroazzurra, sotto l'occhio vigile dell'amico di famiglia Benito Lorenzo, detto "veleno", grande amico ed estimatore del padre, al punto dall'averlo convinto a trasferirsi proprio all'Inter, in quel fatidico 1949.
Di Sandro Mazzola le immediate cronache on line di oggi, 19 settembre, raccontano tutto su chi è stato, bandiera dell'Inter per 417 partite in serie A con 116 goal, pagina importante del calcio italiano e per la nazionale di calcio con le sue 70 presenze. E sarebbe ridondante, un di più, persino la sintesi della sua carriera. Ma vogliamo ricordare a noi stessi alle generazioni che lo hanno visto in campo le emozioni suscitate con la palla tra i piedi. Su tutte, quella al cardiopalmo nella finale di Coppa dei Campioni del 27 maggio 1964, vinta 3-1 a Vienna contro la leggenda del Real Madrid di Di Stefano, Puskas, Gento: in quell'incontro, che portava per il secondo anno consecutivo la "Coppa dalle grandi orecchie" a Milano, dopo la storica vittoria del Milan di Rivera sul Benfica, Sandro Mazzola non si limitò a segnare due goal, ma il primo lo fece con un dribbling infinito, inseguito telepaticamente da chi era sugli spalti del Prater, dai suoi compagni di squadra Sarti, Burgnich, Facchetti, Tagnin, Guarneri, Picchi, Jair, Milani, Suarez, Corso, dalla panchina dell'Inter, tutti con il fiato sospeso che lo incitavano a tirare, a mettere dentro quel benedetto pallone.
Sandro Mazzola lo fece, eccome se lo fece, ma dopo finte e controfinte che insieme alle teste di difensori e portiere madridisti fecero andare in confusione, e nei secondi successivi, nel delirio anche di chi guardava la partita dal piccolo schermo. Istanti irripetibili. Grazie Sandro











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